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The Circle: dal reality al social game

Nel Regno Unito ha debuttato un reality che mette in scena le interazioni social, tra finzioni e isolamento. Adesso approda su Netflix.

Per capire bene cosa The Circle rappresenti nella tv di oggi serve fare un passo indietro. Di vent’anni. Il 16 settembre 1999, su Veronica, una tv commerciale olandese, andava in onda la prima puntata di un programma che, nel bene e nel male, avrebbe cambiato la tv per sempre. Si chiamava Big Brother e si basava su una premessa molto semplice e per questo rivoluzionaria: chiudiamo un gruppo di persone per varie settimane in una casa, isoliamole dal resto del mondo e vediamo come si comportano. Era una competizione: i concorrenti si nominano tra loro, il pubblico vota da casa. Alla fine, uno vince. Dalla prima versione le cose sono parecchio cambiate, ci sono state decine di adattamenti internazionali, ma l’essenza è rimasta quella. Nel bene e nel male. Grande fratello ha cambiato il linguaggio della tv, creando un nuovo genere e smontando il modo in cui i programmi erano trasmessi. Erano gli anni del boom di internet e dei cellulari. E in quel momento Big Brother rafforzava i timori sulla sorveglianza continua dei cittadini e l’idea del “decadimento” morale di una società basata sul successo facile e senza meriti.

Ecco, ora possiamo fare un salto in avanti. Torniamo a oggi. Sappiamo come è andata, più o meno. Siamo nell’epoca dei social media, in cui tutti esponiamo e condividiamo online le nostre vite, e diamo punti o stelline a ogni cosa che facciamo. All’aspirazione di essere “famosi” abbiamo sostituito quella di essere “popolari”. Tutti siamo (o vogliamo essere) influencer. Viviamo in un mondo in cui non sappiamo più neanche bene di cosa parliamo quando parliamo di tv. Ognuno la consuma quando e dove vuole. Ogni giorno la società si avvicina sempre più a un altro mondo distopico, quello immaginato da Black Mirror. E in un mondo con queste caratteristiche arriva un nuovo format, The Circle, in cui risuonano curiosamente gli echi di un romanzo, quello omonimo di Dave Eggers. Anche questo format nasce come riflessione sul ruolo dei social e sulle caratteristiche della nostra società, provando a trasformarla in intrattenimento. Che ci riesca (con lo stesso successo di Big Brother) è da dimostrare.

Dentro il “cerchio”

The Circle è un programma andato in onda per tre settimane consecutive sulla britannica Channel 4 nel settembre 2018. Otto concorrenti vivono in un edificio, ma in appartamenti separati. Ripresi da 106 camere fixed rig, i protagonisti possono comunicare tra loro solo tramite una rete sociale appositamente creata per il programma, chiamata “The Circle”. Ognuno costruisce un proprio profilo e decide cosa vuole che gli altri sappiano. Può mentire, e alcuni lo fanno, creando un’identità falsa oppure omettendo importanti dettagli della loro vita. Il pubblico lo sa, giocando quindi in vantaggio rispetto ai concorrenti. The Circle è un po’ gioco di popolarità (come altri reality, come Shipwrecked, una specie di Survivor in cui i concorrenti competono per far sì che la loro isola sia la più popolare), un po’ esperimento sociale. I concorrenti, come nelle app più note, si votano tra loro dandosi delle “stelline”, a formare un ranking. L’obiettivo è di non essere giudicati il meno popolare. Il rischio? Essere eliminati dal gioco e sostituiti da un altro concorrente.

“Ho sempre avuto l’idea di fare un reality basato su La finestra sul cortile di Hitchcock”, racconta il creatore del format Tim Harcourt, direttore creativo di Studio Lambert. “Mi piaceva l’idea di un edificio in cui da fuori puoi vedere negli appartamenti mentre tutti vanno avanti separatamente con le loro vite. Non riuscivo però a trovare uno scopo, un filo conduttore. Poi, due anni fa, ho iniziato a pensare che la svolta era che non potessero mai incontrarsi, e potessero comunicare solo sui social media”. La suggestione è rimasta nel programma, dove è frequente l’uso dell’immagine esteriore del palazzo su cui campeggia l’enorme logo circolare dello show e in cui si vedono i vari appartamenti illuminati.

