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Scritture

Oltre la riunione. Intervista a Pietro Galeotti

Il mestiere dell’autore, nell’intrattenimento tv, è uno dei più difficili da raccontare. Nel suo libro e in questa chiacchierata, uno dei professionisti più importanti racconta cosa cambia e cosa resta uguale.

Per gli addetti ai lavori, e per chi ama leggere attentamente i titoli di testa e di coda dei programmi tv, il nome di Pietro Galeotti non giungerà certo nuovo. Galeotti è l’autore storico di tutte le trasmissioni di Fabio Fazio fino al 2016, ma anche di sette edizioni del Festival di Sanremo, di programmi-cult come Prove tecniche di trasmissione con Piero Chiambretti o Aniene con Corrado Guzzanti, ed è consulente di talk di approfondimento giornalistico come Cartabianca, ma è stato anche per due anni – “i migliori della mia vita” – il direttore della rivista Linus. Introdotto giovanissimo alla tv, in questi oltre 37 anni di attività ha partecipato a migliaia di riunioni in stanze inospitali con pareti ritinteggiate in modo approssimativo e ha appuntato nei suoi quaderni centinaia di pensieri, storie, profili di personaggi e cose che accadevano davanti ai suoi occhi. La riunione, il suo libro da poco uscito per Feltrinelli, mette insieme frammenti, aforismi e racconti con un gusto per l’epigramma à la Marcello Marchesi, l’umorismo surreale figlio di Achille Campanile, l’amore per l’aggettivazione del Villaggio scrittore, le osservazioni acute del Bristow di Frank Dickens. È un libro pieno di battute sulla mitomania, sulla cialtronaggine, sulla profondità e sulla commedia umana di quelle riunioni. Qui l’autore ci racconta quello che non troverete nel libro. 

Al di là di qualche episodio sui tuoi esordi, il libro non fa quasi mai riferimento al periodo storico dei racconti. Al netto della linea di continuità rappresentata appunto dalle riunioni, mi piacerebbe sapere quali sono stati i cambiamenti radicali a cui ha assistito da autore.

Quando sono arrivato, giovanissimo, a metà degli anni Ottanta, la televisione in fondo era già moderna, ma la scrittura televisiva era ancora legata ai vecchi canoni. C’era l’Autore sempre ben vestito che aveva un’aura divina, il Copione e quintali di carta, i redattori che battevano a macchina. Con il tempo tutto si è smaterializzato, con le riunioni che sono diventate un po’ chiacchiere e poi file del pc. Ora è tutto un post-it per le scalette. L’altro grande cambiamento è un’evaporazione della figura dell’autore: una volta l’autore dentro di sé conteneva moltitudini, oggi è tutto parcellizzato tra molti ruoli e funzioni e sono mondi che spesso non comunicano neanche tra loro. Penso sia un grave errore, perché il ruolo diventa puramente tecnico. La figura interdisciplinare dell’autore che seguiva tutto il prodotto, che parlava con l’artista, discuteva con il committente e ne sapeva un po’ di montaggio va sempre più sparendo. 

Una sorta di taylorizzazione della scrittura televisiva. 

Esatto, e come la catena di montaggio ha una suo risvolto economico – le persone sono pagate di meno – e uno pratico, perché il programma si concentra nelle mani del leggendario capoprogetto, figura spesso invisibile, che tende a isolarsi e diventare una divinità che trasmette ordini in modalità carbonare. 

Spesso nel libro si pone delle domande amletiche e talvolta retoriche sull’annosa questione se fare quello che vuole il pubblico o cose originali, e il più delle volte glissa elegantemente. Come si pone di fronte a questa domanda? Dando risposte diverse se cambiano i contesti? 

