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Narrazioni

Riscrivere la storia

Attraverso toni caldi e aneddoti accattivanti, nuovi contenuti raccontano la storia in modo sempre più accessibile e coinvolgente. L’arte della ricostruzione storica si trasforma, e il cinema deve affrontare nuove sfide da parte di un pubblico che vuole essere informato, ma anche emozionato e sorpreso.

“In una scena di combattimento nel ghetto tra nazisti ed ebrei si vedono dei soldati tedeschi che sparano con un cannone da 75mm… ma questa arma risale esattamente al periodo del I° conflitto mondiale!”.

Questo commento trovato in rete a proposito de Il pianista di Roman Polanski mi pare particolarmente esemplare di un atteggiamento ormai tipico dello spettatore rispetto al film storico. Magari l’autore del commento in questione ha anche apprezzato il film, magari si è perfino emozionato nel vedere come il pianista evita lo sterminio o come suona il pianoforte senza averlo realmente sotto le mani, non ci è dato saperlo. In ogni caso è notevole che abbia sentito il desiderio di segnalare l’anacronismo dei cannoni. Forse altrove e con qualcuno avrà trovato modo di raccontare le proprie emozioni, chissà, intanto ha voluto lasciare questa prova della sua conoscenza dell’artiglieria pesante (il cannone sarà artiglieria pesante o è un errore anche questo?). Nella migliore delle ipotesi ciò accade solo perché le parole per sottolineare un anacronismo sono più semplici da trovare rispetto alle parole per dire cosa ci è piaciuto, ma resta il fatto che sia un atteggiamento sempre più diffuso e comune. Di un articolo resta l’errore che puoi far notare, di un film resta l’incongruenza che puoi segnalare.

A caccia di anacronismi

Napoleon non era ancora uscito al cinema e già sui social fioccavano le critiche agli errori storici. Dan Snow, un noto conduttore televisivo e storico inglese (anche se possiamo scommettere che lui preferirebbe invertire i titoli), aveva infatti realizzato un’analisi dettagliata (in realtà un video di TikTok, ma nel dibattito contemporaneo fa lo stesso) del solo trailer per segnalare le incongruenze storiche: un video che, per ovvie ragioni, era diventato immediatamente virale. Al punto che qualcuno ne aveva chiesto conto perfino allo stesso Ridley Scott e lui aveva risposto allo storico nell’unico modo possibile: “Fatti una vita”, “Get a life”. (Poi io ho ascoltato con piacere un podcast di due ore di Marco Cappelli e Andrea Santangelo solo sugli errori storici del film, ma non è questo il punto. Ma ci arriviamo).

Il video di Snow si apre con la tipica captatio benevolentiae di quest’epoca in cui, senza alcuna ragione apparente, anche le critiche più feroci devono ammantarsi di profonda stima e dunque lo storico avverte che lui “adora” Ridley Scott. Solo che poi non è d’accordo su nulla. Spacca il capello già per la tagline che lancia il film “Arrivò dal nulla. Conquistò tutto”, perché, a suo dire, Napoleone non arrivava dal nulla ma dalla piccola aristocrazia còrsa (come se la fine del ‘700 fosse notoriamente l’epoca della mobilità sociale e ci fossero esempi anche minimamente paragonabili di piccola nobiltà assorta a gloria) e poi, gongolante, sottolinea che Napoleone non conquistò proprio tutto, perché non conquistò mai il Regno Unito. (Poi uno si stupisce della Brexit).

Nonostante le conquiste della tecnica e della tecnologia siano così rapide da aver spazzato quasi tutto quello che avevamo in comune con le persone che vivevano sulla terra cento anni fa, si litiga e ci si azzanna sulla rilettura e l’analisi di fatti ed epoche decisamente lontane.

E ancora che Maria Antonietta non era pettinata in quel modo il giorno dell’esecuzione e che Napoleone non era presente all’esecuzione o che non guidò mai una carica di cavalleria in quel certo modo. Ma quando il film è finalmente uscito, i commenti di questo tipo si sono moltiplicati. Non c’è una recensione a Napoleon in cui manchino precisazioni sul fatto che non colpì mai le piramidi con i cannoni, che nella battaglia di Austerlitz non c’era un lago ghiacciato, che non ha mai incontrato il duca di Wellington, che era più giovane di Giuseppina e così via. E abbondano pure le segnalazioni sul cosa manca dentro al film: le campagne d’Italia, le differenze tra le varie coalizioni che provarono a neutralizzarlo, i rapporti tra la nobiltà europea, i marescialli di Napoleone, il codice civile del 1804 (giuro che è una mancanza che ha fatto infuriare gli storici francesi), i familiari di Napoleone e chissà cos’altro. Mettendole assieme realmente tutte, il film sarebbe costato due miliardi di dollari e sarebbe durato 60 ore.

