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Contro la tv

Lunga vita al palinsesto!

Le piattaforme digitali liberano dalle costrizioni degli orari e dai vincoli delle reti, dice il luogo comune. Ma la classica programmazione lineare ha punti di forza difficili da scalfire.

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Questo articolo è apparso per la prima volta su LINK Numero 25 - Contro la tv. Venticinque miti da sfatare del dicembre 2019

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Sono gesti ormai automatici, a cui non pensiamo nemmeno più, una volta acceso uno dei tanti schermi che popolano le nostre case. Ci rilassiamo davanti allo scorrere placido di un programma dopo l’altro, sicuri che non ci sarà interruzione, ma che a contenuto seguirà contenuto, senza soluzione di continuità. Restiamo in attesa dell’istante giusto, del lasso di tempo in cui la nostra trasmissione preferita comincia, in connessione ideale con migliaia o milioni di altre persone. E scorriamo con il telecomando tra decine di offerte parallele, differenti o meno, nell’incessante variazione sul tema che compone la tela dei nostri gusti. Non è difficile ritrovare in queste poche righe, e in queste abitudini abbozzate, i tratti di base della televisione cosiddetta lineare, del classico broadcasting, di un’industria che ruota intorno al palinsesto: il flusso della programmazione, la sincronizzazione di visione, la creatività mixata dello zapping. 

Eppure, se rileggiamo con attenzione, simili regole e stessi criteri valgono, solo con qualche aggiustamento, pure per la fruizione di contenuti audiovisivi on demand, con quelle piattaforme digitali che – a sentire molti, troppi discorsi – parrebbero voler scardinare il palinsesto e annientare la televisione scandita da tempi e modalità tradizionali: invece, i programmi continuano lì a scorrere uno dopo l’altro, grazie a catene di contenuti in sequenza e a raccomandazioni che non ci danno il tempo di finire i titoli di coda; agli orari della messa in onda si affiancano le soglie (sincronizzate alla nazione e al mondo) dei weekend di uscita, delle release sapientemente programmate; e non c’è tutta questa gran differenza tra il vecchio zapping e il muoverci, più o meno con gli stessi tasti, per fare browsing tra i cataloghi apparentemente infiniti, nelle library che affastellano testi eterogenei. Niente da fare, sotto l’apparenza superficiale della disruption, di una rivoluzione alle porte, man mano che la novità si assesta emerge invece chiara una consonanza di fondo. E, come spesso accade, le traiettorie sono ben più complicate e intrecciate del previsto.

Da una parte, fin dai primi anni Novanta, il palinsesto – sia nel mondo, sia in Italia – è stato messo, spesso anche radicalmente, in questione: a ripercorrere il dibattito pubblico e a leggere le analisi di tipo giornalistico, o talvolta anche accademico, la struttura dei programmi e degli altri contenuti sottesa alla messa in onda pare essere diventata il punto debole del piccolo schermo, e l’attacco a essa il grimaldello con cui scardinare abitudini e pratiche fruitive che a lungo sono sembrate immutabili. Di fronte allo sviluppo, all’avanzata e poi allo stabile radicarsi dell’online e dei media digitali nei consumi di ampie porzioni del pubblico, secondo molti il palinsesto è morto, e anche la televisione non si sente troppo bene. L’artigianato del collocare programmi e comporre scalette, la scienza di dare forma e struttura a un’esperienza che poi sarà di flusso, l’insieme articolato di leggi e convenzioni rischia di diventare, nel mondo digitale, poco più di un vecchio arnese, uno strumento arcaico e ormai obsoleto a fronte delle molteplici opzioni rese possibili da piattaforme, strumenti e device che (seguendo le retoriche) mettono in primo piano le capacità di scelta libera e indipendente di un’audience sempre più attiva e partecipe. Dall’altra, però, il palinsesto, come gli strumenti e le tecniche mediante cui è progettato e costruito, non è qualcosa di fisso e immutabile: le regole, le strategie, le abitudini, i tratti distintivi delle reti e della loro programmazione sono piuttosto il risultato di un articolato processo storico, con permanenze e cambi di rotta che dipendono dalla struttura del sistema mediale, dalle pratiche di fruizione, dai progetti e dagli obiettivi degli addetti ai lavori. La variabilità è un suo elemento intrinseco, quasi scontato, e così i ruoli e le tecniche stanno cambiando per tenere conto di un panorama molto differente. Tutto si muove.

