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Quando Marco Pagot fece un anime con Miyazaki

La storia della co-produzione tra la Rai e il Giappone per l’anime televisivo Il fiuto di Sherlock Holmes, raccontata da voci diverse, permette di riscoprire nell’opera il ritratto di un rapporto profondo: quello tra due grandi animatori e quello, altrettanto complesso, tra animazione e televisione.

Marco Pagot non conosceva Hayao Miyazaki prima di incontrarlo di persona. La prima impressione? “Mi sembrò un orso”. L’incontro tra i due registi fu un momento centrale della lavorazione di Il fiuto di Sherlock Holmes, la serie animata co-prodotta dalla Rai con il Giappone, recentemente disponibile su Rai Play in versione restaurata. Pagot, che aveva scelto il soggetto e aveva prodotto alcuni studi preparatori, dovette confrontarsi con un astro nascente dell’animazione giapponese. “Era chiuso, fermo sulle sue idee. Però anche curioso. Quando mi impuntavo su qualcosa, cercava di capire il mio punto di vista”.

Un giorno l’italiano si recò negli studi della tv giapponese per quella che immaginava sarebbe stata un’altra giornata di lavoro. Miyazaki aveva previsto un cambio di programma: “Andammo in giro per Tokyo, volle mostrarmi la cultura giapponese. Rimasi colpito dai templi shintoisti e dal loro senso di pace, dalla proporzione degli elementi”. Nei giorni della lavorazione di Il fiuto di Sherlock Holmes , nacque un’amicizia: “Ci rivedemmo varie volte in Italia. Veniva a pranzo a casa, io gli facevo vedere i miei progetti. Il successo non aveva cambiato il suo carattere. Ci sono state più occasioni di condivisione e siamo diventati amici”. Marco Andrea Pagotto, figlio del pioniere dell’animazione Nino Pagot, ha collaborato a numerose serie in Europa, Giappone e negli Stati Uniti, con Hanna-Barbera. Tra i suoi lavori ci sono Reporter Blues, Calimero e Caccia al tesoro con Montana, ma se lo si cerca su internet, come unico risultato si ottiene Porco rosso, uno degli anime più celebrati di Miyazaki. Chiamare il protagonista di Porco Rosso “Marco Pagot” è stato l’omaggio del maestro all’amico e collaboratore.

L’animazione italiana verso il Giappone

L’idea di co-produrre una serie animata con il Giappone nacque nel 1979 su iniziativa dell’allora dirigente di Rai 1 Luciano Scaffa. Laureato in Lettere e Filosofia, titolo che gli fu necessario per accedere al concorso in Rai, Scaffa fu anche uno sceneggiatore prolifico. Suo nipote Alessandro Notarstefano, ex direttore della Gazzetta del Sud e autore del romanzo L’orizzonte degli eventi, lo descrive come un fervente cattolico vicino ai palazzi del Vaticano e alla corrente di sinistra della Democrazia Cristiana: “Un giorno mi portò a un evento a Giardini-Naxos. Avevo 19 anni. Lo avvicinò Pippo Baudo con Adriana Russo. Gli disse ‘Luciano devo lavorare, mi state chiamando di meno’. C’era anche il mago Silvan, in posture supplichevoli. Ricordo anche la dedica di un direttore del telegiornale di Rai 1. Diceva: La direzione del TG1 è più tua che mia”. Scaffa è affascinato dall’Oriente e dall’animazione, alla quale si dedica per tutta la vita, portando in Italia Mazinga Z e lavorando, quando ormai era in pensione, con la Corea del Sud. Lo racconta Notarstefano, che ricorda uno dei colpi da maestro dello zio: “Fece il botto quando portò sul primo canale Biancaneve, La bella addormentata e altri film Disney di prima fascia a un prezzo stracciato. Si inventò una colazione in un attico di New York e in un clima conviviale strappò uno scontone. Al suo ritorno a Roma venne santificato”.

Mettersi d’accordo con Miyazaki non fu sempre facile. A volte, fu Pagot a fare delle concessioni. Altre, fu necessario che anche Miyazaki rivedesse le proprie idee.