Otto concorrenti vivono in un edificio, ma in appartamenti separati. Ripresi da 106 camere fixed rig, i protagonisti possono comunicare tra loro solo tramite una rete sociale appositamente creata per il programma, chiamata “The Circle”. Ognuno costruisce un proprio profilo e decide cosa vuole che gli altri sappiano. Può mentire, e alcuni lo fanno.

I protagonisti del programma inglese sono tutti giovani e persone che usano abitualmente i social. Ci sono Aiden, 19 anni, che lavora in un call center, e Dan, 28 anni, agente immobiliare. Entrambi dicono la verità e il loro profilo rispecchia la loro identità. Poi ci sono Alex, youtuber, che si fa passare per Kate, usando la foto della sua fidanzata reale, o Freddie, gay, che si fa passare per etero, o Genelle, 31 anni, mamma a tempo pieno, che vive nell’appartamento con la figlia, ma non lo dice agli altri. Il programma è un gioco di identità. Tutti i partecipanti vogliono dimostrare che sanno come comportarsi per essere i più popolari. Spoiler alert, alla fine sarà proprio Alex/Kate a vincere. Come Catfish di Mtv, il programma allora vuole mostrare che internet e i social sono fatti per ingannare? “I bugiardi possono trarre benefici dalle reti sociali, ma certo prosperavano anche prima”, ribatte Harcourt. “Un persona che non diceva la verità ha vinto il gioco, ma quelle erano le regole. Ed è un gioco progettato per mostrare i lati positivi e quelli negativi dei social media”.

Come comunicano i concorrenti tra di loro? L’app del programma si attiva vocalmente, e i concorrenti “dettano” i loro messaggi a una delle tv che hanno nell’appartamento. Almeno all’inizio, è un po’ strano vedere gente che parla ad alta voce con lo schermo. Abituati agli altri reality, basati sulla convivenza e su continue discussioni, l’effetto è straniante. Ma la scelta dei produttori è comprensibile: sarebbe stato peggio vedere 8 persone sedute su una poltrona che scrivono messaggi al cellulare. I concorrenti possono interagire in chat di gruppo o aprire chat private. L’app propone giochi, attività o notizie su cui discutere. Periodicamente i protagonisti devono giudicarsi fra di loro. Ognuno deve dare da 1 a 5 stelle agli altri partecipanti. E in base ai voti è stilata una classifica.

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… e fuori dal “cerchio”

Quello delle stelline è un sistema che fa parte delle nostre vite. Mettiamo stelline su applicazioni di ogni tipo e per ogni cosa, dal ristorante dove mangiamo al tassista che ci porta a casa. È impossibile non pensare anche a Nosedive, uno degli episodi della terza stagione di Black Mirror, ambientato in un mondo in cui le persone possono classificarsi a vicenda usando da 1 a 5 stelline. Nella puntata, questo rating ha effetti sullo status socioeconomico delle persone, con conseguenze devastanti. E da Black Mirror alla realtà il passo è breve. Basti citare il Social Credit System cinese che servirà a classificare la reputazione dei cittadini. A ogni persona sarà dato un punteggio basato sulle informazioni possedute dal governo riguardanti, per esempio, la sua solvenza economica o i suoi comportamenti online. Il sistema, che sarà implementato a partire dal 2020, prevede ricompense o punizioni (per esempio, divieti di volo per persone considerate inaffidabili o l’esclusione da scuole private per i figli di genitori con punteggi bassi).

Sono scenari inquietanti, che rimandano al citato romanzo di Dave Eggers, dove l’azienda tecnologica in cui lavora la protagonista Mae, appunto “The Circle”, una sorta di Google + Facebook all’ennesima potenza, mette a punto un sistema che permette l’accesso continuo ai dati e alle vite di tutti. “I segreti sono bugie. Condividere è prendersi cura. La privacy è un furto”, si dice nel libro. La dipendenza dai social, la privacy, il modo in cui i nostri comportamenti cambiano se sappiamo di essere costantemente controllati e osservati, la valutazione di ogni aspetto delle nostre vite: sono i temi che ritroviamo pure nel format di Channel 4 e che diventano un gioco. “Quando stavo pensando all’idea ho letto il romanzo di Eggers. Avevo saputo che anche Kelly Webb-Lamb, vice direttore dei programmi di Channel 4, lo aveva letto e stava cercando di trovare un modo per fare un programma che trattasse gli stessi temi del libro”, racconta Harcourt. “Volevo raccontarle l’idea al più presto. Per questo con il mio team ci siamo messi al lavoro e abbiamo fatto molte ricerche sul mondo dei social, sui sistemi di rating, su Tripadvisor, sulle app di dating, sui servizi che erano falliti. Il lavoro di ricerca e sviluppo è sfociato nel programma”.

