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Tecnologia

Reclusi nelle nostre case, non saranno le big tech a liberarci

Se per anni il digitale è stato indeciso tra liberarci in mobilità e tenerci in salotto, la pandemia ha dato molta forza alla seconda azione. E varie aziende sono pronte, da prima, a sfruttare la cosa.

Un bel po’ di anni fa, era il 2002, mentre stavo facendo una serie di interviste a esperti di vari settori sul tema “Il futuro dei portali online” (tra l’altro, per un portale online che non esiste più) rimasi sorpreso quando un paio di loro mi dissero che, nonostante internet fosse percepito dalla maggior parte delle persone come qualcosa che ci rinchiude in casa davanti a un pc, in realtà in futuro – dicevano allora – sarebbe stata una piattaforma tecnologica che ci avrebbe permesso di fare cose e accedere a servizi in piena mobilità, aiutandoci all’opposto a uscire dalle abitazioni e dagli uffici di lavoro per spostarci molto di più. È una cosa che mi è tornata spesso in mente in questi anni: non era affatto banale sostenerlo allora quando l’iPhone, per dire, sarebbe stato lanciato sul mercato solo un lustro dopo. Oggi, a distanza, quella visione sembra essersi totalmente avverata: possiamo fare qualsiasi cosa in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo grazie a internet e ai nostri telefonini. Eppure.

Tutto da casa

Eppure allo stesso tempo, già molto prima del diffondersi di questa pandemia, per molti aspetti internet ci ha portato a chiuderci sempre più nelle nostre abitazioni, confermando anche la visione “sbagliata” che aveva allora (e per molti aspetti anche adesso) la maggior parte delle persone: “La casa è diventata una prigione di comodità dalla quale possiamo scappare solo se qualcuno ci aiuta a farlo”, ha scritto Ian Bogost a metà gennaio su The Atlantic in un articolo, Every Place Is the Same Now, in cui l’esperto di tecnologie digitali riflette sulle conseguenze che pc e smartphone hanno avuto nel nostro modo di percepire e vivere i luoghi che ci circondano. “Fino al XX secolo si doveva uscire di casa per quasi tutto: lavorare, mangiare o fare shopping, divertirsi, vedere altre persone. Per decenni le famiglie hanno avuto solo una radio. Poi avevano diverse radio e una tv. Il problema dei nostri antenati è invertito: ora non è solo possibile fare quasi tutto da casa: è anche l’opzione più semplice”.

Già, le strategie di molte delle aziende tecnologiche di maggior successo in effetti sembrano progettate da tempo in modo da farci scegliere “l’opzione più semplice” e confinarci sempre più tra le mura di casa. Da Netflix che cerca di mettere in crisi le sale cinematografiche (riuscendoci benissimo) ad Amazon che vuole sostituirsi ai negozi in calce e mattoni di ogni tipologia merceologica, fino a giovani startup come Virtual Kitchen (su cui ha investito la società di venture capital più importante della Silicon Valley, Horwitz e Anderssen) o Cloud Kitchen, che attrezzano cucine professionali eliminando la sala con tavoli e sedie per concentrandosi solo sulla consegna del cibo. Così basta fare un giro nelle nostre città e tornare indietro di qualche anno con la memoria, ed è facile notare come la tecnologia e le nuove piattaforme online hanno contribuito direttamente o indirettamente a far sparire o ridurre drasticamente molti “luoghi” che eravamo abituati a frequentare: negozi di dischi o videonoleggio, sportelli bancariedicoleagenzie di viaggio, sostituiti da servizi e app situati nel non-luogo digitale.

Nei giorni di confinamento forzato che tutti stiamo vivendo, sicuramente questa tendenza sta accelerando e cambiando molte cose, probabilmente in modo definitivo. L’ulteriore, accentuata flessione nelle vendite di giornali cartacei potrebbe essere il colpo di grazia definitivo alla rete delle edicole, già in grande difficoltà da un decennio a questa parte. E il telelavoro più che una scelta smart per le aziende è, e sarà sempre di più, non una semplice opzione ma una strategia obbligata, in un periodo di crisi, per tagliare i costi relativi ad affitti e gestione degli uffici. Anche una volta – finalmente! – finita questa lunga emergenza il nostro desiderio di socialità off line dovrà inevitabilmente (e inesorabilmente) fare i conti con una lunga transizione, la “nuova normalità” che ci attende: “Come nelle crisi passate”, giustamente è stato ricordato, ”un giorno il mondo potrebbe tornare alla normalità, ma non sembrerà più lo stesso, ricordate com’era la sicurezza aeroportuale prima dell’11 settembre?”.