Secondo Marco Pagot, Il fiuto di Sherlock Holmes fu la prima co-produzione italiana ad arrivare anche in Giappone. Si erano create le condizioni: “All’inizio degli anni Ottanta gli anime in Italia stavano superando la fase pionieristica per assestarsi come un prodotto televisivo di massa, ma la loro legittimazione culturale era ancora di là da venire”. Sono le parole di Marco Pellitteri, sociologo dei media e dei processi culturali, professore associato di media e comunicazione alla Xi’an Jiaotong-Liverpool University in Cina e autore di Mazinga Nostalgia, Il Drago e la Saetta e Goldrake dalla A alla U. “Il successo di titoli come Heidi o Atlas Ufo Robot – continua – non aveva certo azzerato la notevole diffidenza di fondo dell’establishment culturale verso un tipo di prodotto considerato esteticamente povero e tematicamente ambiguo. In questo contesto, la scelta della Rai di avviare una coproduzione con la Tms per Il fiuto di Sherlock Holmes non fu una mera opportunità di cooperazione tecnico-artistica ma, evidentemente, un’operazione strategica di elevazione di status”. Giancarlo Biondi, ricercatore del Team Editoriale Teche, fa riferimento a una questione di ordine pratico: “L’animazione giapponese non solo stava riscuotendo successo, ma era economica. Grazie al coordinamento con uno studio italiano, i giapponesi potevano sbarcare in Europa forti del supporto di una tv europea, puntando a ripetere il successo di Mazinga o Goldrake, ma condividendone i costi”.

Il racconto di produzione di Marco Pagot inizia dalla chiamata a raccolta di Luciano Scaffa: “In questa avventura furono invitati tutti gli studi italiani – dice in un’intervista a Rai Teche – da Bozzetto a Gavioli a noi dello Studio Pagot”, nei titoli di coda della serie animata accreditato come Rever. La traccia? Libera: “Ci disse: ‘Fate quello che volete, ma sviluppate qualcosa da portare ai giapponesi, per vedere come reagiscono’”. Non si conosce l’aspetto degli eventuali soggetti scartati, mentre il coinvolgimento di Gavioli non può essere confermato. “Il fondo Gamma Film che ci è stato versato da Roberto Gavioli è per la maggior parte composto da audiovisivi, materiali di lavorazione (rodovetri) e reperti e non comprende l’archivio aziendale propriamente detto”, scrive in una mail Gianluca Rossi, archivista e bibliotecario della Fondazione Luigi Micheletti di Brescia. “Non essendo stato ancora completamente riordinato e inventariato, non posso però escludere vi siano tracce che confermino quanto ha riportato”. A smentire il coinvolgimento dello studio Bruno Bozzetto Film è Bozzetto in persona: “Con Scaffa non ho avuto grandissimi rapporti. Non so neanche se una co-produzione con il Giappone ci avrebbe interessato, avevo fatto di tutto per avere il mio stile e lo difendevo”.

Sta di fatto che alla fine venne dato il via libera al soggetto ispirato ai lavori di Arthur Conan Doyle elaborato da Marco, all’epoca poco più che ventenne, e sua sorella Gina “Gi” Pagot. Entrambi avevano un ruolo nello studio Rever, fondato dal padre Nino insieme allo zio Toni, pionieri dell’animazione italiana e autori, tra gli altri, di Calimero e Grisù il draghetto. Marco Pagot racconta di aver avuto l’idea di una serie animata su Sherlock Holmes dopo aver saputo della scadenza dei diritti sui romanzi di Arthur Conan Doyle. Lo stile antropomorfo, invece, si rifaceva a una tendenza dell’epoca. 

