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Black (super) power

La conclusione di The Falcon and the Winter Soldier, ultimo tassello dell’universo cine-televisivo Marvel, è un buon momento per fare il punto sul rapporto tra supereroi e comunità afroamericana.

In un sondaggio condotto lo scorso agosto da Kaiser e The Undefeated, circa il 70% degli intervistati afroamericani aveva detto di non fidarsi dei vaccini e di ritenere il sistema sanitario americano corrotto e razzista. Durante un focus group condotto nella stessa ricerca, gran parte di chi ha risposto aveva citato come esempio di sfiducia il “Tuskegee Syphilis Experiment”, un programma di sperimentazione scientifica sulla sifilide messo in atto con la collaborazione del Tuskegee Institute, storica università nera americana, che aveva interessato 600 mezzadri afroamericani di Macon County, in Alabama, sottoposti alla sperimentazione perché attratti dall’ingannevole prospettiva di sanità pubblica gratuita. In seguito a questo esperimento, 128 erano morti e tanti altri avevano gravi e incurabili problemi: una catastrofe in piena regola, dimostrazione evidente del razzismo sistemico americano per cui non solo il presidente Clinton si era pubblicamente scusato in una conferenza stampa nel 1997, ma che aveva pure portato a un principio di reparations – indennizzi economici per le famiglie delle persone coinvolte. Oltre a tutte queste cose, però, il TSE ha “generato” anche, almeno, due black super hero.

Supereroi creati, abbandonati e ripresi

Il primo è Isaiah Bradley, il Capitan America nero, apparso per la prima volta in televisione nel secondo episodio di The Falcon and the Winter Soldier, in quella che doveva essere la serie che iniziava la fase 4 del Marvel Cinematic Universe. La storia di Bradley è una delle più tristi dell’intera industria fumettistica americana, una tristezza costruita per riflettere la black experience in America. Bradley è introdotto nel mondo Marvel nel 2003, nella miniserie in sette episodi Truth: Red, White & Black, scritta da Robert Morales. Bradley era parte di una serie di super-soldati creati dall’esercito americano attraverso atroci esperimenti sul corpo degli afroamericani. Bradley fu l’unico a sopravvivere, mandato a combattere i nazisti, tornato vincitore e poi dimenticato, costretto a vivere in un isolamento forzato per 17 lunghi anni. Morales, che era riuscito a offrire uno spaccato unico del rapporto tra esercito e afroamericani, disse di essersi ispirato al TCE, prima di ammettere: “quando sottoposi la storia alla Marvel pensavo che non l’avrebbero mai accettato, per quanto deprimente la storia sembrava. Invece non è andata così”. In The Falcon and the Winter Soldier, Bradley ritrova il suo ruolo da eroe dimenticato, sfruttato da un Paese per cui rappresenta poco più di uno strumento materiale. La differenza sostanziale con il comic è l’epoca d’azione del Capitan America Nero, che in tv pare aver combattuto nella guerra di Corea.

Capitan America – nella cultura pop americana e mondiale – è il coronamento del sogno americano, e la possibilità che esista un Capitan America nero (come nei comic già succede con Falcon) offre rappresentazione a un Paese che diventa ogni giorno meno bianco.

Tuttavia è ciò che Isaiah Bradley rappresenta a essere più rilevante: la scelta di riportarlo in scena in The Falcon and the Winter Soldier non è casuale e ha anzi un significato politico ben preciso, Significa evitare l’erosione di uno dei più importanti ruoli in un comic, nonché di uno dei simboli stessi dell’americanità. Capitan America – nella cultura pop americana e mondiale – è il coronamento del sogno americano, e la possibilità che esista un Capitan America nero (come nei comic già succede con Falcon) offre rappresentazione a un Paese che diventa ogni giorno meno bianco. È a questo che pensa anche Sam Wilson, quando scopre dell’esistenza di Isaiah Bradley: “c’era un super-soldato nero decenni fa e nessuno lo sapeva?”. Il Falcon del MCU cresce in un universo che non ha mai fatto apertamente i conti con Black Lives Matters o nessun tipo di altra lotta per i diritti civili afroamericani, ma nel quale è miope immaginare che un Avenger nero – all’interno di un team quasi completamente bianco – non abbia mai pensato alla sua condizione. O a cosa avrebbe significato per milioni di bambini neri crescere con un super soldato da ammirare. La questione razziale è brevemente anticipata nella scena subito precedente l’incontro con Bradley, in un cui un ragazzino di Baltimora chiede a Sam Wilson se fosse proprio lui “Black Falcon”. “Solo Falcon”, risponde Wilson, da una parte lanciando un’ideale frecciata all’Universo DC – reo di inserire il Black davanti a qualsiasi supereroe nero – e dall’altra normalizzando la propria condizione di americano e supereroe nero, per un attimo trasportando l’idea della double consciousness di W.B. Du Bois all’interno del MCU. Quando Bradley ritorna all’interno di Falcon and The Winter Soldier, lo fa non solo per ricordare gli esperimenti e la damnatio memoriae che il governo americano ha imposto al suo corpo e alla sua anima, ma anche per mettere in discussione l’esistenza stessa di un Capitan America Nero: “non lasceranno mai che diventi Capitan America, e comunque nessun afroamericano che abbia dignità vorrebbe mai diventarlo”.