Se dai giorni del lockdown ci guardiamo indietro possiamo vedere come, in realtà, molte delle cose che potevamo fare ovunque finivamo comunque per farle preferibilmente a casa. Per esempio: sì potevamo vedere una puntata di Better Call Saul su Netflix o di The Mandalorian su Disney+ ovunque, dovunque volevamo sul nostro telefonino, ma il televisore di casa è ancora centrale anche per i giganti dello streaming video, visto che solo un paio di anni fa un report di Nielsen  diceva che l’89,5% del tempo speso dagli americani per vedere programmi in streaming a pagamento erano ancora consumati davanti allo schermo di un televisore, mentre solo il 10,5% su tablet, pc e smartphone. Certo, molto è dovuto al fatto che i televisori di casa, oltre a essere (anche loro) diventati smart, si sono evoluti migliorando la qualità audio e definizione video. D’altronde, ci viene ripetuto di continuo, non senza una certa retorica, che molto di quello che fanno oggi le aziende tramite la tecnologia è venderci non tanto un prodotto, ma un’“esperienza”, da fare comodamente dove e quando vogliamo e del tutto paragonabile a quella che possiamo avere nei luoghi normalmente deputati a farlo, evitandoci la “scocciatura” di andare nei cinema, negozi, palestre o ristoranti (proprio quei luoghi nei giorni della quarantena ci sono mancati e che vogliamo tornare a frequentare al più presto).

L’ulteriore, accentuata flessione nelle vendite di giornali cartacei potrebbe essere il colpo di grazia definitivo alla rete delle edicole, già in grande difficoltà da un decennio a questa parte. E il telelavoro più che una scelta smart per le aziende è, e sarà sempre di più, non una semplice opzione ma una strategia obbligata, in un periodo di crisi, per tagliare i costi relativi ad affitti e gestione degli uffici.

Senza scocciature

È interessante sotto questo aspetto che due startup di cui si è molto parlato nell’ultimo anno, come Peloton e Mirror, che vendono attrezzature iper-tecnologizzate per allenarsi a casa, dichiarino di considerarsi aziende che operano non tanto nel settore del fitness ma in quello della “esperienza del fitness”. Peloton ha raccolto 1,16 miliardi di dollari dopo aver lanciato una IPO per quotarsi in borsa, per vendere costosissime cyclette e tapis roulant muniti di video tramite cui si può accedere – con il pagamento di un abbonamento mensile – a lezioni registrate o live streaming con possibilità di interagire con gli istruttori e gli altri partecipanti ai corsi. E così Peloton ha un tasso di fidelizzazione degli abbonati del 95%, decisamente più alto di quello che registrano le palestre. Mirror, seppure più piccola e giovane, ha raccolto 74 milioni di dollari in poco tempo vendendo uno specchio hi-tech interattivo sul quale, una volta acceso, appare un istruttore su sfondo nero con uno strano – e un po’ inquietante, a dirla tutta – effetto di “presenza reale”, che ti guida confrontando i tuoi movimenti con i suoi mentre segui la sua lezione di pilates o di un altro corso come potremmo seguirlo in una normale palestra.

È vero che stiamo parlando di un settore tutto sommato marginale ed elitario (visti i costi), anche se in quest’ultimo periodo ha attirato non pochi investimenti da parte di venture capitalist, e poi sì, magari Mirror sarà l’ennesima startup che prometteva benissimo ma che, ahilei, non si è rivelata all’altezza delle aspettative. Ma è interessante tornare a leggere adesso quello che The Atlantic scriveva prima della pandemia, sul perché molte persone avevano deciso di mettersi in casa un aggeggio del genere, del suo fascino che “riesce a combinare gli elementi base di quello che le persone vogliono dalle startup in questo momento, servizi on demand da fare a casa, costose tendenze di auto-miglioramento, esperienze su internet controllate e semi-sociali con estranei con cui abbiamo idee o passioni in comune”, poi concludendo, probabilmente con un eccesso di entusiasmo, che “non sorprende, quindi, che l’azienda si consideri più del futuro del fitness. Mirror vuole essere il futuro di… tutto”.