I primi studi evidenziarono un grafismo più duro, uno stile adatto a un pubblico più adulto. Al momento di volare in Giappone, fu Marco a partire. Qui conobbe Yutaka Fujioka, responsabile dello studio d’animazione Tokyo Movie Shinsha (Tms): “Fujioka – racconta – era un produttore illuminato. Creò un dream team, attinse a diversi studi di animazione per mettere insieme lo staff migliore possibile. Tutti riconobbero che non si poteva fare di meglio”. Tra i presenti a quei primi incontri c’era una promessa dell’animazione che non godeva di grande notorietà al di fuori della cerchia degli addetti ai lavori: era Hayao Miyazaki, arrivato in Tms, insieme al team che dirigeva, tramite la sussidiaria Telecom Animation Film, effettiva realizzatrice di Il fiuto di Sherlock Holmes. “Prima che Nausicaä della Valle del Vento ne sancisse l’autorialità assoluta – spiega Pellitteri – Hayao Miyazaki era già una figura riconoscibile per quella che potremmo definire l’avanguardia del fandom e per i professionisti del settore. In Italia, il suo nome non era ancora un marchio di fabbrica, ma circolava come un’etichetta di garanzia qualitativa associata a serie come Heidi e Anna dai capelli rossi, a cui aveva collaborato ma per le quali gli vengono attribuiti molti meriti, anche non suoi. Il fiuto di Sherlock Holmes, allora, rappresentò, per il grande pubblico, la sua prima regia televisiva identificabile, anche se in Italia in quegli anni erano arrivati la strepitosa serie Conan il ragazzo del futuro, già nel 1982, e lo spettacolare e poetico film con Lupin III – Il castello di Cagliostro, nel 1984, entrambi diretti proprio da Miyazaki, un’anticipazione di quel genio che di lì a poco si sarebbe manifestato conclamatamente”.

Compromessi e contaminazioni

Nel 1981 la produzione di Il fiuto di Sherlock Holmes iniziò ufficialmente e Marco Pagot fece da tramite tra Italia e Giappone. Mettersi d’accordo con Miyazaki non fu sempre facile. A volte, fu Pagot a fare delle concessioni: il grafismo duro e adulto degli studi preparatori venne abbandonato a favore di linee più morbide, sia per venire incontro alla sensibilità di Miyazaki sia per assecondare le esigenze della tv pubblica italiana, che intendeva rivolgersi a un pubblico di bambini. A volte, fu necessario che anche Miyazaki rivedesse le proprie idee. Ricorda Pagot: “Un argomento sul quale io e Miyazaki discutemmo molto fu Mrs. Hudson”. Si tratta della controparte femminile di Sherlock e Watson, la governante che l’eroe e il suo aiutante hanno conosciuto su una nave assaltata dai pirati, nel primo episodio dal titolo Le quattro firme. “Nei vecchi disegni, Mrs. Hudson era una signora brontolona di una certa età con l’aspetto di un bulldog, ma Miyazaki avrebbe voluto renderla l’unica figura non antropomorfa”. Nella sua forma definitiva, Mrs. Hudson si presenta come un compromesso: una figura canina, ma dal design molto aggraziato. “I nostri confronti erano duri al punto che ‘fondevamo’ le interpreti e finivamo per scavalcarle iniziando a comunicare esclusivamente sulla base degli schizzi. A volte la tensione si stemperava tra le risate, come quando Miyazaki mi chiese: ‘Come nascondiamo la coda nei pantaloni?’ In Giappone, era un astro nascente. Non ha apprezzato l’imposizione di un giovane regista europeo”. 

In un’intervista con Davide Castellazzi pubblicata in Il fiuto di Sherlock Holmes. Le più belle storie a fumetti, Pagot racconta un altro aneddoto spiritoso da quei giorni di lavorazione congiunta: “Alla mia richiesta di restare più fedeli all’universo di Doyle, Miyazaki rispose ‘Allora lo facciamo drogare’ (nei romanzi Holmes fa uso di droghe, NdR). ‘No!’, fu la mia risposta, ovviamente, non si può fare in una serie per ragazzini”. Nella stessa intervista, Castellazzi chiede di discutere l’inserimento di affascinanti mezzi meccanici: “Quella dei mezzi meccanici – risponde Pagot – è una passione sia di Miyazaki sia mia. Lo steampunk, Jules Verne, le invenzioni strane sono sempre state una mia passione e ho scoperto che lo sono anche per Miyazaki. Ognuno disegnava le sue cose, spesso molto diverse, poi si trovava un punto in comune”. Infatti Miyazaki si dimostrò “capace di prendere un pezzo del tuo lavoro e metterlo nel suo”. 