Altre tracce

Quello di Falcon non è però il primo leading role di un black superhero. Non lo è in assoluto, dove il primato è più sfumato e va indietro almeno ai tempi di Blade o ancora di M.A.N.T.I.S., una serie creata da Sam Raimi andata in onda per una sola stagione su Fox, ma non lo è neanche nell’universo Marvel, dove il primato spetta a Luke Cage. Per quanto possa sembrare strano, anche la genesi di Luke Cage è in qualche modo da ricondurre al TSE. L’origin story di Cage è quella di un ex-carcerato che riesce a scappare di prigione dopo che degli strani esperimenti lo hanno reso un super soldato e dotato di una pelle indistruttibile. Cage si ritrova dunque ad Harlem, dove diventa idolo e protettore di un’intera comunità. Originariamente nato durante la blacksploitation, la versione moderna di Luke Cage ideata da Cheo Cooker è una delle più puntuali e tempestive proposizioni di black superhero in tv. 

La serie è trasportata in una Harlem moderna, profondamente influenzata dall’hip hop – l’intera colonna sonora è ideata da Adrian Younge Ali Shaheed Muhammad del Wu Tang Clan – con un super-cattivo (Mahershala Ali) che si ispira neanche troppo velatamente a Biggie Smalls. La centralità di Luke Cage dipendeva soprattutto dal momento della sua release: il 2016, in quello che è stato ribattezzato come “the blackest year on television” da TV Guide. L’anno di Empire, di Atlanta, di Lemonade di Beyoncé, di un modo cioè di intendere il racconto di storie nere nuovo, moderno, con al centro una narrazione della blackness non condizionata dall’ingerenza bianca. Il periodo in cui abbiamo iniziato a ripetere, sempre con maggior insistenza, il concetto di “unapologetically black”. Ma Luke Cage è stato anche l’eroe giusto al momento giusto, quello con indosso una hoodie – la stessa che, nell’epoca di Trayvon Martin, è eretta a simbolo di una intera generazione di afroamericani. Come ha scritto Charles Moss su The Atlantic: “la serie esplora temi che non sono affatto comuni nell’intrattenimento mainstream, specialmente nel mondo dei comic. Utilizza le tematiche di legacy e paternità per parlare di incarcerazione di massa, e dell’impatto che le politiche sulla giustizia criminale in America hanno sulle famiglie nere”. Luke Cage, pur se non perfetta, era una serie perfettamente moderna. Ciononostante, Netflix ha deciso di cancellarla dopo due stagioni, probabilmente a causa dello scarso successo ottenuto dai Defender, il team di supereroi di cui Cage era parte. Non esiste tuttavia una versione ufficiale della decisione, che ci ha privato di una terza stagione che sarebbe dovuta essere ispirata ai Public Enemy, come Cheo Hodari Coker ha lasciato intuire con un tweet diventato subito virale.

Mettere in discussione il genere

Nel 2015 Noah Berlatsky aveva pubblicato un breve saggio su The New Republic dal titolo “Hollywood Needs a Black Superhero Fit For Ferguson Hera”, “I supereroi sono solitamente avatar della legge e dell’ordine; combattono il crimine”, scrive Berlatsky, “ma il massiccio sistema di giustizia penale del nostro paese, dalle politiche broken windows alle disparità di condanna, discrimina gli afroamericani. Un supereroe nero, quindi, potrebbe essere molto di più di un attore afroamericano con un costume da supereroe bianco. I supereroi neri potrebbero mettere in discussione l’intero genere”. Sfidare lo status quo è esattamente quello che è successo negli ultimi anni di televisione e cinema americano. Black Panther è stato, da questo punto di vista, l’esempio migliore di come la rappresentazione cinematografica mainstream potesse essere influenzata e modellata da una storia di orgoglio nero. Il ruolo di T’Challa all’interno dell’universo televisivo e cinematografico Marvel (l’ormai celebre MCU), come quello di Killmonger nella pop culture, sono lontani anni luce dai personaggi monodimensionali proposti a chi usufruiva di black comic. Il concetto di giusto e sbagliato, di moralità e di rappresentazione sono stati stravolti e decontestualizzati: “Questi personaggi sono re di interi regni, inventori e creatori di tecnologia avanzata. Non stiamo facendo i conti con il dolore nero, con la sofferenza e con la povertà”, ha detto una volta Jamie Broadnax, fondatore di Black Girl Nerds al New York Times. Un’affermazione vera, anche se solo in parte: se si esclude la magnificenza del Wakanda una delle letture più interessanti che si possono fare di Black Panther è la sua volontà di parlare della diaspora africana, la denuncia del black elitism messa in atto in quella che è a tutti gli effetti una elaborazione del black trauma

