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Intrattenimento

I nuovi velina e calciatore

Da Kim Kardashian e Kanye West a Tony Effe e Giulia De Lellis, passando ovviamente per i Ferragnez: l’amore ai tempi dell’algoritmo ricalca il vecchio copione velina-calciatore, ma stavolta sono i trapper e le star dei social a riscrivere l’estetica della coppia vip.

“Elisabetta Canalis? Me la passò al telefono Iacchetti. Menava di brutto Eli quando la facevo arrabbiare” scrive Bobo Vieri nella sua biografia Chiamatemi Bomber. Poi, diversi anni dopo, Canalis si lascia andare all’interrogatorio di Francesca Fagnani, lei che belva lo è sempre stata anche prima del format, e confessa che rigò la macchina del suo ex fidanzato, storico attaccante dell’Inter, scrivendoci sopra la dolce frase “figlio di puttana”. Archetipo della combinazione calciatore-velina, Bobo ed Eli, colonne portanti della cultura ultra-pop italiana: con loro, Francesco Totti e Ilary Blasi – anche se, per essere precisi, trattasi di letterina –, Melissa Satta e Kevin Prince Boateng, Federica Nargi e Alessandro Matri.

“È la scritta Calvin Klein, è la firma D&G tatuata sugli slip sopra la vita dei jeans che quest’anno va bassa, va bassa” cantavano i Baustelle, mentre il canone estetico del Duemila si costruiva sulle paparazzate al binomio amoroso eretto a simbolo dell’intrattenimento, televisivo, giornalistico, gossipparo, l’affinità elettiva che diventa aspirazione, ma anche bersaglio di facile critica di costume. Il calciatore e la velina, tirati in ballo per fare facile deprecatio temporum, testimonial della moda che attraversano, trend setter di un’epoca di verticalità che ha fatto da ultimo colpo di coda del Novecento. Quanto resta di questa dimensione estetica, in cui la celebrità si incontra per raddoppiare il suo valore, nella comunione di una carriera che ha come fine ultimo quello di intrattenerci, anche nell’intimità delle vicende personali. Come sappiamo, la materia non si è distrutta, nonostante tanti simboli e altrettante realtà siano tramontate con l’arrivo del tornado internet, compreso il senso stesso di celebrità. Oggi, come ieri, sopravvive una certa idea di corrispondenza di amorosi sensi per Very Important People: cambia il paradigma, resta il sintagma, tramontano le veline, nascono le tiktoker, passano di moda i calciatori, sbancano i trapper. Tutto, chiaramente, in nome dell’amore.

Bound 2

Nel 2013, Kanye West non era ancora l’intellettuale organico del governo Trump ma uno dei rapper più stimati del mondo. La tendenza a far esporre pubblicamente le grazie delle proprie compagne, però, era la stessa anche ai tempi dell’album Yeezus, forse apice della sua carriera in termini di creatività, e se oggi Bianca Censori gira seminuda con un cuscino per coprire i luoghi dove non batte il sole, dodici anni fa Kim Kardashian cavalcava una motocicletta in topless insieme a lui per il video di Bound 2, forse uno dei più parodiati della storia della musica recente.

Kim e Kanye, uniti sotto il segno della palette nude, stanno agli anni dieci del Duemila come Jane Birkin e Serge Gainsbourg stanno agli anni sessanta del Novecento, un rapporto di mutua ispirazione che genera aspirazione.

Da Seth Rogen e James Franco a South Park passando per il SNL, se la presa in giro di un prodotto culturale di massa è la cifra per comprenderne la portata in termini di impatto allora quel videoclip supera abbondantemente la soglia del cult. Oltre alla composizione filmica volutamente naif, tra green screen e immagini pacchiane, e alla traccia composita con la campionatura dei versi ammiccanti “Uh-uh honey” che sembravano pronunciati da Kim in persona – in realtà era la voce di Brenda Lee in Sweet Nothin’s pubblicata nel 1959 –, il videoclip di Bound 2 sancisce ufficialmente l’unione di una delle coppie, o forse della coppia per eccellenza, dello spettacolo recente.

