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Anniversari seriali

Ritorno a Beverly Hills

Sono passati trent’anni dalla nascita Beverly Hills 90210. Il primo teen drama, un fenomeno di costume, una grossa porzione dell’immaginario che ha formato almeno un paio di generazioni di spettatori.

Sono alle medie, e scuola durante l’intervallo discuto con il mio compagno di banco, e miglior amico maschio (etero, direi ora, ma allora la domanda non me la ponevo neppure), della puntata della sera prima. Forse a lui piace più Brenda di Kelly, forse a me piace più Brandon di Dylan. Di Steve, Donna e David ci frega nulla. Andrea mi sta simpatica: sono la secchiona della classe, ma non così petulante, credo. Intanto nei negozi di dischi in centro a Milano vendono le fotografie patinate di Dylan e di Brandon, che compro con la paghetta dei miei genitori (insieme ai manga e a Ciak, ma questi sono altri immaginari), anche se il vero obiettivo è riuscire a ultimare l’album di figurine. Gira voce che quelli di Beverly Hills siano all’Hotel Principe di Savoia, bisognerebbe dunque andare a spiare là sotto, ma non ho l’età. Qualcuno infatti sostiene di aver visto Kelly o Dylan in giro per la città, persino in macchina in zona San Babila, e gli avvistamenti si moltiplicano:

“Milano come Fatima, Lourdes, Medjugorie? Sì, almeno a dar retta all’ultima “leggenda metropolitana” che parla di misteriose apparizioni in città. Il fenomeno va avanti da almeno tre settimane: ogni mattina all’alba, davanti all’hotel Principe di Savoia, decine di ragazzi e ragazze aspettano l’epifania. Di chi, della Madonna? Macché, vogliono vedere Brenda, Brandon e Dylan, i protagonisti di Beverly Hills 90210, il telefilm americano di gran moda fra i teenagers. Il pellegrinaggio si ripete tutti i giorni fino a sera inoltrata. Invano però: di Dylan e amici nessuna traccia”.

Il dramma di essere giovani 

Non mi ricordo male, le voci esistevano, come testimonia questo ritaglio di Corriere del 15 aprile 1993. Beverly Hills 90210 va in onda su Italia 1 dal 19 novembre 1992, e diventa un fenomeno, tanto che un anno dopo non solo c’è isteria in città, ma nel contenitore pomeridiano Uno Mania si mettono perfino a cercare i sosia di questi nuovi eroi. A dicembre sbarca a Milano, stavolta per davvero, Kelly, cioè Jennie Garth: partecipa a Buona domenica, fa un tour delle discoteche, posa per un fotoromanzo di Cioè, lancia la linea di abbigliamento Romance 2000. A Malpensa l’aspettano più di 2000 persone, mentre alla discoteca Nautilus di Cardano al Campo (Varese), riportano le cronache, “una marea di ragazzini, stipati in un piccolo locale l’ha assalita. Il nervosismo e il caldo hanno provocato mini risse”. Il week end dopo torna a Milano, dove ci sarà anche Dylan, “l’uomo più amato in America dopo Clinton”. 

Chi ha meno ha qualche regola etica in più, mentre gli altri, ricchissimi e sfacciati, nascondono problemi di ogni tipo, dai genitori stronzi all’abuso di alcool. Qualche crepa comincia a vedersi nella società occidentale e può accedere allo spazio in tv. Funziona così negli anni Novanta: una puntata, un tema, un dibattito. Forse è meccanico, ma è così che la generalista porta avanti un discorso sociale.