Sempre più prodotti culturali sono riusciti a fare i conti con quell’idea di rappresentazione. Solo un mese prima dell’uscita di Black Panther, nel gennaio 2018, Netflix trasmetteva la prima stagione di Black Lightning, supereroe dell’universo DC, introdotto per la prima volta nel 1977 come primo leading black super hero. Black Lightning racconta la storia di Jefferson Pierce, un preside di una scuola di Freeland, una città quasi completamente nera, dove Pierce fa i conti con police brutality, gang, disoccupazione e altri problemi che affliggono la comunità. La rilevanza di Black Lightning è da ricercare soprattutto nella peculiare formazione del “team” di supereroi: la famiglia Piece. Thunder e Lightning, le due figlie di Black Lightning, sono entrambe delle metahuman, e questo le rende due tra le principali donne nere nell’universo televisivo dei black superhero. Ad arricchire e rendere più narrativamente complesso Black Lightning ci sono le dinamiche naturali e familiari di accettazione e racconto – Thunder è apertamente lesbica, mentre Lighting vede le responsabilità che derivano dal suo potere in modo diverso dal padre – che hanno reso la serie, ormai alla quarta stagione, una delle migliori rappresentazioni di black trauma familiare. “Black Lightning mette in luce la complessità delle scelte degli afroamericani in risposta alle avversità, e la serie consente ai suoi personaggi di trovare la loro luce nel loro tempo. Non sempre riescono a farlo bene, ma trovano sempre la strada per tornare l’un dall’altro, perché è quello che fanno le famiglie”, ha scritto Malcom Venable su TV Guide, centrando il punto. Black Lightning si concluderà alla quarta stagione, dopo essere stata la prima serie tv incentrata su una famiglia di supereroi neri ad aver raccontato le diverse sfaccettature della black experience: “Quando abbiamo cominciato il viaggio di Black Lighting, sapevo che Jefferson Pierce e la sua famiglia di potenti donne nere sarebbero stati un’aggiunta unica al genere dei supereroi”, ha detto il produttore esecutivo della serie Salim Akil, “i neri vogliono vedersi rappresentati in tutta la loro complessità”.

Direttrici presenti e future

Questo processo è portato alla sua sublimazione in Watchmen. Per il New Yorker “la grande conquista di Watchmen è stato mostrare come i black american abbiamo modellato la storia americana”, per Time Watchmen è la più intelligente storia di supereroi da Black Panther”, per il Washington PostWatchmen è stata la più potente e più nera storia di supereroi mai raccontata in tv”. Tutti questi titoli sono poco esagerati. Watchmen ha raccontato razzismo e soprattutto suprematismo bianco come quasi niente (anche all’esterno del genere) era riuscito a fare, e da una prospettiva quasi completamente black, a partire da una writers’ room di grande spessore – composta, tra gli altri, da Cord Jefferson, Stacy Ossei-Kuffour e Branden Jacob-Jenkins. Il vero “eroe” della serie è un personaggio che non esisteva né nel comic né tantomeno nel film del 2009 ed è una donna nera, Angela Abar (interpretata da Regina King). La sua prospettiva stravolge completamente la serie, anche grazie all’impianto narrativo che Lindelof ha costruito: le vicende della serie sono infatti ambientate 34 anni dopo quelle del fumetto di Moore e Gibbons, ma a Tulsa, in Oklahoma, dove nel 1921 è avvenuto l’omonimo massacro che portò alla fine di quella che veniva definita Black Wall Street. In Watchmen il male ha un nome preciso e può essere combattuto da una donna nera incappucciata che esplora ed elabora il concetto di trauma ereditato. “Cosa sta creando una grande ansia culturale? Per me è l’ansia di una resa dei conti. Non perché ci siano suprematisti bianchi, ma perché sono complice della supremazia bianca. Poiché sono un uomo bianco, ho intrapreso questo percorso completamente diverso nella vita. Quindi quel calcolo, quel processo, l’identificazione della supremazia bianca come un cattivo in un fumetto di supereroi che non poteva essere sconfitto: il Klan indossa maschere, ma perché non sono mai i cattivi in una storia di supereroi? Quelle idee sembravano perfette per i personaggi di Watchmen”, ha detto una Lindelof in una intervista al New York Times. La sua strategia, invece di inserire attori di colore tokenizzandoli per la loro funzione, è stata di criticare apertamente i gusti e le preferenze del genere supereroico per una certa retorica reazionaria e di preferenza per i ruoli maschili.

