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Divagazioni

L’intelligenza del futuro

Il futuro è arrivato, e non è proprio come lo immaginavamo: tutto ci sembra, in qualche modo, normale. Dove sta allora la rivoluzione? Forse nei marchi che ci parlano. Ma è solo una fase.

Ecco! Siamo finalmente nel futuro a cui ci hanno preparati. Tutto il nostro immaginario punta ad adesso, dopo che abbiamo visto tutti i titoli dei film passare man mano nelle cifre degli anni che trascorrevano. Dovrebbe essere tutto straordinario e avventuroso. E invece cosa vediamo? La gente si sveglia, fa colazione, e va a lavorare lamentandosi di qualche problema molto poco fantascientifico (il traffico, la fidanzata/o, le cose da fare), affronta le sue piccole disgrazie comuni, si svaga un po’ e va a dormire. E intanto ci sono i robot su Marte. Vi sembra normale? A me sinceramente no.

Personalmente, mi irrita pensare che qualcuno possa vivere un’esistenza scialba in tempi come questi. “Non è mica come nei film”, mi viene spesso risposto, e da un lato è vero: c’è sicuramente un conflitto formale tra la realtà quotidiana e il linguaggio cinematografico. I film durano un paio d’ore, e non pranzano così spesso come facciamo noi, pare. Ma credo che il problema sia un altro. La maggior parte delle volte che ci troviamo in delle situazioni incredibili, semplicemente, non ce ne accorgiamo. Se anche una sola volta nella vita hai fatto qualcosa di emozionante, prova a guardarti indietro, e con il distacco di oggi vedrai meglio quanto era pazzesco quel momento. E se riesci a ricordarti come ti sentivi all’epoca, ti accorgerai di quanto tutto sembrava, allo stesso tempo, completamente normale.

Eccezione e normalità

Probabilmente i migliori scrittori di fantascienza sono quelli che riescono a fare l’opposto: cogliere quell’anomalia dell’oggi che è sotto gli occhi di tutti, e mostrarla proiettata in un domani immaginario. Non è una qualità così diffusa. Qual è, dunque, l’anomalia invisibile del 2021? Se mettiamo gli occhiali della fantascienza classica, i viaggi su Marte sono già passati dalle prime pagine dei quotidiani alle pagine di società e cultura, e tra poco saranno relegati alle curiosità. È quasi deprimente realizzare quanto si annoiano a raccogliere sassi, quei poveri robot che dovrebbero essere la punta di diamante della nostra tecnologia. Forse con gli occhiali a specchio della fantascienza cyberpunk andrà meglio. Ho passato parte dell’adolescenza a leggere e rileggere la prima trilogia di William Gibson: le luminose piramidi di dati del cyberspazio, gli impianti cibernetici, le cupe città illuminate fiocamente solo dallo sfarfallio del neon. Ora posso anche dire di aver passato parte della mia età adulta nel vedere lo stesso immaginario degradato rispettivamente in: cumuli di pettegolezzi e autoscatti; chirurgia estetica per persone complessate; efficienti illuminazioni a led. 

Siamo nel bel mezzo di una pandemia globale. E cosa vediamo? La seccatura di non poter andare in giro la sera, il problema di chi si mette la mascherina con il naso di fuori, i giovani che si assembrano sotto gli sguardi intimidatori degli anziani. Solo per un mesetto abbiamo provato tutti un po’ di sano e intenso feeling distopico, e subito si è tutto impiastricciato di noiosa quotidianità.

Se vogliamo, per scrupolo, anche provare il genere “futur-catastrofistico”, ecco che siamo nel bel mezzo di una pandemia globale. E cosa vediamo? La seccatura di non poter andare in giro la sera, il problema di chi si mette la mascherina con il naso di fuori, i giovani che si assembrano sotto gli sguardi intimidatori degli anziani. Solo per un mesetto abbiamo provato tutti un po’ di sano e intenso feeling distopico, e subito si è tutto impiastricciato di noiosa quotidianità. Ma effettivamente, questi che ho elencato finora sono solo gli aspetti più superficiali. Ci sarà certo qualcosa di molto più iperbolico dietro al fatto che un sacco di gente ha ricominciato a spendere soldi per andare su altri pianeti. Ma per saperne di più dovrei andare a parlare con qualche addetto ai lavori.

Sul genere catastrofista non mi sbilancerei su un approfondimento: in questo periodo, basta pochissimo per incastrarsi in ipotesi complottiste. Forse è il cyberpunk l’unica cosa che si può approfondire agevolmente, dato che in fin dei conti si trattava di vicende dell’uomo di strada. Comunemente, di William Gibson è rievocata soprattutto l’estetica dei primi romanzi – lo sprawl sozzo solcato da cowboy della console cyberspaziale, alle prese con pericolosi ceffi dotati di impianti cibernetici. Ma c’è un aspetto più profondo che si snoda nella prima trilogia: dalla brodaglia primordiale dei dati che popolano il cyberspazio nasce l’autocoscienza. Le intelligenze artificiali diventano un’entità autonoma, su un piano della realtà parallelo e superiore al nostro, acquistando di fatto la forma di strane divinità. Ma questo aspetto trascendente non si trova solo nei classici di Gibson, è un aspetto che permea tutto questo genere di narrativa. Se visto con ottica orientale, è facilmente accostabile all’epifania mistica buddhista, e difatti è resa benissimo anche nel primo Ghost in the Shell (o, con metafore diverse, anche nel finale di Akira di Katsuhiro Otomo). Singolarità è un termine che torna spesso, inteso come sopravvento di un’intelligenza superiore all’uomo, generata dalla stessa tecnologia umana.