Anche il regista giapponese viaggiò in Italia e in Inghilterra, per scattare le fotografie che gli sarebbero servite come ispirazione per gli sfondi di Il fiuto di Sherlock Holmes. A Milano fu ospite allo Studio Pagot, dove, secondo Marco, imparò alcune tecniche successivamente riproposte nei suoi lavori: “Le animazioni di alcuni personaggi complessi prevedevano che in primo piano ci fosse una texture ricca, per la quale mio padre utilizzava elementi di carta ritagliati che venivano spostati e riposizionati all’interno dell’area. Ho osservato la stessa cosa negli Ohmu”, gli enormi invertebrati di Nausicaä della Valle del Vento con un guscio verde e molteplici occhi rossi tutt’intorno. Per Pagot, l’esperienza giapponese si rivelò enormemente proficua: “Ho imparato un mondo di cose. I giapponesi avevano un modo completamente diverso di narrare, regalarono alla serie una qualità cinematografica che inizialmente non possedeva”.

Interruzioni, ripartenze, restauri

Quando quattro episodi erano ormai finiti e altri due in fase di completamento – si era nel 1982 – la lavorazione di Il fiuto di Sherlock Holmes fu interrotta. Perché? Le versioni sono sostanzialmente due. La prima sostiene che i ritardi furono dovuti a problemi legati ai diritti sul personaggio di Sherlock Holmes, detenuti dagli eredi di Doyle. Pagot però rifiuta questa spiegazione, definendo quella dei diritti una “leggenda metropolitana” o comunque una questione che non avrebbe creato ostacoli insormontabili. In realtà sarebbe stata legata allo sviluppo di una serie live action adattata dai romanzi di Conan Doyle, da distribuire sul mercato anglofono. Dopo un incontro tra avvocati di entrambe le parti si decise che, per non rischiare di mandare in confusione il pubblico, quindi nell’interesse di tutti, Il fiuto di Sherlock Holmes sarebbe stato distribuito con il titolo Sherlock Hound in Regno Unito, Stati Uniti e Giappone. “Fujioka – è la versione di Pagot – era un vero imprenditore e decise di continuare a produrre i cinque episodi successivi al pilota senza aspettare la conferma da parte della Rai. Ma il team era costoso, quindi scelse di fermarlo quando si concretizzò l’opportunità di lavorare con gli americani”. La versione di Pagot trova sostegno in quanto avrebbe dichiarato via social, con un tweet non più disponibile, Katabuchi Sunao, uno dei due sceneggiatori di Il fiuto di Sherlock Holmes, che avrebbe individuato nella cessazione delle rimesse dall’Italia il motivo dell’interruzione. Per Giancarlo Biondi “il modo di lavorare di Miyazaki determinò l’allungamento dei tempi di produzione, quindi dei costi. Impiegò sei mesi a mettere insieme quattro episodi”. La questione dei diritti torna invece nelle dichiarazioni del direttore di produzione Koji Takeuchi, per il quale la parte italiana, incaricata di negoziare i diritti, fu lenta ad agire, costringendo la parte giapponese ad accelerare la produzione.

Al momento della messa in onda, nel novembre 1984, Il fiuto di Sherlock Holmes ebbe successo in Giappone ma non in Italia, anche a causa di alcune scelte di programmazione su Rai 1. Negli anni successivi, il prestigio della serie crebbe di pari passo con quello di Miyazaki.

Le ragioni dell’altro evento importante di questi anni, cioè la fuoriuscita di Miyazaki da Telecom Animation Film, sembrerebbero da ricercare nelle dinamiche di una co-produzione americana promossa da Fujioka. Si trattò di Piccolo Nemo – Avventure nel mondo dei sogni, lungometraggio animato completato nel 1989 dopo una lavorazione travagliata. “Il problema fu il confronto con la cultura degli Stati Uniti – dichiara Pagot – Miyazaki è un carattere forte, capace di funzionare con me che sono più diplomatico. Tra noi due c’erano state battaglie ma anche un reciproco apprezzamento. Negli Usa si scontrò con un atteggiamento del tipo ‘noi siamo i più grossi e tu fai quello che vogliamo noi’. Questa è la ragione per cui abbandonò Tms per fondare il proprio studio di animazione (lo Studio Ghibli, ndr). L’interruzione di Il fiuto di Sherlock Holmes non c’entra”.