Tutto è cominciato negli Stati Uniti nel 1990, il 4 ottobre. Sì, sono passati trent’anni. Fox, la nuova rete che si vuole giovane e aggressiva, il cui marchio sarà forse ricordato per aver fatto eleggere Trump (una volta o due?), decide di farsi notare dal pubblico per sbaragliare la concorrenza. Prepara titoli forti, uno sarà X Files nel 1993, e un altro è Beverly Hills 90210, creato da Darren Star. Ecco a voi la vita dei teenager, finora qua e là coprotagonisti in qualche drama e sitcom familiare. Non serve battere subito i record di ascolti, all’inizio la serie non va benissimo, ma nell’estate del 1991, mentre tutti gli altri vanno come di consuetudine di repliche, quelli di Fox producono episodi nuovi, e la serie diventa popolare. Soprattutto il gruppo di amici, e anche un po’ amanti (succede, l’intreccio si porta avanti così). Registra grandi ascolti nel target pregiato, cioè io e quelli un po’ più grandi, adolescenti e giovani fino ai 20 anni, che siamo la coda lunga degli anni Ottanta e abbiamo ancora da spendere e far spendere. Comunque questa è l’America dei sogni, dei ragazzi ricchissimi, in cui arrivano due gemelli poveri – cioè, della classe media, quando la classe media non era ancora impoverita, non era rabbiosa, quando era lo sguardo a metà tra i mondi, l’equilibrio. Proprio questo sguardo medio può scoprire che quell’America non è proprio felice. Le classi sociali esistono, ma possono ancora parlarsi, confrontarsi, (s)cambiarsi.

C’è pure spazio per quella messa peggio, Andrea (e certo), che va alla scuola prestigiosa mentendo sul suo codice postale, altrimenti non avrebbe accesso all’educazione di prima qualità. Lei torna a casa in autobus con le cameriere messicane, e per questo sa lo spagnolo. Brenda e Brendon hanno una macchina scassata. Steve, Kelly e Dylan macchine extralusso. Ma chi ha meno, i due gemelli, ha qualche regola etica in più, mentre gli altri, ricchissimi e sfacciati, nascondono problemi di ogni tipo, dai genitori stronzi all’abuso di alcool. Qua e là insomma qualche crepa comincia a vedersi nella società occidentale e soprattutto può accedere allo spazio in tv. Funziona così negli anni Novanta: una puntata, un tema, un dibattito. Forse è meccanico, ma è così che la generalista porta avanti un discorso sociale.

Nasce così il teen drama, cioè la messa in scena di quanto sia disgraziato essere giovani, e non solo perché hai problemi anche se sei ricco, ma perché l’adolescenza in sé è un momento di passaggio problematico, tutti alla ricerca della propria identità e del loro posto nel mondo. Il teen drama è pensato per i giovani, che si identificano subito, ma anche, con il passare degli anni, per i meno giovani, perché si stanno diffondendo due malattie in Occidente, la nostalgia e la tardo-adolescenza. E gli autori lo sanno. Ma c’è anche qualcosa di più. Il teen drama come genere in sé si evolve, i nuovi titoli cercano una narrazione talvolta sperimentale, per come può esserlo un racconto generalista, proprio mentre il capostipite, Beverly Hills, cede all’intreccio soapizzato, il male che colpisce molte le narrazioni iperseriali lunghe anni e anni. Se Buffy (1997-2003) mostra la potenzialità del filone fantastico, e mette in scena metaforicamente l’alienazione e la trasformazione da bambini ad adulti, riuscendo anche a cambiare diverse regole televisive, Dawson’s Creek (1998-2003) palesa che l’adolescenza sullo schermo è solo un ri-racconto dell’adolescenza, una costruzione di un’immagine della gioventù. Il teen drama è un genere da non sottovalutare allora e nemmeno oggi, se pensiamo al successo di Skam, in Italia adattato e scritto da Ludovico Bessegato, o al fatto che persino uno dei nostri registi più popolari all’estero, Luca Guadagnino, ne ha appena creato uno per la rete più edgy, Hbo, We Are Who We Are.

Il naso di Kelly

Kelly si è appena rifatta il naso quando la conosciamo, perché le era “venuto il complesso”. Così cambia la sua immagine. Ma com’era prima Kelly con l’altro naso? Quel naso nuovo l’ha resa un’altra Kelly o paradossalmente più Kelly di prima, cioè più bionda, superficiale e insicura, secondo stereotipo narrativo, poi ovviamente reso più articolato con il passare delle puntate? Tutto è rappresentazione, anche la gioventù più sincera, figurarsi quella che si rifà il naso. Per Dick Hebdige, tra la rivoluzione industriale e la nascita della società dei consumi si sarebbero delineati due modelli, opposti ma complementari, di costruzione dell’immagine dei giovani: la gioventù come divertimento e la gioventù come ribellione. È il “bravo ragazzo” Brandon opposto al “ribelle” Dylan, secondo una distribuzione di ruoli che si ripresenta nelle coppie Dawson/Pacey (Dawson’s Creek) e Seth/Ryan (The O.C.). Eppure qualcosa sta cedendo, perché è il 1990, c’è Laura Palmer, queste sono le generazioni x e poi y, le generazioni incognite, impossibili da prevedere come il loro futuro (ma ancora non lo sanno, e spendono i soldi in album di figurine). Brenda è la brava ragazza di provincia che dalla prima puntata vuole emergere, diventare adulta, e così nasconde ai genitori che esce con un ragazzo più grande al quale ovviamente nasconde la sua vera età.