Ovviamente sì. Nella mia più grande stagione, con Voglino-Guglielmi-Freccero, anni Novanta, non c’era nessun tipo di richiesta da parte della committenza, se non quella di fare quello che ci piaceva e ci interessava. Poi dopo il 2000 abbiamo cominciato a domandarci cosa potesse piacere. Che tempo che fa, per esempio, è un programma maturo che si adagiava nel mainstream: esiste un pubblico che ha precisi interessi e come autore tu non cerchi la conflittualità con quel pubblico, cosa che invece per me rimane un compito fondamentale del nostro lavoro. Era così ben delineato, popolare e importante che c’erano gli ospiti perfetti per quel programma, e quindi anche quelli che non lo erano. Al contrario, in Quelli che il calcio, specie nei primi anni, c’era davvero di tutto, da Emanuele Filiberto a Idris a Suor Paola, con Peter Van Wood che guardava la partita insieme a Romano Prodi…

Quindi, tornando alla domanda iniziale sul considerare i gusti del pubblico…

Per l’autore non pensare ai gusti del pubblico è molto interessante, ma non è sempre possibile. E temo che lo sia sempre meno. Prendiamo i talk politici del martedì: un tempo c’era Ballarò che conteneva tutto, le ragioni della sinistra e quelle della destra, le posizioni scomode e quelle più interessanti, era una programma che arrivava al 20% di share, mentre oggi tutto questo è suddiviso tra Giordano, Floris, Formigli, Berlinguer. Quel pubblico maggioritario si è diviso in tre-quattro pubblici di nicchia e ognuno va incontro al suo pubblico. Il maggioritario puro ce l’hanno solo Sanremo e la De Filippi.

Nel libro racconta che, dal suo punto di vista, ci sono una serie di frasi che dovrebbero essere bandite dalle riunioni tipo “briffare gli ospiti”, o giudizi tipo “tanta roba!”, o ancora l’aggettivo “distopico”. E se dico “tv di qualità”?

Mah, non ci ho mai creduto. Non mi piace quando questa frase è applicata in modo pigro, per esempio se un programma parla di libri. Mi sembra un’equazione sciocca. Trovo noiosissimi i programmi detti di qualità, e invece molto di qualità i programmi visti con sospetto, perché la qualità si nasconde nei dettagli, in certe estetiche, nella capacità di leggere il contemporaneo. Non certo in quei programmi seduti e compiaciuti della loro solennità.

C’è una parola che ricorre spesso nel libro come nemesi, il Format. Qual è il rapporto tra l’autore e il format?

Eh, che devo dire… C’è una narrazione sul format che a me fa molto ridere, perché è trattato come un qualcosa di speciale che bisogna tenere nascosto e protetto, poi lo guardi e ti accorgi che contiene cose che hai già visto da spettatore cent’anni prima in un programma minore. Mi metto d’impegno, davvero, ma la mistica del format non riesco proprio a farla mia. A meno che non sia un roba tipo Grande fratello, è improbabile imbattersi oggi in un format che non sia una rimasticatura di una cosa già vista. D’altra parte però non se ne può fare a meno, perché ha una sua utilità pratica, in termini organizzativi. Non capisco perché i committenti non prendano una serie di autori con esperienze, gusti ed età diverse per tirar fuori qualcosa di nuovo, secondo me verrebbero fuori cose più interessanti.

“Trovo noiosissimi i programmi detti di qualità, e invece molto di qualità i programmi visti con sospetto, perché la qualità si nasconde nei dettagli, in certe estetiche, nella capacità di leggere il contemporaneo. Non certo in quei programmi seduti e compiaciuti della loro solennità”.

Voglio capire meglio. In fondo Quelli che il calcio era un gran format, perché non lo avete venduto in giro?

Quelli che… è un format ex post, a quel tempo il concetto non esisteva. I diritti li ha presi la Rai, quindi non so più niente. Quel programma ha tanti padri, perché fu Marino Bartoletti ad andare da Guglielmi a chiedere “Perché non facciamo Tutto il calcio minuto per minuto in televisione?”, e tra l’altro l’idea veniva da Va’ Pensiero dove nelle ultime edizioni c’era Oliviero Beha in un angolo che guardava le partite alla tv. La sua forza è stato farlo diventare il pomeriggio degli italiani, dimostrando che il calcio non era solo una cosa da maschi, ma che il tifo univa persone, generi, mondi diversi, l’intellettuale e la persona più semplice diventavano tifosi allo stesso modo. 

