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L’ossessione tutta olandese per i reality

Molti reality e talent di successo hanno le loro radici nei Paesi Bassi. Ma da dove arriva questa passione? Le radici sono piuttosto profonde, nelle città e nella storia olandesi.

Qual è la patria dei reality show? Dov’è che la reality tv – quel genere capace di trasformare miracolosamente il tessuto pesante e rattoppato della realtà e della vita in nient’altro che un cashmere di intrattenimento leggero – ha attecchito prima? Da dove arrivano Grande fratello, The Voice e tanti altri titoli che hanno conquistato centinaia di milioni di spettatori in ogni angolo del pianeta? Dagli Stati Uniti o dall’Inghilterra, verrebbe forse da rispondere. E in parte è vero. È negli Stati Uniti infatti che, nel 1971, la Pbs, il servizio pubblico americano, produce An American Family, serie nata per documentare la quieta vita middle-class di una famiglia di Santa Barbara, in California, ma che finisce per raccontare il calvario del divorzio dei genitori, maturato a favore di telecamere. Ed è addirittura del 1964, praticamente preistoria televisiva, il primo episodio di Up, una serie prodotta da Granada Television per la britannica Itv che racconta la vita di quattordici anonimi ragazzetti inglesi di sette anni con l’intento, ai confini dell’esperimento sociale, di filmare una nuova stagione della serie ogni sette anni, accompagnando i protagonisti dall’infanzia alla vecchiaia (una nuova stagione, 63 Up, è in arrivo questa primavera).

Ma sia An American Family sia Up, per quanto abbiano l’intuizione geniale di piazzare una telecamera nella vita privata delle persone, sono ancora documentari che mirano a raccontare la vita così com’è, non a ricrearla a scopo di intrattenimento grazie a una qualche misteriosa alchimia televisiva. Per quello bisognerà aspettare il 1991, e non avverrà né in Inghilterra né negli Stati Uniti, ma in Olanda, la vera patria dei reality show.

Breve storia olandese del reality

Nel 1991 Amsterdam è una città giovane e dinamica, già piena di biciclette, ma con molti meno turisti rispetto a oggi. Al civico 28 di una strada del centro c’è un grande appartamento in cui si sono appena trasferiti sette studenti che stanno per iniziare l’università. Non ci sarebbe niente di strano – certo, i sette non si conoscono, ma questo è abbastanza normale per un gruppo di studenti che va a vivere insieme per dividere i costi – se non fosse che il motivo per cui si trovano a vivere lì è che sono stati scelti per far parte di un nuovo, insolito programma chiamato Nummer 28. Prodotto dal servizio pubblico cattolico Kro (i Paesi Bassi hanno un modo piuttosto curioso di spartire il servizio pubblico radiotelevisivo tra vari gruppi religiosi e culturali, e forse meriterebbe un articolo a sé stante), Nummer 28 segue la vita quotidiana di questi ragazzi, le loro interazioni, e monta il tutto con enfasi narrativa, piazzandoci sopra musiche da soap opera e chiedendo di tanto in tanto ai ragazzi di descrivere le loro esperienze di fronte a una telecamera, anticipando quella soluzione narrativa che sarà più avanti battezzata “il confessionale”.

I sette ragazzi sono liberi di uscire e andare all’università, insomma di vivere “normalmente”, ma l’impianto narrativo è già quello del reality show per eccellenza, Grande fratello: un gruppo di sconosciuti si ritrova a vivere insieme in una casa minata di telecamere. Nummer 28 dura una sola, gloriosa stagione – forse troppo avanti sui tempi, persino per i gusti del progressista pubblico olandese – ma già l’anno successivo, sull’americana Mtv, appare The Real World, un programma che mette a vivere insieme sette sconosciuti e li filma per qualche mese. Il programma ha un successo enorme, è il primo reality a sfondare al di fuori dei confini del Paese in cui è prodotto, ed è ancora in produzione, arrivando alla trentatreesima stagione, un’età considerevole. Erik Latour, creatore di Nummer 28, ha sempre cercato di farsi riconoscere come ispiratore di The Real World, ma con scarsi risultati. Quel che è certo è che, un anno prima che The Real World debuttasse su Mtv, Nummer 28 aveva già aperto le danze dei reality show.