Siamo incognite impossibili da decifrare, e il romanzo di formazione vacilla. C’è poco da formare se l’identità è sempre cangiante, la normalità è una categoria fittizia, tutto si fa molto confuso. E questo scivolamento prosegue nel decennio successivo e arriva fino ai giorni nostri, mettendo in scena gioventù sempre più al limite (Skins, Euphoria) e ripiegate su una ricerca dell’identità molto molto privata perché quasi esclusivamente sentimental-sessuale e/o di gender (Glee, Sex Education). Qualcosa si fa più oscuro in questi anni, se si passa dalla teenager investigatrice Veronica Mars, che risolve i casi di omicidio, alla teenager suicida Hannah Baker, che mette in piedi con la sua morte un puzzle macabro da risolvere (Tredici). E però allo stesso tempo il teen drama permette proprio di allargare lo spettro del visibile, di mettere in scena identità di genere e etniche molteplici, di affrontare ancora temi tabù. La questione è sempre l’identificazione: sono Branda, Kelly o Andrea (uff), mi piace Brandon o Dylan? Oggi però l’identificazione dell’adolescente (e del giovane adulto tardo-adolescente) pare fluttuare molto di più, è molteplice, si incarna in più personaggi e in più maschere.

I hate Brenda

#TeamBrenda o #TeamKelly scriveremmo oggi sui social. Identificazione significa anche che Beverly Hills ha mostrato l’altra faccia del fandom seriale, non composto solo da quelli delle convention di Star Trek, ma anche da ragazzini/e all’assalto di un albergo per i loro idoli come se fossero rockstar. Ha mostrato poi un’ulteriore deriva del fandom, oscuro, ossessivo e cattivo. Dopo due stagioni, Shannen Doherty diventa “la cattiva”: è capricciosa sul set, è coinvolta in qualche mezzo scandalo e molti gossip (titolo del Corriere nel 1994, quando l’attrice ritira il Telegatto: Brenda si vende a pezzi su Plaboy: “Ma ho più fede di Madonna”). Fa scelte ritenute allora discutibili (e che io non mi ricordo, o quantomeno, mi ricordo che allora dissi: sì, è po’ antipatica). Ebbene, tutto questo nel 1993 porta due ragazze, Kerin Morataya e Derby, a creare un newsletter (cartacea) e un gruppo di opinione dalla linea editoriale chiara: I Hate Brenda. Arrivano le magliette, perfino una canzone. Sono hater: odiano il personaggio e l’attrice, fondendo insieme le due identità. Odiano o meglio dicono di odiare, e così si fanno notare e piacciono. Acquistano più visibilità dei fan non urlanti: ai giornali e alla tv Kerin dice cose tipo “She’s destroying the lives of all these innocent people, and I just can’t take it! Who is this monster?” oppure “She started off as this sweet girl who came from Minnesota – and all of a sudden her character has developed into this stuck-up bitch”. 

Inutili le difese del produttore Aaron Spelling, che si dimostra sorpreso di queste reazioni: altri fan dicono altre cose, tutta l’operazione dimostra scarso gusto e vuole solo attirare l’attenzione mediale. E infatti Kerin e Derby dichiarano poi che per loro è solo un gioco da cavalcare. Derby spiega al Chicago Tribune: “If you want to get famous, you just get a fax machine and trash someone famous”. Adesso usi i social e butti fango su chiunque. Si odiava anche JR di Dallas, o meglio: si amava odiare JR, ricco e perfido, strafottente e sopra le righe. Invece a una ragazzina non si perdona nulla, come leggo da un sito dove sono elencati i perché di tanto odio: Because yelling at her parents were her favorite past time / Because she completely took her brother for granted, often rallying for favoritism. Insomma, il mondo va così, talvolta perdoni invece perfino a un ricco magnate il non pagare le tasse e l’appoggio ai suprematisti bianchi.