Forse bisogna semplicemente accettare che è umanamente impossibile racchiudere tutta l’esperienza di vita di Napoleone in un solo film e forse questa è la ragione per cui Stanley Kubrick accarezzò a lungo l’idea (completò perfino una sceneggiatura su Napoleone) senza mai realizzarla. Probabilmente se Scott si fosse dedicato a un singolo episodio con qualche salto avanti o indietro nel tempo sarebbe stato, per assurdo, più semplice raccontare l’intera epopea del personaggio, chi può dirlo; ciononostante se le ossessioni e le curiosità degli spettatori ruotano attorno agli errori storici e a che cosa manca forse una ragione deve esserci anche al di là del puntiglio.

C’entra innanzitutto il fatto che per molte persone è più semplice esprimere un giudizio potendosi concentrare sui dettagli piuttosto che sul racconto e sulle emozioni: dire che il lago a Borodino non era ghiacciato mi richiede meno fatica e introspezione che parlare di coraggio, ambizioni e amore, è evidente. Ma c’entra, a mio parere, anche qualcosa di più specifico e che ha a che fare con come il racconto e l’interesse verso la storia siano cambiati negli ultimi anni. Man mano che l’ordine internazionale in cui abbiamo vissuto negli ultimi 70 anni diventa sempre più scricchiolante, il passato ha cominciato ad appassionare e interessare in una maniera diversa. La nota teoria vichiana dei corsi e ricorsi storici ha ricominciato ad esercitare il suo fascino: sempre più persone hanno trovato gusto nell’interpretare il futuro analizzando il passato e a trovare nel passato le risposte per il futuro. Allo stesso tempo, per molte altre la storia è diventata invece un rifugio, quasi un conforto, proprio per evitare le angosce del presente o del futuro: se è già accaduto qualcosa di simile o addirittura di peggio allora non c’è molto da preoccuparsi. Perfino la polemica politica, ultimamente, si occupa di storia come raramente accaduto in passato. Nonostante le conquiste della tecnica e della tecnologia siano così rapide da aver spazzato quasi tutto quello che avevamo in comune con le persone che vivevano sulla terra cento anni fa, si litiga e ci si azzanna sulla rilettura e l’analisi di fatti ed epoche decisamente lontane.

Intrattenimento storico

C’è anche un altro aspetto, più tecnico e meno idealistico: il pubblico è ormai abituato a un diverso tipo di racconto che sa e riesce ad essere molto più profondo di quello realizzato in Napoleon che ha una struttura in qualche modo classica: l’autore sceglie un aspetto della biografia di un grande personaggio e, attraverso quell’aspetto, affronta tutta la parabola del personaggio. Pensiamo, invece, al pubblico televisivo del nostro paese, ormai abituato al racconto storico di Alberto Angela e di Passato e Presente di Paolo Mieli (il miglior programma della Rai). O al pubblico ormai affezionato ai racconti storici – seppur molto diversi – di Ezio Mauro, Alessandro Barbero e Aldo Cazzullo su la7 (negli ultimi tempi La 7 ha molto coltivato questa rinnovata curiosità del pubblico verso la storia, anche col compianto Andrea Purgatori). Oppure al pubblico dei canali tematici sulla storia e, per certi versi, anche al pubblico dei podcast. Pur con durate simili a quelle di un film, sono tutti racconti che riescono, quasi paradossalmente, a descrivere meglio di un film le sfumature e le sfaccettature di un personaggio e di un evento storico, perché sono cambiate proprio le regole del racconto. Il gusto per l’aneddoto che illumina la storia, le citazioni dal passato e le citazioni della cultura pop, il narratore che non nasconde più le sue emozioni per fingersi imparziale, ma che anzi fa delle sue emozioni una forza del racconto, l’abbandono del filo cronologico, la ricerca di punti di vista originali spesso diversi da quelli del protagonista, sono tutte caratteristiche che, pur declinate da narratori diversi e con stili molto diversi, possiamo ravvisare in questo nuovo modo di raccontare la storia che ottiene sempre più successo.