Primo movimento. La moltiplicazione dei palinsesti

Certo, negli ultimi decenni, il palinsesto ha trovato opposizione e competizione in una serie di spinte in altre direzioni, con una tendenza centrifuga che ha teso (o almeno voleva tendere) a disgregare le tradizionali modalità di fruizione televisiva, legate a un flusso continuo e a una programmazione più o meno stabile che passa attraverso canali, fasce orarie e consuetudini di collocazione. Il palinsesto è “messo alla prova”, indebolito e ridefinito, da digitalizzazione e convergenza, dallo scardinamento della fruizione domestica, dal moltiplicarsi delle modalità di consumo dei contenuti video, dallo scollamento almeno parziale dalla sincronia del broadcasting. Ancora prima dell’on demand, sono la registrazione su Vhs e poi in digitale, la pay-per-view, i cofanetti Dvd o la pirateria a frammentare e scomporre il flusso tv. Esattamente negli stessi anni, però, ulteriori innovazioni tecnologiche, decisioni istituzionali, politiche e commerciali e scelte creative hanno condotto la televisione, adesso digitale, a un compiuto multichannel: un articolato sistema di reti generaliste e tematiche, targettizzate o di nicchia, gratuite o a pagamento, terrestri o satellitari, “native digitali” o frutto di vari aggiustamenti. Così, mentre da un lato si proclama la fine della televisione, dall’altro, in realtà, il piccolo schermo moltiplica la sua offerta.

Il palinsesto serve da collante, fornisce direzioni, riduce la complessità: rimane un luogo di potere e una palestra professionale cruciale nello scenario tv contemporaneo.

Lungi dal ridurre l’importanza del palinsesto, il passaggio alla multicanalità è stato un’importante sfida per i programmatori e ne ha rafforzato il ruolo nella costruzione di canali e linee editoriali, come nella definizione di brand e posizionamenti. Gli addetti ai lavori hanno dovuto modificare e adattare a un contesto competitivo mutato le regole e le abitudini di lungo corso, andando a mettere in discussione principi, logiche e strategie ormai assodate per continuare a conquistare l’attenzione e l’affezione degli spettatori. Si sono rese necessarie correzioni e sostituzioni, si sono sviluppate pratiche innovative che presto sono diventante le nuove best practices: nelle reti digitali cambia la scansione delle stagioni (meno strettamente legata ai periodi di garanzia), cambia il ritmo delle giornate (con peak time basati sui target), aumentano le repliche (occasioni di rinnovato incontro con il programma, più che “tappabuchi”), i cicli, i blocchi di programmazione omogenea e distintiva, si rafforzano i (pochi) pilastri di ciascun canale, si depongono le armi dell’anti-programmazione per non sprecare in una sola serata risorse preziose.

L’aumento esponenziale dei canali nel panorama digitale e la necessità di ridefinire almeno alcune regole del gioco mostra bene come il palinsesto resti cruciale. Da un lato, la continuità tra generi e programmi successivi va perseguita, consapevoli magari di sacrificare parte dell’audience per tenerne incollato e fedele un segmento definito (e molto prezioso per la rete). Dall’altro, la presenza di un portfolio di canali sempre più ricco e articolato per gli editori e la “cannibalizzazione” da parte di quanto intanto avviene fuori dal televisore sottolineano l’importanza di giunzioni che rendano omogenea un’offerta altrimenti dispersa. Il palinsesto serve da collante, fornisce direzioni, riduce la complessità. E così, nonostante le molte spinte centrifughe, la costruzione delle griglie di programmazione e delle linee editoriali delle reti rimane un luogo di potere e una palestra professionale cruciale nello scenario tv contemporaneo: lo spazio di “addomesticamento” dell’innovazione; l’ambito in cui si esercita la creatività di un broadcaster o di una rete impegnati a farsi conoscere dal pubblico; un insieme di vincoli e consuetudini attorno a cui costruire un’offerta che porti almeno qualche tratto di novità. Cento, mille palinsesti.

