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Frammenti

La provincia, il Mac e Pietro Taricone

La televisione, la sua storia, ma anche i ricordi, le vite di tutti noi. Un intreccio costante. Prosegue il percorso d’autore attraverso i decenni. Con Steve Jobs, il Grande fratello, ciò che cambia e che resta.

Comunque, il Grande fratello comincia il 24 gennaio 1984, e non il 16 settembre 1999, data storica perché in Olanda, sull’emittente Veronica, andava appunto in onda la prima puntata di Big Brother. Tra l’altro, parentesi, già raccontare l’ascesa di Veronica – che nasce come radio pirata olandese (trasmetteva prima da una nave, poi da acque internazionali) e poi (nel 1995) abbandona le frequenze radiofoniche e confluisce in una joint-venture con altre società e diventa Holland Media Groep, gruppo nell’ambito del quale John de Mol (con la sua azienda) inventa il format Big Brother (che sarà poi venduto in 40 Paesi) – ci aiuterebbe a capire come e perché a partire dagli anni Settanta stavano cambiando le cose. Ma per fissare un punto di partenza atteniamoci al 24 gennaio 1984, anche perché io c’ero, avevo da due giorni compiuto 18 anni e l’ho visto, l’arrivo del computer Macintosh, dico. 

Preceduto due giorni prima, il 22 gennaio, dallo spot promozionale girato da Ridley Scott e trasmesso un’unica volta in tv in una pausa del Super Bowl (ovvio, all’epoca mica lo vidi, dovetti aspettare una rassegna di spot andata in onda su Raitre). Quello spot diceva a noi tutti: Orwell si è sbagliato, il 1984 sarà l’anno della liberazione della creatività delle masse. Certo, ci sarebbe da discutere sull’ambiguità del messaggio: per liberare le masse dal conformismo del grande fratello (il dittatore di Oceania nel romanzo di Orwell, che tra l’altro non ci viene spiegato se esiste o meno), arriva il Macintosh che tutto è tranne open source (e così è ancora oggi), ma va bene, all’epoca erano dettagli da poco. Quello che contava era altro. Ci avevano detto (sociologi francofortesi e intellettuali vari) che la gran parte di noi avrebbe vissuto nel conformismo. Imposto dalla politica, dalla religione, dalla società tout court. O, ancor peggio, costruito dalla società dei consumi. Ma, a proposito di consumi, sapete che c’è, a noi gli anni Ottanta cominciavano a piacere: e sì, ci piaceva consumare, viaggiare, ascoltare musica, leggere, anche indebitarci (e infatti questo facemmo, ci indebitammo), nella sostanza scommettere su noi stessi.

In poche parole, volevamo esserci, qui e ora, non aspettare troppo, né fidarci di redenzioni religiose, al contrario contare qualcosa, raccontare la nostra storia. Sì, perché a proposito di storia, quello spot del 1984 mi suggeriva un cambio di passo. Mio nonno, mio padre i miei avi contadini la loro storia non erano riusciti a raccontarla, e nemmeno gli scrittori avevano provato a farlo per loro (almeno non tutti). 

In provincia bastava poco per diventare personaggio – che poi non significava autorevole, andava bene anche buffo, capa di merda o altro, l’importante era diventare parte integrante del bar, amato, odiato, commentato. Perché non sfruttare quella condizione provinciale e trasformarla in vocazione televisiva?

Invece, a partire simbolicamente dal 1984, un po’ il Macintosh che prometteva creatività per tutti, un po’ il cambio di passo, io e quelli della leva del ’66 cominciavamo a pensare che sì, potevamo essere creativi, fare di noi stessi un racconto, un capolavoro (per citare Oscar Wilde). La provincia aiutava: stai sempre al bar, parli e ti esponi, diventi personaggio con poco, alla fine, passa e ripassa per le strade, tutti sanno tutto di te e tu di loro. Cosa altro è se non intimità diffusa e controllo sociale? In provincia bastava poco per diventare personaggio – che poi non significava autorevole, andava bene anche buffo, capa di merda o altro, l’importante era diventare parte integrante del bar, amato, odiato, commentato. Insomma perché non sfruttare quella condizione provinciale e trasformarla in vocazione televisiva? 

Quindi, riassumendo, sia la promessa di creatività diffusa sia i nuovi consumi identificavano un nuovo ceto popolare e medio: ora negli anni Ottanta potevamo permetterci di forzare il cerchio provinciale – viaggiare all’estero, per esempio, con economici charter. Ne ricavavamo una sensazione nuova, eravamo dei viaggiatori e non spettatori di viaggi altrui. Aggiungi la fisiologica condizione provinciale e la ricetta è pronta: c’erano gli ingredienti per conquistare l’etere.