Con questo, naturalmente, non voglio dire che film come quelli di Ridley Scott siano sorpassati. Speriamo ce ne siamo ancora. Però la soluzione migliore sarebbe proprio quella di trovare una formula per tenere assieme e fondere i due racconti. Mi spiego meglio. Prendiamo come esempio la puntata speciale di Alessandro Barbero dedicata a Napoleone in occasione del bicentenario della morte e trasmessa dalla Rai nel 2021. È un meraviglioso racconto difficile da migliorare se non per un aspetto: le immagini che accompagnano il racconto, soprattutto quelle con le ricostruzioni storiche. Qualsiasi documentario o racconto, infatti, non può limitarsi alla parola o alle interviste, ma deve anche mostrare qualcosa (altrimenti basterebbero i podcast e se si fa ancora la tv e il cinema una ragione deve esserci). Sono spesso, però, immagini di vecchi film, a volte film che non raccontano neanche propriamente quel periodo o quell’episodio, ma che possano essere in qualche modo evocativi. Spesso ci sono immagini di qualche campagna in cui sappiamo che si è combattuta una battaglia, ma dove oggi non resta nulla del combattimento. Qualche moneta, qualche cannone, qualche chiesa e qualche palazzo storico. Una palazzina all’isola d’Elba se parliamo di Napoleone all’Elba, la collinetta a Waterloo quando parliamo della sconfitta di Waterloo, una statua o un quadro di Manzoni se parliamo del Cinque maggio, una scena col sarcofago di Napoleone, le stesse illustrazioni che c’erano sui libri di storia a scuola, qualche scena di un film sulla Rivoluzione Francese e via dicendo. Se le idee sembrano sciatte o trite e ritrite non è colpa delle idee, ma perché davvero non c’è altro con cui illustrare anche il migliore dei racconti. Adesso pensiamo a cosa sarebbe quello stesso documentario di Barbero, ma con le scene di Ridley Scott. Ecco, forse, il format ideale – a mio parere – per la tv, dovrebbe consistere nel film intervallato dal racconto di uno storico (o il racconto di uno storico intervallato dal film se preferite – non ne sto facendo una questione di priorità tra i due). Uno completerebbe l’altro.

Il gusto per l’aneddoto che illumina la storia, le citazioni dal passato e le citazioni della cultura pop, il narratore che non nasconde più le sue emozioni, ma che anzi fa delle sue emozioni una forza del racconto, sono tutte caratteristiche che possiamo ravvisare in questo nuovo modo di raccontare la storia che ottiene sempre più successo.

Nel 2012, in un documentario di Laurent Bouzereau, Roman Polanski: A Film Memoir, l’amico di Roman Polanski ed ex-produttore, Andrew Braunsberg, lo intervista a Cracovia. I due camminano per la città e ricostruiscono i ricordi di Polanski e parlano del ghetto e di come un ragazzino si crei un’immagine fantasiosa della realtà pur di non accettare di vivere in mezzo all’orrore. E, mentre loro parlano di cose terribili, la vita scorre normalmente attorno a loro. Così come è trascorsa nei sessant’anni che passano tra le storie del ghetto e la realtà. Polanski descrive plotoni di esecuzione dove adesso ci sono negozi di alimentari, muri e filo spinato dove vediamo automobili imbottigliate nel traffico. Sembra che nessuno li riconosca o si interessi a loro, troppo presi dalle faccende quotidiane. È un bellissimo documentario mentre esprimere un giudizio sul Pianista è perfino superfluo e, infatti, ciò che manca nel documentario sono proprio le immagini del film, perché il racconto di Polanski descrive, ma non fa vedere. Non è un caso che parliamo di un capolavoro stra-visto e premiato e di un buon documentario semi-sconosciuto per appassionati. (Poi comunque qualcuno non starà pensando al fatto che le emozioni de Il pianista sono fuori portata anche per il migliore dei documentari, ma al fatto che uno è ambientato a Varsavia e l’altro a Cracovia).


Arnaldo Greco

Nasce a Caserta e vive a Milano, dove lavora per la tv. Ha scritto per Il Venerdì, IL, Rivista Studio, Il Post, Il Mattino.

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