Secondo movimento. L’inseguimento ai palinsesti

Se gli ultimi vent’anni hanno visto moltiplicarsi i canali e affinarsi le regole di costruzione dei palinsesti, anche sul versante alternativo della proposta di contenuti audiovisivi on demand quella che era iniziata come un’alterità radicale, un’opposizione netta ed esplicita ai modelli classici di broadcasting, sulla media e lunga distanza sta rivelando qualche sfumatura in più. Dopo lo sforzo muscolare di rottura di un ordine costituito, una volta entrate nelle abitudini quotidiane di un pubblico sempre più ampio, le piattaforme digitali si stanno man mano accorgendo del fatto che quelli che parevano vincoli finalmente superabili in realtà erano legati a bisogni, voglie e necessità profonde degli spettatori: nella competizione sfrenata, meglio non gettare via il bambino con l’acqua sporca. Vale a dire, meglio tenersi strette quelle caratteristiche dei palinsesti che risultano funzionali: alla modalità di fruizione, alla spinta creativa, al modello di business. Dopo la fuga in avanti, comincia la fase due, di inseguimento e imitazione.

Di fronte all’abbondanza e sovrabbondanza dell’offerta, alla disponibilità di library sempre più ricche e a un’ampia produzione originale, anche il non lineare è costretto a ricorrere a un principio ordinatore, in aggiunta o in alternativa alle proposte dell’algoritmo: ed ecco allora il fiorire di liste e gruppi in cui si possono presentare e organizzare i contenuti, in modo non dissimile dai blocchi di programmazione; ed ecco talvolta la realizzazione di canali “artificiali” con il solo scopo di consentire un’altra via di accesso ai film e alle serie altrimenti sepolte nel catalogo; ed ecco ancora sistemi di referenze, segnalazioni e consigli che aiutino a mettere in fila i titoli altrimenti dispersi di un deposito infinito, spesso inafferrabili per un utente che non sappia già precisamente cosa vuole. Ordine e disciplina, insomma.

Di fronte al caos della visione dove, quando e come si vuole, alla troppa libertà che rischia di diventare un impegno gravoso, o addirittura un “blocco dello spettatore”, anche il non lineare torna a ipotizzare più di una forma di sincronizzazione, forte o debole, per costruire comunità di visione, per ricreare in provetta un meccanismo di pressione sociale, per sfuggire agli spoiler o – più temibile – all’indifferenza verso le nuove uscite: ed ecco allora il recupero dell’aggancio di alcune narrazioni alle temporalità del pubblico, a seguire i ritmi della vita quotidiana e delle feste comandate (proprio come i network); ed ecco allora la programmazione attenta dei weekend di uscita, delle release spesso annunciate con largo anticipo per creare attesa e portare gli utenti al binge watching già nei primi giorni; ed ecco allora quelle infografiche con la pianificazione di quanto sarà disponibile sulla piattaforma ogni mese, che ricordano da vicino le paginate di programmi sui giornali e riviste; e ancora, persino, ecco il ritorno in sordina alla programmazione settimanale, un episodio per volta, per centellinare il contenuto e stimolare previsioni e discussioni, evitando il rischio di sparire dal radar in poche ore o pochi giorni.