Flashforward a sette anni dopo. È il 1999 e sul canale televisivo olandese Veronica va in onda un nuovo programma che sembra la versione sotto steroidi di Nummer 28 e The Real World. A differenza che nei due predecessori, i partecipanti sono chiusi in casa e i telespettatori possono scegliere chi se ne deve andare, perché magari è noioso o sembra non abbia niente da dire, e chi invece può rimanere e continuare a sperare di vincere il montepremi finale, un’altra novità. Il programma si chiama Big Brother, è creato dalla Endemol di John De Mol ed è un successo planetario istantaneo, con il format venduto in decine di altri Paesi.

Ma gli olandesi non sono tipi molto casalinghi. All’opposto del Grande fratello, sono persone a cui piace uscire di casa spesso, e magari farsi un viaggio dall’altra parte del mondo. Ed è così che allora televisivamente compaiono programmi come Peking Express (in italiano, ovviamente, Pechino Express), che dal 2004 manda in giro per il pianeta coppie di semivips a fare l’autostop per migliaia di chilometri e a cimentarsi in una serie di sfide. E se è vero che Survivor, il programma che per primo introduce sfide e ambientazioni esotiche nel mondo dei reality, è un format inglese andato per la prima volta in onda sulla tv svedese nel 1997, è anche vero che Expeditie Robinson, il Survivor olandese, è una delle versioni più di successo e longeve del programma.

Il grande successo di Grande fratello e Survivor inaugura la golden age dei reality e la tv olandese non si tira certo indietro. Nel primo decennio degli anni Duemila sforna una serie di format sempre più estremi, che vanno dagli stunt di Now or Neverland (che sarà famoso negli Usa come Fear Factor, uno di quei programmi in cui i protagonisti si immergono in vasche brulicanti di serpenti o ratti) a De Grote Donorshow, reality del 2007 in cui una malata terminale deve decidere, aiutata dal televoto, a chi donare il suo rene, scegliendo tra un gruppo di venticinque pazienti bisognosi di trapianto. Lo show si rivelerà poi mezzo falso – una trovata per sollevare attenzione su un problema di cui si parla troppo poco, i trapianti renali – ma ce n’è abbastanza per scatenare un putiferio internazionale, con articoli inorriditi che denunciano la logica perversa del programma.

In tutto questo, la televisione olandese ha spazio anche per format più innocui come De Italiaanse Droom, il “sogno italiano”, in cui i concorrenti fanno a gara a chi gestisce meglio un bed and breakfast a Piticchio, in provincia di Ancona. Sì.

E così, tra una bizzarria e l’altra, arriviamo al 2010 quando John De Mol, ancora lui, decide di prendersela nientemeno che con X Factor, forse geloso che un format tanto forte non sia della sua Endemol. De Mol estrae dal cilindro The Voice of Holland (semplicemente The Voice nelle sue edizioni internazionali), che rispetto ad X-Factor promette di dare più enfasi alle pure qualità canore dei partecipanti, grazie anche a escamotage come le audizioni al buio.

A fare un passo indietro e a guardarla da una certa distanza, nella storia dei reality e dei talent si potrebbero individuare tre momenti di flessione, cadenzati a circa dieci anni l’uno dall’altro: l’arrivo di Nummer 28 nel 1991, quello di Grande fratello nel 1999 e poi The Voice nel 2010. Sono tre momenti in cui la reality tv fa un balzo in avanti, ed è sempre la tv olandese a spingerla al livello successivo. Ma perché i reality e i talent vivono questo successo proprio nella terra di Rembrandt, degli stroopwavel e dei tulipani (sì, anche della marijuana e della prostituzione legali)?

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Di case dalle grandi finestre, peepshow e molatori di lenti

Ogni spiegazione azzardata non può che essere speculativa e, soprattutto, sconfinare nei territori di quell’antropologia mistica che, nello Spirito delle leggi, faceva scrivere a Montesquieu che i popoli del Nord Europa erano più vigorosi e coraggiosi per via del clima più rigido. Allo stesso tempo, a ripercorrere la storia dei Paesi Bassi, non si può che concludere che, sì, ha perfettamente senso che i reality abbiano trovato in questa placca di terra sotto il livello del mare una terra promessa.

In realtà, per una prima, epidermica conferma, non serve nemmeno ripercorrere la storia del Paese, basta percorrere la via di una qualsiasi città olandese. Una delle prime cose che si notano sono infatti le grandi finestre che adornano la maggior parte delle case, non importa se di recente o antica edificazione. Spesso le finestre non hanno tende, anche se si tratta di appartamenti al piano terra, e i passanti possono dare uno sguardo dentro (non che sia considerato bon ton, anzi) e ammirare persone assortite in ogni genere di attività quotidiane, dal cucinare al guardare la tv.