Capite bene che, con questa storia alle spalle, quando Eugenio Scalfari in un editoriale (era il 16 giugno 2000) su Repubblica, commentando la preparazione della prima edizione italiana del Grande fratello (in onda dal 14 settembre al 21 dicembre 2000), gridò alla fine della poesia e del romanzo e pure del giornalismo e prospettò lo spogliarello in diretta (le mutande e le dita nel naso), noi con quella storia alle spalle, i consumi degli anni Ottanta e i bar provinciali che d’accordo non erano quelli di via Veneto che Scalfari frequentava, ma nemmeno erano così male, abbiamo detto: “Egregio Direttore, scusi tanto, ma finora noi abbiamo ascoltato lei, le sue opinioni, i suoi viaggi, il racconto della sua vita, i suoi amori, ora ci faccia la cortesia: ci ascolti! Abbiamo o non abbiamo diritto di rappresentanza? Abbiamo il Mac e diritto alla creatività e visto che la base democratica si è finalmente allargata, possiamo parlare e apparire pure noi o dobbiamo sempre basarci sulle opinioni delle élite? Se è così, ditecelo, ci mettiamo l’anima in pace e di democrazia non parliamo più”. Insomma – dicemmo a Scalfari – vediamo che succede no? All’inizio non garantiamo raffinatezza, ma poi la vita quando mai lo è? In effetti la raffinatezza non la trovammo. Certo, uno dice: sì, ma i contenuti? La qualità? Quegli insopportabili spin-off che vedevano i protagonisti del Grande fratello opinionisti in tutti i programmi? La micromegalomania di alcuni?

Con il Mac in cantina e le velleità creative, ci eravamo dati alla scrittura, alla poesia, alla sceneggiatura, alcuni di noi erano autori televisivi, e sì, ci sentimmo spodestati. Nelle puntate del Grande fratello la realtà caotica fluiva, con effetti d’avanguardia: i tempi morti, le frasi smozzicate, i dialoghi insensati, il linguaggio del corpo, gli umori che salivano e scendevano.

Vero, niente di indimenticabile, ma quello che il Grande fratello invece garantì fin dalle prime battute fu uno straordinario effetto di realtà. Ce ne accorgemmo eccome, noi della classe 1966 (e altri 16 milioni di telespettatori). Con il Mac in cantina e le velleità creative, ci eravamo dati alla scrittura, alla poesia, alla sceneggiatura, alcuni di noi erano autori televisivi, e sì, ci sentimmo spodestati. Nelle puntate del Grande fratello la realtà caotica fluiva, con effetti d’avanguardia: i tempi morti, le frasi smozzicate, i dialoghi insensati, il linguaggio del corpo, gli umori che salivano e scendevano, tutta la narrazione aveva il timbro dell’autenticità. Prendi il racconto di Rocco Casalino sulla morte di suo padre, che vuoi dire: una confessione autentica. E la sequenza del bacio tra Pietro Taricone e Cristina Plevani? Semplice e coinvolgente. Niente di artefatto, tantomeno costruito, poche battute alla Cechov (mi vorresti dare un bacetto, piccolo così? Un approccio casertano, commentammo orgogliosi, noi che eravamo di Caserta), e i gesti, lei che fuma seduta sul gradino, Taricone che arriva da dietro, gli sguardi che si lanciano, imbarazzo e desiderio insieme. Poi Taricone che costruisce una tenda (come fai a farlo qua? chiede Cristina). Noi che eravamo scrittori sceneggiatori ci domandammo: ma mica, attratti dai racconti di Scalfari, costruiamo storie basandoci su stereotipi? Meglio guardare giù in basso, lì sì che c’è materia viva. Imparammo molto, sarà il Mac, la creatività diffusa, velleitaria o meno, la provincia da cui venivamo, ma scoprimmo una parte del paese che ignoravamo.

Oh! Andrebbe raccontata l’innovazione tecnologica. C’erano solo 20 telecamere durante la prima edizione e siamo finiti col contarne 120, tra cui presidiate, remotate, action cam e verticam. Ci sarebbe da raccontare anche l’innovativo sistema di produzione, con più squadre, più reparti tutti impegnati nella stessa partita. Però siccome il Grande fratello si è aperto con Pietro Taricone (che a un certo punto della sua carriera, fuori dalla casa, rifiutò di interpretare il ruolo di Taricone, cosa non facile visto il successo: ricordo ancora l’asse mediano trafficatissimo, dalla periferia del napoletano correvano tutti a piazza Vanvitelli a Caserta, erano in 3000, il 31 dicembre 2000 per vedere Taricone dal vivo, da poco uscito dalla casa) e Cristina Plevani, meglio chiudere, appunto, con le parole di lei. Perché dopo vent’anni dal GF, il 19 gennaio 2020, Barbara D’Urso mandò in onda un tributo a Taricone, ebbene, Cristina abbandonò lo studio. Motivo? “Perché commuovermi lo trovavo fuori luogo, fuori tempo e irrispettoso nei confronti di chi ha più diritto di me di piangerlo”. 
Come dire, una cosa è la vita che scorre davanti a tutti durante il Grande fratello, una cosa è la morte, lì c’era la vera intimità, difatti la morte è irrappresentabile, e Cristina Plevani abbandonando lo studio ha salvato l’intimità, la sua e la nostra, che poi è un modo di far poesia, anche se, d’accordo, ci sono quelli che rimpiangono i vecchi poeti del tempo che fu.


Antonio Pascale

Giornalista e scrittore, vive a Roma. Scrive per il teatro e la radio. Collabora con Il Mattino, Lo Straniero e Limes. Tra le sue opere: La città distratta (L'ancora del mediterraneo 1999), La manutenzione degli affetti (Einaudi 2003); S'è fatta ora (Minimum Fax 2006), Le aggravanti sentimentali (Einaudi 2016).

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