Ho trovato felice la scelta del libro di non fare riferimenti a persone o a nomi di programmi. Ma vorrei fare una domanda su Anima mia, che, da spettatore, mi è sempre sembrato fosse il programma giusto al momento giusto, con un equilibrio perfetto tra ricordi, nostalgia, riflessione sull’intrattenimento e costruzione dell’immaginario. Come è nata l’idea?

Per me e per Fabio Anima mia è stato il programma dove abbiamo messo dentro tutta la nostra vita. Ritengo che l’immaginario è quello che ti formi da bambino, e il nostro era composto da tutto quello che vedevamo in tv: i western, i telefilm, Oggi le comiche, certi pomeriggi noiosissimi con quelle cose viste in tv che ti sorprendevano. Nella terza stagione di Quelli che il calcio avevamo introdotto questa rubrica che si chiamava “Mitico”, dove c’era sempre un ospite legato al mondo degli anni Settanta – quello che si inventò le scimmie di mare, gli occhiali a raggi x –,ci divertivamo come matti, nello sconcerto degli altri. Fino a che arriva Afric Simone, il cantante di “Ramaya” e fa una cosa situazionista tipo prendere una sedia con i denti e tirarla su. Dopo quell’esibizione lì ci arrivano un sacco di lettere e telefonate e ci rendiamo conto che quella cosa ha toccato una corda. Così iniziamo a ragionare sul ricordo, e da lì la piccola-grande intuizione di Anima mia, un programma sulla memoria senza nemmeno un’immagine di repertorio. L’obiettivo era provare a cristallizzare quei dieci anni Settanta riportandoli negli anni Novanta e facendoli vivere, con Jovanotti che canta Heidi, Piero Pelù che fa Sandokan, le celebrità del presente che giocano con la memoria.

La formula quindi è quella di attualizzare il passato. 

Esatto, ma non basta. La cosa funziona perché Fabio riesce a convincere Claudio Baglioni, che allora era nella sua baglionità più totale, serio, granitico e inavvicinabile. A lui la cosa piace e il suo marchio sul programma diventa il lasciapassare per tutti gli altri artisti. E poi c’è Tommaso Labranca che si occupa di oggetti, il Going o la palla gigante che rimbalza, e li analizza in modo antropologico. Enciclopedico e quindi esilarante. 

A proposito di Labranca, sua è la copertina del libro, disegnata proprio durante una riunione. Nel libro si racconta un bell’aneddoto sul culto che entrambi avevate su Fantozzi. Volevo però avere un suo ricordo su di lui. 

Che dire. Il più grande nemico di Tommaso era Tommaso, quindi la sua forza e il suo enorme talento spesso cozzavano con l’incapacità di fare quei compromessi che inevitabilmente si presentano nella vita lavorativa e personale. A volte si incaponiva su un dettaglio irrilevante e non c’era verso di smuoverlo da lì, quindi da un momento all’altro diventavi il suo profondo nemico (e ho saputo di esserlo stato per anni), poi improvvisamente ritornava. Lui è stato decisivo negli anni Novanta perché li ha analizzati e raccontati in modo perfetto e chirurgico. E aveva intuizioni fulminanti, con un senso dell’umorismo super tagliente. Però aveva anche questo lato oscuro che ogni tanto prevaleva e ce lo portava via. 

Una grande parte degli aneddoti e delle storie di La riunione è dedicata alla ricerca dell’ospite…

Che in effetti occupa gran parte della nostra vita professionale. Un tempo era molto più facile invitare gli ospiti nei programmi, che infatti non erano tantissimi, e quelli in prima serata ancora meno. Oggi invece ogni programma pretende di avere Michelle Obama [una delle rare presenze costanti del libro, n.d.r.], anche lo show che va in onda alle quattro del mattino. Si è persa la consapevolezza, per cui il conduttore alla prima riunione dice agli autori: “Ragazzi, quest’anno solo ospiti di alto livello”. Quindi l’80% per cento dell’energie di tutti è dedicata alla sfiancante ricerca dell’ospite, perché ci sono cento programmi in onda e dodici ospiti possibili, tutti gli altri sono ritenuti rincalzi di seconda fascia, ma poi alla fine solo loro che saranno invitati. 