Venderci “esperienze” da fare al sicuro della nostra casa, convincerci e motivarci che quella è la scelta migliore per noi e la nostra salute, permetterci di conoscere nuove persone sì, ma applicando prima un filtro online in un contesto controllato e con accesso regolato. Saranno queste le caratteristiche su cui sarà puntata (ancora) di più l’attenzione nei prossimi anni, nel riprogettare la prossima trasformazione digitale? Probabilmente, assieme ai capisaldi sui quali le grandi aziende tecnologiche hanno puntato in questi anni per legarci sempre più a loro: un archivio sconfinato e ben organizzato di “cose” e servizi che ci dia l’idea di una scelta infinita, una personalizzazione efficiente che ci dia l’illusione che tutto è fatto apposta per noi. “Reinventare l’esperienza utente” era già il nuovo mantra per molte grandi aziende ben prima della comparsa del covid-19, ma se all’inizio la finalità era quella di fornire siti e app usabili o di rendere i servizi più friendly, con il passare del tempo l’obiettivo è rapidamente diventato di reinventare in digitale luoghi e spazi come ristoranti, negozi e sale d’attesa, “per entrare nelle più ampie branche della vita pubblica”, come ha dichiarato Brian Whipple, il Ceo di Accenture Interactive, dall’alto dei suoi 10 miliardi di ricavi in questo settore nel 2019.

Outdoor?

Nell’ultima parte dell’articolo di Ian Bogost, l’esperto, dopo essere uscito per andare al cinema con la famiglia, decide di non tornare subito a casa per cena – quasi in un ultimo tentativo di compiere un atto di ribellione a questa reclusione passiva a cui ci induce internet – ma di fermarsi con moglie e figli a mangiare fuori, finendo in un ristorante della catena americana Dave & Buster’s, accorgendosi tristemente che quel luogo in realtà presenta, ingrandite, tutte le app e i giochi già presenti nel suo smartphone e in quello dei suoi cari. “La casa esiste perché possiamo tornarci dopo essere stati nel mondo, e allo stesso tempo è il rifugio in cui caricarsi per tornare nel mondo”, ha scritto Luca Molinari in un bel saggio, Le case che saremo, pubblicato in questi giorni. Ma cosa succede se con lo smartphone ogni posto vale l’altro? Internet ci dà la possibilità di fare tutto in ogni luogo e allo stesso tempo di rinchiuderci sempre più nelle nostre case. E le due “visioni” anche se antitetiche sembrano, oggi come mai, vere entrambe. “Lavorare sulla forma e sulla natura degli spazi collettivi diventerà ancora più importante, perché questi rappresenteranno gli anticorpi alla separazione e ai muri alzati in nome dell’igiene”, scrive ancora Molinari. “La vita e l’anima profonda dei luoghi si fondano sulle relazioni, reali e sottili, che partono dal riconoscimento del diverso e di ciò che non conosciamo”.

Venderci “esperienze” da fare al sicuro della nostra casa, convincerci e motivarci che quella è la scelta migliore per noi e la nostra salute, permetterci di conoscere nuove persone sì, ma applicando prima un filtro online in un contesto controllato. Saranno queste le caratteristiche su cui sarà puntata (ancora) di più l’attenzione nei prossimi anni, nel riprogettare la prossima trasformazione digitale?

Non è difficile immaginare che la tecnologia digitale rappresenterà un filtro potente alla nostra esperienza e al modo in cui ripenseremo i luoghi nei quali torneremo a confrontarci e relazionarci in pubblico e in privato. Dalle discusse app di tracciamento alle tecnologie di monitoraggio e a tutte le funzionalità interattive progettate nelle strategie della customer experience che già si stanno adattando ai tempi della pandemia, il tutto con un immenso traffico di dati personali, di nostre “storie”. Pensare a una forma consapevole, partecipata e trasparente su come questi filtri saranno applicati, con quali strategie e quali reali finalità, dovrebbe essere un’assoluta priorità per tutti noi.


Lelio Simi

Giornalista, scrive principalmente di innovazione, tecnologia e industria dei media (lo ha fatto su il Manifesto, Pagina 99, Eastwest tra gli altri). È tra i fondatori del gruppo di lavoro DataMediaHub nel quale si occupa in particolare dell'analisi delle strategie e dei modelli di business editoriali.

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