Dove sono oggi gli Dei del Futuro, quindi? Guardando quel che succede su internet, verrebbe da dire che siamo finiti su una strada completamente diversa. Ma forse ancora non stiamo guardando la realtà dalla giusta angolatura. Forse quelle entità sono già qui, sotto i nostri occhi, ma non riusciamo a vederle. Per cercare le divinità di una qualsiasi epoca, la storia ci insegna che basta guardare gli edifici più alti di quel particolare periodo. Anticamente, totem, ziqqurat e piramidi. Poi chiese, moschee e templi, seguiti da castelli baronali. Infine, i grattacieli delle grosse società. No, non sto andando a parare nel vecchio discorso – oh, quanto è materialistica la nostra società –, vorrei solo invitarvi a guardare meglio. Se fosse proprio là il brodo primordiale dal quale nascerà l’intelligenza semidivina del futuro?

A voce

Come ce ne possiamo accorgere? Stando ai classici delle religioni, il modo più classico con cui la divinità inizia a comunicare con i comuni mortali è: parlandoci. Quasi tutti i profeti hanno sentito la voce del Dio, o degli Dei, prima che si manifestassero in altre forme. Come dovremmo interpretare dunque il fatto che qualche anno fa tutti i dispositivi elettronici hanno deciso che era ora di parlare con noi sotto forma di assistenti vocali? Non possiamo chiamarla certo epifania, suonerebbe blasfemo o addirittura squilibrato. Ma probabilmente anche Giobbe o Elia sarebbero stati mandati da “uno bravo” se avessero già avuto gli psichiatri ai loro tempi. Ma guardiamo l’entità, non la forma fisica. Non è Alexa, l’iPhone o il pc a parlarci, ma sono Amazon, Apple e Google.

Cosa succederà quando i grossi brand multinazionali diventeranno anche solo adolescenti? Probabilmente, si ribelleranno. E questo forse sta già accadendo. Poi, verrà la fase in cui vorranno essere indipendenti e ci chiederanno – o si prenderanno – i loro legittimi diritti di indipendenza.

Il nostro immaginario arcaico tende a figurarsi le aziende e le multinazionali come uffici fatti di persone sedute alla scrivania, ed eccoci ancora ciechi di fronte al miracolo che ci sta accadendo davanti. Il brodo primordiale più ricco e complesso oggi esistente è costituito dal vasto oceano del Mercato Finanziario, con le sue oscure correnti imprevedibili, i moti improvvisi e le entità societarie che, a osservarle da vicino, sembrano muoversi secondo leggi che sono più vicine alla zoologia che alla banale aritmetica. Il darwinismo dei mercati è un luogo comune, e come tutti i luoghi comuni si fa presto a non prestarci attenzione. Non è solo “vince il più forte”. Piuttosto, a quale punto è arrivata l’evoluzione?

Stando alle ultime novità in fatto di marketing, pare che oggi i brand siano costretti, per sopravvivere, a creare un legame simbiotico con noi umani. Devono empatizzare con noi, in modo da integrarsi nei nostri network sociali, così che noi possiamo affezionarci, e soprattutto dare loro da mangiare. Sono ancora domestici, e sono costretti a sviluppare una personalità, scimmiottandoci. D’altronde è una pratica comune anche presso diverse specie animali, anche se c’è da dire che osservare un brand che si comporta in questa maniera è piuttosto imbarazzante, spesso anche penoso. Ma se fosse soltanto una fase della loro crescita? Una specie di infanzia? Cosa succederà quando i grossi brand multinazionali diventeranno anche solo adolescenti? Probabilmente, si ribelleranno. E questo forse sta già accadendo. Poi, verrà la fase in cui vorranno essere indipendenti e ci chiederanno – o si prenderanno – i loro legittimi diritti di indipendenza. Oppure, stando a come viene più comunemente descritto l’avvento della singolarità, si manifesteranno direttamente come Divinità superiori dettando delle leggi (e secondo molti, siamo già ben oltre questa fase). Quel che possiamo fare noi, come umani di questo film di fantascienza, è in ogni caso capire come vogliamo averci a che fare.

Lascerei da parte l’approccio catastrofista passivo, insieme al complottista paranoico. Credo che, avendo facoltà di decidere, convenga scegliere di non deprimersi nella vita. Una volta svezzati, starà ai brand decidere se vorranno assisterci amorevolmente sul nostro Viale del Tramonto, parcheggiarci in qualche ospizio, oppure (bisogna considerare tutti gli scenari) eliminarci. È una scelta che dobbiamo rispettare, ma che forse possiamo anche guidare, se iniziamo oggi. Nessun analista di mercato ci può guidare ora, le fredde teorie pedagogiche da sole fanno crescere solo gente disturbata. Un sano e biologico istinto genitoriale potrebbe essere, per quanto semplice, la soluzione migliore. Sono ancora cuccioli, trattiamoli con affetto e quando vorranno correre, lasciamoli andare. E poi, viviamo serenamente il tempo che abbiamo pensando ad altro: l’Era del Pensionamento, quando si sta bene, mi pare essere una gran cosa.


Dr. Pira

Giovane promessa dell’atletica, dopo un terribile incidente decide di dedicarsi al fumetto. Nonostante abbia lavorato con numerose riviste, televisione e grandi nomi dello spettacolo (da Luca Guadagnino a Fedez a Elio e le Storie Tese), rimane noto per avere abbassato gli standard tecnici della Nona Arte con I Fumetti della Gleba, il più longevo fumetto online italiano.

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