L’origin story di Luke Cage è quella di un ex-carcerato che riesce a scappare di prigione dopo che degli strani esperimenti lo hanno reso un super soldato e dotato di una pelle indistruttibile. Cage si ritrova dunque ad Harlem, dove diventa idolo e protettore di un’intera comunità.

L’altra fondamentale evoluzione del Watchmen di Lindelof è quella del Dr. Manhattan: più che un supereroe è una specie di Dio, essere soprannaturale che vede e muove tutto. La potenza comunicativa di renderlo un uomo nero – di rendere uno dei personaggi dei comic più potenti di sempre un uomo nero – è auto-evidente e non ha paragoni se non in Black Panther o nella ipotesi di un Capitan America Nero. L’ispirazione principale di Lindelof per la realizzazione di Watchmen è stata, per sua ammissione, la lettura di A Case for Reparation di Ta-Nehisi Coates, che “ha cambiato totalmente la mia percezione della storia degli Stati Uniti. Ha menzionato Tulsa, il massacro di Black Wall Street, di cui non avevo mai sentito parlare. Tulsa mi sembrava proprio Krypton. Sembrava la distruzione di un mondo”. È quasi ironico, così, che proprio Ta-Nehisi Coates sia ora al lavoro con J.J. Abrams per il reboot di Superman che, stando ai rumors di The Hollywood Reporter, dovrebbe includere un Superman nero – che potrebbe essere Calvin Ellis, kryptoniano che arriva da un universo differente rispetto a quello di Clark Kent – interpretato da Yahya Abdul-Mateen II o da Michael B Jordan, che anni fa indicò senza successo alla Warner l’idea di un Superman nero. 
Ma con l’arrivo di un Black Superman, cosa c’è nel futuro televisivo dei black superhero? Aramide A Tinubu su Indiewire sottolinea come non potrebbe esserci un momento migliore: la morte di Chadwick Boseman – e la rinuncia di Ryan Coogler a fare un recast del personaggio –come l’apparente uscita di Ryan Fisher dal ruolo di Cyborg – che nello Snyder Cut ha dimostrato potenzialità di racconto della blackness interessanti – lasciano un buco molto grosso all’interno della narrazione nera dei supereroi. Un buco che sarà riempito certo da Falcon, e dalle sue potenzialità come Black Capitan America, o – in uno sviluppo ancora più interessante – da Shuri e dalle Dora Milanje all’interno del Wakanda (parrebbe esserci infatti una serie sul Wakanda in lavorazione nel MCU), o ancora una evoluzione ulteriore di Miles Morales, dopo lo straordinario successo di Spiderman. Into the Spiderverse. Il tutto nell’attesa di capire cosa sarà degli X-Men, ora che il loro arrivo nel MCU è prossimo. Gli X-Men sono stati tra i primi a introdurre afroamericani tra figure di spicco del loro team, con Tempesta e Alfiere e allo stesso modo lo hanno fatto al cinema, con il ruolo di Tempesta affidato ad Halle Berry. Stan Lee creò gli X-Men nei primi anni Sessanta, concependo la storia come tra le più politiche della Marvel. In un’intervista al Guardian per l’uscita del primo film degli X-Men, disse: “Mi è venuto in mente che invece di essere solo eroi che tutti ammiravano, avrei potuto rendere gli X-Men personaggi temuti e di cui sospettare, che le persone odiassero solo perché diversi. Mi è piaciuta l’idea; non solo li rendeva diversi, ma era una buona metafora di ciò che stava accadendo con il movimento per i diritti civili in quel momento”. D’altronde, come nota David Dennis Jr. su Level, se le origin story dei supereroi sono basate sull’idea che il trauma possa trasformare le persone nella versione migliore (o peggiore) di se stessa, cos’è la black experience in America se non proprio una origin story di un supereroe?


Francesco Abazia

Lavora come project manager e managing editor di nss magazine. Studia ed è affascinato da tutto ciò che riguardi la black culture, di cui ha scritto su Il Foglio, Esquire e Rolling Stone.

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