Nel marzo 1984, due episodi di Il fiuto di Sherlock Holmes (Lo smeraldo blu e Il tesoro sommerso) anticiparono le proiezioni giapponesi di Nausicaä, che si rivelò un grande successo. La reazione positiva del pubblico fece ripartire la co-produzione italo-giapponese. Mancavano ancora venti puntate, che furono affidate a Kyōsuke Mikuriya. Mikuriya si rivelò più rapido del collega che aveva sostituito, impiegando altri sei mesi, cioè quanto Miyazaki per solo sei episodi – nella serie definitiva, i numeri 3, 4, 5, 9, 10 e 11. “Alla ripartenza – spiega Marco Pagot – ero su altri progetti e la mia collaborazione diventò meno frequente. Il risultato finale fu qualitativamente e narrativamente discontinuo, a causa del budget ridotto e della mancanza della fantasia e della creatività di Miyazaki”. Per Marco Pellitteri valutare Il fiuto di Sherlock Holmes significa riconoscerne l’altissima qualità media, pur nella discontinuità tra il blocco iniziale,e il successivo: “I primi sei episodi diretti da Miyazaki possiedono una cifra espressiva inconfondibile: la regia è dinamica, con un uso sapiente della profondità di campo e dei movimenti dei personaggi e oggetti in scena; le sequenze degli inseguimenti sono coreografie complesse e brillanti; il disegno dei mezzi e oggetti meccanici (mecha design) non è ornamentale, ma funzionale alla narrazione. È qui che si vede il futuro autore di Laputa e Porco Rosso. Negli episodi successivi, la serie mantiene un livello molto alto, superiore a gran parte dell’offerta coeva, ma la regia si fa più didascalica e televisiva, perdendo quel respiro spettacolare e quella densità di inventiva visiva. Lo scarto non è tra il buono e il cattivo, ma tra il genio assoluto e l’eccellenza artigianale. Miyazaki realizza dei cortometraggi d’autore; gli altri sono episodi di serie di notevole rango”.

Al momento della messa in onda, nel novembre 1984, Il fiuto di Sherlock Holmes ebbe successo in Giappone ma non in Italia, anche a causa di alcune scelte di programmazione su Rai 1. Ogni episodio fu spezzato in quattro parti da cinque minuti ognuna, da trasmettere una volta al giorno. “Gli anni Ottanta – spiega Biondi – furono difficili anche per la concorrenza sempre maggiore di Fininvest, con il programma per bambini Bim Bum Bam”. Negli anni successivi, gli episodi di Il fiuto di Sherlock Holmes furono trasmessi in versione integrale, mentre il prestigio della serie crebbe di pari passo con quello di Miyazaki. Il restauro di Rai Teche è stato presentato a novembre al Lucca Comics 2025 e sulla piattaforma di Rai Play con nuove puntate settimanali. “L’audio italiano è il più bello e interessante – sostiene Biondi – il cattivo, Moriarty, parla in dialetto torinese. È un’idea geniale. In questa Londra vittoriana, lo si ascolta dire porcamenta o datti all’ippica”. A Rai Teche, Marco Pagot ha spiegato che quella del torinese “è stata una scelta nostra insieme al direttore del doppiaggio della Warner Mario Russo, anche regista, con cui avevamo un buon rapporto. Ci siamo chiesti: ‘Come facciamo a renderlo meno banale, non il solito cattivo?” Moriarty è doppiato da Mario Bosco.

“Nel lungo periodo – spiega Pellitteri – l’eredità di Il fiuto di Sherlock Holmes è duplice: da un lato, è rimasto un titolo di culto per una generazione, un’opera cerniera che ha introdotto molti al linguaggio di Miyazaki prima della sua esplosione globale; dall’altro, ha dimostrato la validità di un modello di co-produzione internazionale di qualità. L’attuale restauro svolto da Rai Teche è significativo proprio perché non è solo un intervento tecnico, ma anche un atto di riconoscimento patrimoniale. Ripristinando la grana della pellicola e la cromia originaria, si sancisce ufficialmente il suo valore non più solo come prodotto d’intrattenimento, ma come bene culturale e artistico da preservare, un’operazione di legittimazione che corona un percorso durato quarant’anni”.

Un ringraziamento speciale, per il contributo all’inchiesta, a Paolo Scaffa, Pietro Pinetti, Mario Rumor, Alessandro Montosi, Massimo Nicora.


Giuseppe Giordano

Scrive principalmente di film, serie e videogiochi. Collabora con Esquire e Linkiesta, in passato ha pubblicato su Rivista Studio, Valigia Blu, Noisey e La Repubblica e ha lavorato nella redazione di La Presse.

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