Ancora, di fronte al rischio di perdere spettatori in una competizione sempre più sfrenata per il loro tempo e attenzione, che sia contro il sonno (come dichiarato dalle parti di Netflix) o più prosaicamente contro tutti gli altri fornitori di contenuti, informazioni e prodotti mediali, tv tradizionale compresa, anche il non lineare si accorge di alcuni vantaggi del classico broadcasting e cerca di declinarli per fidelizzare l’ascolto, per incollare a lungo lo spettatore sul divano, per farlo tornare ancora e ancora sulla piattaforma: ed ecco allora che il flusso uscito dalla porta rientra dalla finestra, sotto forma di tasto skip per le sigle di testa e di chiusura dei programmi, di episodi successivi che cominciano appena chiuso il precedente (nelle reti lineari lo chiamavano back-to-back), di suggerimenti immediati, singoli o multipli, appena terminata la visione integrale di un titolo, e così via. Non c’è nemmeno più la pubblicità a permettere un cambio di canale: o, meglio, la pubblicità si trasferisce dentro ai singoli contenuti, e il mescolarsi di programmi e spot diventa una costante ibridazione e sovrapposizione.

Certo del palinsesto non rimane proprio tutto, nell’arena ribollente delle piattaforme digitali, ma il fondato sospetto è che le sue funzioni siano in qualche modo surrogate. Il salto dalla composizione delle griglie di programmazione alla curation delle library digitali non è così ampio: ci sono playlist da costruire, linee editoriali da seguire, blocchi di contenuti.

Certo del palinsesto televisivo non rimane proprio tutto, nell’arena ribollente delle piattaforme digitali, ma il fondato sospetto è che le sue funzioni siano in qualche modo ricostruite, surrogate. Il salto dalla composizione delle griglie di programmazione all’accorta curation delle library digitali non è così ampio: ci sono professionisti, gli uomini e le donne dietro agli algoritmi, ci sono playlist da costruire, ci sono linee editoriali da seguire, ci sono blocchi di contenuti e necessità degli spettatori. Tutto torna.

Terzo movimento. La forza resistente dei palinsesti

I palinsesti aumentano di numero, e persino di forza. Le piattaforme digitali traggono più di uno spunto dalle logiche della programmazione lineare. Come la tv, del resto, il palinsesto è ancora lì, e vi resterà a lungo: è uno strumento cambiato, al centro di mutamenti e cambi di pelle costanti, ma inaspettatamente resistente, capace di ritagliarsi un nuovo valore e uno spazio differente nel rinnovato scenario mediale. La presunta crisi del palinsesto ne svela in realtà i suoi grandi punti di forza, quali la varietà e la capacità di coinvolgere e interessare un pubblico che non è detto che abbia la voglia, la forza o solo l’intenzione di scegliere e di specializzarsi. La complessa sfida della televisione contemporanea è allora di ricostruire un flusso disperso, di offrire appuntamenti di visione e scelte più facili, di mantenere centralità.

In primo luogo, attraverso il palinsesto il mezzo televisivo può sottolineare (e persino imporre, talvolta) una sincronizzazione, fissando temporalità, abitudini e appuntamenti condivisi per l’intera platea nazionale o, in modo più ridotto, per singoli gruppi e comunità. La regolarità di messa in onda, l’ordine a partire da elementi compositi, la puntualità sono tratti del palinsesto che conservano validità, sia pure in modo non più esclusivo. Si pensi agli eventi sportivi e spettacolari, all’informazione e al rito del tg della sera (rigorosamente alle 20), o alla forza della diretta. E ogni programma può diventare un appuntamento da non perdere, un’esperienza da condividere insieme, un contenuto da vedere per parlarne il giorno dopo con amici e colleghi davanti al watercooler (il distributore d’acqua, in Italia la macchinetta del caffè), un tassello per sentirsi parte della comunità. Accanto allo scardinamento temporale del non lineare, altre piattaforme digitali, da Twitter a Whatsapp, si nutrono di materiale tv, trovano nel commento social la ragion d’essere profonda: e per questo servono la sincronia, l’appuntamento, un presente condiviso.