“Un tempo era molto più facile invitare gli ospiti nei programmi, che infatti non erano tantissimi, e quelli in prima serata ancora meno. Oggi invece ogni programma pretende di avere Michelle Obama. Quindi l’80% per cento dell’energie di tutti è dedicata alla sfiancante ricerca dell’ospite, perché ci sono cento programmi in onda e dodici ospiti possibili, tutti gli altri sono ritenuti rincalzi di seconda fascia, ma poi alla fine solo loro che saranno invitati”.

A tal proposito, nel libro c’è una sorta di parabola arbasiniana dell’artista mediocre che “un tempo pativa una vita di stenti critici e rari apprezzamenti e poi fortunatamente moriva e da lì partiva la riscoperta postuma. Oggi tutto questo ciclo si svolge in quattro ore”. A parte l’ellisse, oggi bisogna davvero sfruttare l’attimo fuggente. 

Sì, ormai in questa “era della suscettibilità”, come scrive Guia Soncini, la polemica dura 24-36 ore e in quel preciso momento tutti vogliono quell’ospite lì, perché magari ha sparato una cazzata sovrumana, ma dopodomani il poverino che è convinto di essere l’ombelico del mondo si renderà conto di essere totalmente dimenticato in favore della nuova polemica del giorno. 

Questa accelerazione è dovuta in parte anche ai social che tutto ingurgitano, sputano e dimenticano. Nel libro non si parla molto di social, come se gran parte delle storie fossero riferite agli anni Novanta o Zero. È così?

Allora, per scrivere il libro mi sono posto due paletti. Primo, non collocare nel tempo la riunione: per me la riunione del 1983 e del 2021 è la stessa cosa perché, certo, cambiano le tecnologie e i ruoli, ma in fondo sei sempre in un posto di merda a dire cose strane e convincere gli altri che invece sono intelligenti. Poi non volevo che i social entrassero dentro, se non in misura di qualche dettaglio, perché trovo siano una pre-condizione aberrante. È chiaro che esistono, ma tenerne troppo conto vanifica il tuo lavoro. Una volta volevi piacere al pubblico, oggi vuoi piacere a chi ti segue su Twitter. Non lo accetto, quindi non l’ho voluto raccontare, ma non per passatismo: se fai entrare quel mondo lì, perdi quel poco di magia che questo mestiere deve assolutamente conservare. 

Ultima domanda. Oltre ad avere partecipato come autore a sette edizioni del Festival di Sanremo, di recente si è specializzato negli show musicali di cantanti italiani (Zucchero, Mannoia, Ligabue, Ruggeri). È cosa voluta?

Nel tempo ti costruisci una serie di rapporti per cui alla fine queste persone ti chiamano. E devo dire che in questa fase mi diverte molto lavorare con i non-conduttori, perché hanno uno sguardo un po’ naïf verso la televisione. E poi perché puoi costruire su di loro degli show su misura, mentre con i conduttori è sempre più difficile farlo, e alla fine l’autore è solo un loro complice. Con i cantanti si riesce ancora a fare una cosa un po’ più sartoriale. Non so se ci riesco, ma mi piace.


Michele Boroni

Scrive per Il Foglio, Wired, Il Messaggero, Rockol e Studio. Si occupa di contenuti e comunicazione per brand. Un tempo aveva un blog, ma gli è rimasto solo il nome – EmmeBi – con cui firma i suoi tweet. È stato autore tv e radio (tra gli altri Ghiaccio Bollente su Rai5 e Ogni Maledetta Domenica su Radio2) e ha scritto alcuni saggi sul marketing, ma sono tutti fuori catalogo.

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