Dal “cerchio” non si esce?

Nel programma, il concorrente più votato può invitare un altro per una conversazione privata e una cena in uno spazio chiamato “The Hangout”. Sempre divisi da un muro, i due protagonisti possono “conoscersi” meglio. Si crea intimità, si stabiliscono relazioni… senza sapere chi c’è davvero dall’altra parte. I partecipanti con il rating più alto, chiamati “Influencers”, devono mettersi d’accordo e decidere chi “bloccare”, cioè eliminare dal gioco. L’eliminato, prima di andar via ed essere sostituito da un altro concorrente, può conoscere uno degli altri protagonisti. È uno dei pochi momenti in cui i concorrenti “interagiscono” faccia a faccia. E non mancano le sorprese.

Dalla convivenza, le nomination e il voto del pubblico del Grande fratello passiamo all’isolamento dei concorrenti, a un sistema di rating e voto “interno” al programma, con il pubblico che interagisce sui social ma non influisce più di tanto. Il programma è un “cerchio”, per definizione chiuso. Solo nella finale, trasmessa live, il pubblico vota in diretta. I quattro finalisti, prima di conoscersi, decidono il vincitore. Poi scoprono le vere identità. In studio, le due presentatrici (presenti all’inizio della stagione, poi un po’ scomparse) svelano prima il vincitore scelto dai concorrenti e poi quello scelto dal pubblico. Nel programma inglese, i due coincidono: Alex. Gli altri concorrenti, che pensavano fosse Kate, lo hanno votato premiandolo con 50.000 sterline e il pubblico, che ha sempre saputo che non era Kate, ha premiato la strategia con altre 25.000.

“Ho sempre avuto l’idea di fare un reality basato su La finestra sul cortile di Hitchcock. Mi piaceva l’idea di un edificio in cui da fuori puoi vedere negli appartamenti mentre tutti vanno avanti con le loro vite. Non riuscivo però a trovare uno scopo, un filo conduttore. Poi, due anni fa, ho iniziato a pensare che la svolta era che non potessero mai incontrarsi, e potessero comunicare solo sui social media”.

The Circle sembra quasi voler sovvertire una delle norme di molti reality, come Big Brother o il fenomeno inglese Love Island (in cui il pubblico vota le coppie che partecipano), basati sulla partecipazione in diretta degli spettatori. “Nel nostro programma il pubblico interagisce in diretta, e ci piacerebbe che lo facesse sempre di più. Abbiamo dato priorità all’interazione tra i concorrenti che vivono insieme, e questo rispecchia quello che succede sempre più spesso: molta gente vive da sola e cerca di connettersi ad altre persone in modi diversi. Per questo sono nati i social. I momenti in cui finalmente le persone si incontrano e interagiscono sono ancora più forti perché sono più rari”, dice Harcourt. Se Grande fratello è un format aperto, una “soap” in diretta (con amicizie, amori, rotture, tradimenti), allora The Circle è un format chiuso, un “game” in falsa diretta, dove contano le strategie e la capacità di risultare popolari, anche a costo della verità. Si consuma come una serie e delle serie adotta lo stesso tipo di montaggio e storytelling. The Circle è il reality show nell’epoca del binge watching.