Una seconda funzione cruciale del palinsesto è poi di fornire una bussola, uno strumento di orientamento in un panorama complesso, caotico e sovrabbondante, dove è facile perdersi (e anche perdere contenuti potenzialmente interessanti). Di fronte all’information overload, alla complessità di un’offerta in costante evoluzione e perennemente aggiornata, la griglia della programmazione rimane un approdo sicuro. Lo spettatore rinuncia, almeno in parte, alla sua libertà potenzialmente infinita di selezione dei contenuti – comunque faticosa, dispendiosa in termini di tempo e risorse – e si affida alle mani esperte e sapienti di chi compone i palinsesti. Se l’on demand e la tv tematica sono lo spazio della specializzazione, quella generalista o le reti rivolte a target e comunità di interesse hanno una funzione diversa, il ruolo di guida, accompagnatore, selezionatore di proposte interessanti. Il palinsesto può evitare allora il rischio della “balcanizzazione” e della filter bubble, il ripiegarsi dello spettatore su se stesso e su quello che è già sicuro di apprezzare, e offre il rischio (e spesso la soddisfazione) della sorpresa.

Il terzo punto di forza è quello della selezione, un valore che sta sia nella proposta una tantum del singolo programma, sia nella composizione di percorsi adatti e coerenti, nella garanzia di un’offerta adeguata. Una linea editoriale, la capacità di presidiare territori e di esplicitare in modo chiaro una promessa per lo spettatore, l’identità grafica e contenutistica e il brand di rete sono tutti snodi cruciali che soli possono garantire la rilevanza e il successo di una proposta televisiva. Affidarsi a una guida serve, da un lato, a lasciarsi stupire, a incontrare qualcosa di nuovo, a vedere per la prima volta, valutare e soppesare ciò che ancora non si conosce (e che in un secondo momento si potrà cercare altrove); e dall’altro ad avere il privilegio di non dover scegliere, di lasciarlo fare a qualcun altro. In fondo, magari non sempre ma almeno in alcune occasioni, siamo tutti couch potatoes, consumatori pigri di una tv che ci piace sentire e vedere scorrere, continua e rassicurante, soltanto in parte influenzata dallo svogliato pigiare dei tasti del telecomando. Il piccolo schermo, oltre a popolare le nostre giornate e i nostri anni di eventi e rituali, di appuntamenti e bisogni seriali, di fedeltà inattese o perseguite con decisione, ha la formidabile capacità di non chiedere al suo spettatore nulla di più di un momento libero, più o meno ampio.

La grande abbuffata degli ultimi anni, di contenuti, canali e piattaforme, ha pertanto nel palinsesto, in progress eppure sempre cruciale, il suo migliore correttivo: da moltiplicare, da inseguire, da conservare. Sono due facce della stessa medaglia, apparentemente in conflitto, in realtà perfettamente simbiotiche. Quel principio ordinatore a cui si è dato scherzosamente, settant’anni fa, il nome di antichi manoscritti pieni di stratificazioni, cancellature e ripensamenti, resta il migliore indizio di un’umanità profonda che nel contesto digitale resiste e permane: quella di chi compila i palinsesti o le playlist, quella di chi ne fruisce quanto e più di prima. Per questo, la migliore garanzia della futura rilevanza dei palinsesti, e con questi della televisione di massa e di flusso, sta nelle sue ragioni umane, troppo umane: il bisogno di stare insieme e sentirci parte di una comunità che si muove all’unisono; il desiderio di essere sorpresi e di una possibile passione inattesa, imprevista; o la voglia, sacrosanta, di essere pigri.


Luca Barra

Coordinatore editoriale di Link. Idee per la televisione. È professore associato presso l’Università di Bologna, dove insegna televisione e media. Ha scritto i libri Risate in scatola (Vita e Pensiero, 2012), Palinsesto (Laterza, 2015) e La sitcom (Carocci, 2020), oltre a numerosi saggi in volumi e riviste.

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