Dopo due stagioni, Shannen Doherty diventa “la cattiva”: è capricciosa sul set, è coinvolta in qualche mezzo scandalo e molti gossip. Ebbene, tutto questo nel 1993 porta due ragazze, Kerin Morataya e Derby, a creare un newsletter (cartacea) e un gruppo di opinione dalla linea editoriale chiara: I Hate Brenda. Arrivano le magliette, perfino una canzone. Sono hater: odiano il personaggio e l’attrice, fondendo insieme le due identità. Odiano o meglio dicono di odiare, e così si fanno notare e piacciono.

Il tempo che passa

Il teen drama non è invecchiato, e nemmeno Beverly Hills è invecchiato. Io sì, per fortuna. Ho rivisto pilot e seconda puntata e non mi ha preso nessuna nostalgia. Ho scoperto che è ancora fresco, pur con tutti i suoi limiti, e che il patinato è arrivato dopo, molto dopo, un po’ come per l’altra creatura di Darren Star, Sex and the City. Ha ancora un suo ritmo: l’arrivo dei gemelli alla scuola tra auto, vestiti, atteggiamenti, è a suo modo un ritratto documentario di quell’epoca. Così la prima festa di ricchi, cui i due partecipano, ricorda certi videoclip rock di Mtv. Dylan arriva solo alla seconda puntata, con un’inquadratura che ha il sapore rétro di certi film e certi divi: sembra davvero James Dean, prima rappresentazione della gioventù come ribellione senza causa o bruciata, se diamo ascolto agli adattatori italiani. Dylan è di spalle, e dal buio si gira lentamente in primo piano per difendere un timido nerd alle prese con un computer dalla compagnia di due bulli. Il nerd è Scott, l’amico messo in un angolo da David, che finirà ucciso da un colpo di pistola che lui stesso farà partire accidentalmente – ecco un altro tema, le armi, ancora così attuale. Brenda scalpita già, deve dimostrare un sacco di cose. Brandon ha la sicurezza del maschio che piace e che tutte le mamme vorrebbero come genero. Parla per ben due volte di “valori”, in modo così sfacciato che oggi sorrideremmo: pare averceli ben chiari, perché i due gemelli devono farli emergere, ma fin da subito ci sono situazioni ambigue per entrambi. Brenda che mente sull’età, Brendon che non mette a tacere i pettegolezzi sessuali sulla sua nuova fiamma (eh già, anche allora).

Certo, molto altro ha il sapore vintage. La sessualità della fiamma di Brandon serve a compiacere le aspettative degli uomini, non ha mai desideri propri. Non ci sono i social, ovvio, ma soprattutto l’unico momento tecnologico, quello con Scott, è un momento di bullismo. Oggi Scott sarebbe il protagonista della serie. Anche Andrea lo sarebbe, ben più di allora. Oggi vogliamo vedere sullo schermo i perdenti o supposti tali, magari anche non bellissimi, non i più popolari. Sono tutti bianchi: a Beverly Hills solo il preside è nero, per fortuna c’è Andrea, ebrea e un po’ più povera, che infatti non dovrebbe star lì. Perché così era quella società allora e perché la diversità non aveva diritto di rappresentazione. Sono tutti ovviamente etero, la domanda nemmeno si pone, come non me la ponevo io con nessuno dei miei compagni, perché quello è un tema che a quei tempi non vedevamo, nel senso che non accedeva al visibile dei media o dei discorsi socialmente accettati. Era un tabù. 

Tutto ha il sapore di un’altra epoca soprattutto quando scopro che Andrea dirige il giornale della scuola e Brandon fa il giornalista. Non me lo ricordavo. Che strazio. Non sanno ancora cosa accadrà a quella professione, tra web vampiro, reputazione rovinata, modelli economici fallimentari, fake news. Che sogni infranti! Solo allora ho provato un po’ di nostalgia.


Stefania Carini

È giornalista e autrice. Collabora con Corriere della Sera, Il Foglio, Mediaset, Rai, Sky, Studio Universal. Tra i suoi programmi Dizionario del Cinema, Galassia Nerd, Televisori. Tiene corsi all’Università Cattolica. Tra le sue pubblicazioni Il testo espanso (2009), I misteri de Les Revenants (2015) e Ogni canzone mi parla di te (2018).

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