Quella delle case dalle grandi finestre è una caratteristica della vita olandese che è difficile non notare. Basta googlare e si trovano varie possibili risposte al perché di questa consuetudine. Due le ipotesi più verosimili. La prima è quella della luce: in Olanda il sole latita e le grandi finestre permetterebbero di esaltarne i raggi quando finalmente fanno capolino oltre le nubi. La seconda ipotesi, più culturale, vede nella tradizione religiosa calvinista la ragione di tale peculiarità. Il “non avere niente da nascondere”, il “fare tutto alla luce del sole” (se c’è) sarebbero caratteristiche essenziali del calvinismo che promuovono un’idea di privacy per cui non c’è nulla di male se tutti possono sbirciare quello che stai combinando. E in fondo la casa del Grande fratello non è altro che l’estensione catodica di questa logica.

A ripercorrere la storia dei Paesi Bassi, non si può che concludere che, sì, ha perfettamente senso che i reality abbiano trovato in questa placca di terra sotto il livello del mare una terra promessa. Basta percorrere la via di una qualsiasi città olandese. Una delle prime cose che si notano sono le grandi finestre che adornano la maggior parte delle case.

Quella che potrebbe sembrare nient’altro che una semplice suggestione trova qualche conferma più sostanziale in quella che in fondo è l’antenata della televisione, la pittura. Come studiato dalla storica dell’arte americana Svetlana Alpers nel libro L’arte del descrivere, la pittura olandese del Seicento – il “Secolo d’Oro” dei Paesi Bassi – diparte dalla tradizione pittorica italiana del periodo per il modo in cui sceglie di descrivere piuttosto che narrare la realtà, prediligendo la riproduzione precisa e analitica di interni, ritratti e altri momenti di vita quotidiana alla raffigurazione grandiosa di eventi epici o mitologici. La pittura del Secolo d’Oro è infatti un’arte a uso e consumo della rampante borghesia olandese, che all’epoca sta rapidamente emergendo come nuova classe dominante. La borghesia commissiona quadri più piccoli, facili da trasportare e da vendere, rispetto alle tele monumentali volute dai sovrani. E in quei quadri vuole vedere rispecchiati anche i luminosi interni delle proprie case che vanno a costituire un tema ricorrente di quella che sarà poi denominata “pittura di genere”.

Un’altra peculiarità della pittura olandese del Seicento che la Alpers individua nel suo libro è la presenza quasi costante dei nuovi strumenti ottici che sono sviluppati proprio in quegli anni nei Paesi Bassi. Da Spinoza che per mantenersi faceva il molatore di lenti a Huygens che perfeziona il telescopio, l’Olanda è infatti, nel campo dell’ottica, la Silicon Valley dell’epoca. Basti pensare al pionieristico lavoro di Antonie van Leeuwenhoek, “padre della microbiologia”, che sviluppa più di 500 lenti che permettono di guardare al mondo con un livello di dettaglio prima inconcepibile.

È in questo alveo tecno-culturale che emergono i cosiddetti “peep show”, termine che, se al giorno d’oggi indica quei locali, presenti anche nel quartiere a luci rosse di Amsterdam, in cui è possibile assistere a performance erotiche attraverso un vetro più o meno grande, all’epoca si riferiva a quegli strumenti ottici che permettevano di vedere una serie di immagini attraverso una lente di ingrandimento. Tra il Sei e il Settecento, i peep show sono una popolare forma di intrattenimento un po’ ovunque in Europa, ma, ça va sans dire, vedono il loro più spettacolare successo nei Paesi Bassi, dove pittori come Samuel van Hoogstraten vi dipingono dentro gli intimi interni delle case olandesi per poi lasciarli sbirciare dai curiosi, in una sorta di reality show ante litteram.

Guardare lo spettacolo della vita attraverso una lente – che sia quella di un’illusione ottica rudimentale come il peep show o di quella sofisticata illusione ottica che è in fondo la televisione – è infatti l’essenza fondamentale del reality, un genere amato e vituperato, reso planetariamente famoso dalle grandi produzioni anglosassoni, ma che ha trovato spesso la sua fonte della giovinezza proprio nel piccolo regno dei Paesi Bassi.


Davide Banis

È un editor e impact producer. Lavora nei Paesi Bassi per una startup in ambito no-profit e per una casa di produzione di documentari.

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