I “cerchi” che verranno

Dal punto di vista degli ascolti, il programma è stato un successo discreto per Channel 4, tra gli spettatori più giovani, sui social e soprattutto nel catch-up online sulla piattaforma All4, con oltre 10 milioni di visualizzazioni. È cresciuto poco a poco, grazie al buzz. Nel consumo online ha funzionato meglio dell’ultima edizione inglese di Big Brother, in onda contemporaneamente, più solida invece sul consumo lineare. È stato il programma di Channel 4 con il profilo d’ascolto più giovane dal 2012. È riuscito quindi a intercettare precisamente il pubblico a cui era diretto. Ma non ce l’ha fatta a portare altri spettatori (se consideriamo infatti il dato sul totale individui, il programma è sotto la media di rete). “È difficile lanciare nuovi format in un mondo in cui il consumo sta passando da quello lineare a quello più frammentato online. Dal punto di vista creativo è stato un successo per Channel 4. Un programma rischioso, moderno, che ci parla di come noi tutti viviamo oggi”, dice Harcourt. Per alcuni critici, era “troppo cerebrale per spiccare davvero il volo”, ma “l’umanità dei concorrenti ha vinto”. Altri hanno sostenuto che “esagerasse” le questioni reali sui social e invitava i concorrenti a mentire per vincere.

In ogni caso, The Circle sembra un programma disegnato per le nuove generazioni, abituate a interagire con i contenuti in modo completamente nuovo. “La sfida sarà di convincere i fan a tornare e magari anche a guardarlo in diretta. Altri brand di successo come Love Island hanno iniziato nello stesso modo, costruendo la loro base di fan online, sui social e sul consumo differito”, puntualizza ancora Harcourt. Nonostante i costi del programma, non stupisce allora la decisione di Channel 4 di realizzare la seconda stagione che, promettono, sarà ancora più “maliziosa” e con più partecipazione del pubblico. Ci sarà infatti un programma settimanale in diretta che darà la possibilità agli spettatori di influire sul gioco.

La nuova edizione si avvicinerà quindi al modello più tradizionale di Grande fratello? Sicuramente ancora diversa sarà la versione che del programma farà invece Netflix, che ha acquisito i diritti globali e ha annunciato la produzione di tre versioni locali del format (tra cui quella statunitense). La decisione del gigante dello streaming è comprensibile. Netflix sta espandendo la produzione di non-scripted, anche interattivo. The Circle è ambizioso, attuale, è insieme un gioco e un esperimento, è diretto a un pubblico giovane, è capace di generare buzz online, si basa su un sistema di competizione che può prescindere del voto in diretta del pubblico. Sembra insomma avere tutte le carte in regola.
The Circle è forse un esperimento incompiuto e, per certi versi, ha deluso le aspettative. Non ha cambiato un genere, né ha creato qualcosa di completamente nuovo. Ma i suoi pregi e difetti possono darci indizi per capire da che parte sta andando il mondo in cui viviamo e il modo in cui i reality show cercano di metterlo in scena. Anche i programmi non completamente riusciti aiutano. Ci dicono quali sono le tendenze, anche se il modo che hanno scelto per raccontarle non ha funzionato. Basti citare il recente, costosissimo reality israeliano, 2025 di Keshet, considerato uno dei maggiori flop della stagione. Dodici concorrenti vivono insieme in una città gestita da sei robot. Tutti ricevono una somma di denaro e ogni spesa è controllata e usata per dare un ranking. Ogni settimana il concorrente con meno soldi viene eliminato. Una serie di progetti, tasse, donazioni tra concorrenti e regali da parte degli spettatori influiscono sulla classifica. 2025 è un po’ Westworld, un po’ Black Mirror, un po’ (forse troppo) Grande fratello, un po’ Monopoli. Nonostante il suo approccio più tradizionale, ha elementi in comune con The Circle: il punteggio, il gioco, l’esperimento. Tutti e due i format cercano di portare in tv il modo in cui interagiamo, giudichiamo, consumiamo. E lo stesso proveranno a fare i format che verranno, anche se non sappiamo ancora bene che aspetto avranno. Su questo Harcourt ha le idee chiare: “C’è tutta una generazione di giovani che hanno ricevuto in eredità i reality show dei loro genitori e ora vogliono idee loro, brand e personaggi che riflettano il modo i cui vivono davvero”.


Algerino Marroncelli

Quando era bambino, passava i pomeriggi costruendo scenografie di plastilina e giocando “alla tv”. Da grande, ha lavorato in Italia come autore e regista e ha scritto due saggi sulla televisione. Fino a sbarcare nel 2008 a Madrid per lavorare prima a Magnolia e ora a FremantleMedia, dove si occupa dello sviluppo di programmi originali e dell’acquisizione di format internazionali. Su Twitter è @AlgeMarroncelli.

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