Kim e Kanye, uniti sotto il segno della palette nude, stanno agli anni dieci del Duemila come Jane Birkin e Serge Gainsbourg stanno agli anni sessanta del Novecento, un rapporto di mutua ispirazione che genera aspirazione. Al di là dei paragoni azzardati, consapevoli di limiti e differenze, due elementi fondamentali di questa unione determinano anche la sua centralità a livello di cultura mainstream: la consacrazione della figura dell’influencer, ossia della celebrity famous for being famous che fa del suo stesso esistere e del suo essere influenza, appunto, sul suo pubblico una fonte di guadagno e presenza, e la predominanza di quella del rapper nella gerarchia della rilevanza musicale, e in generale dunque mediatica. È col XXI secolo, infatti, che il genere rap sovrasta l’industria culturale occidentale, imponendosi come veicolo principale di tendenze estetiche e di consumo. Kim e Kanye, in questa ottica, sono per certi versi la matrice di un trend fatto di coppie-simbolo del contemporaneo, e al netto del divorzio e dei drammi che i vari The Kardashians hanno documentato – così come, a loro tempo, Keeping Up With The Kardashian aveva raccontato la nascita dell’amore tra i due, inizialmente solo amici, finché lui non ha deciso che lei fosse la sua musa –, il loro amore resta così, impresso nella mente, per para-citare Ramazzotti, e anche nell’iconografia recente.

Un’iconografia che, per restare in ambito familiare, viene spinta un po’ più avanti dalla più piccola della dinastia Kardashian-Jenner, gli Asburgo della celebrità digitale, Kylie Jenner, proprietaria del fortunato brand Kylie Cosmetics, che prima di disturbare Timothée Chalamet sugli spalti era la compagna di Travis Scott, nonché madre dei due suoi figli, Stormi e Aire, che per un breve momento pare si chiamasse Wolf. Travis Scott, al secolo Jacques Bermon Webster II, oltre ad aver firmato un contratto con l’etichetta discografica di Kanye West nel 2012, ben prima di diventargli cognato, è un alfiere dell’auto-tune, avanguardia di quel fenomeno che, per comodità da salotto pomeridiano di Rai1 chiameremo “la trap”. L’onda anomala che ha colpito l’industria discografica degli ultimi dieci anni, configurandosi come un unico gigantesco blob fatto di mumble e voci effettate incontra così l’altra onda anomala, fatta di contenuti sponsorizzati, tutorial, vlog e stories da quindici secondi: il risultato è la tempesta perfetta. 

Bella e stronza

Non sono passati neanche dieci anni, eppure il 2016 è già un anno rimpianto. Non per via delle dimissioni di Renzi o per il primo mandato di Donald Trump come presidente degli Stati Uniti, né tantomeno per il referendum sulla Brexit. Il 2016 è un anno che, stando alla cultura di internet e dei suoi spesso indecifrabili e idiosincratici meme, ha decretato l’apice della scena trap. Nel 2016 si dabbava con la Dark Polo Gang ancora tutta intera, si beveva la lean con Sfera Ebbasta, e nessuno, ma proprio nessuno, avrebbe immaginato che di lì a poco Rkomi, Ghali, Lazza, Geolier e Tony Effe sarebbero diventati artisti da palco dell’Ariston.

Il 2016, tra le altre cose, è anche l’anno in cui Chiara Ferragni e Fedez sono diventati una coppia: Los Angeles spara, Milano City risponde. In quel momento storico, quando ancora non esisteva TikTok e i pandori erano solo un innocente dolce natalizio da sbatacchiare con lo zucchero a velo – bianco, non rosa –, Ferragni e Fedez, presto Ferragnez, avevano il mondo in mano, se per mondo intendiamo brand, sponsor, venerazione mediatica e cascate di follower. “Si sa dove si nasce ma non come si muore” cantavano i Modena City Ramblers, anche se nel caso della coppia emblema della contemporaneità la morte, ahinoi, la conosciamo tutti, tra tortini e Tronchetti (Provera), telefonate a tre e un Sanremo infausto.

La crisi e la caduta della coppia che ha rivoluzionato il concetto di amore-spettacolo nell’ultimo decennio, con passi falsi, passi indietro e passi a tre, è arrivata ben prima di quanto ci potessimo aspettare, ma ciò non signifca che non si debba riconoscere ai furono Ferragnez il merito di aver importato e impiantato un canone: la coppia influencer e rapper, con loro due, si istituzionalizza, e non solo grazie agli Ambrogini d’oro. Sic transit gloria mundi, niente dura per sempre, neppure i diamanti consegnati inginocchiati davanti a migliaia di persone per fare grandi dichiarazioni, e così al deterioramento di un amore durato meno del previsto si è aggiunto anche quello della loro stessa figura pubblica.

Se oggi Ferragni è nella scomoda posizione di dover risollevare una volta per tutte il suo nome, nonché la sua credibility, Fedez scalpita tra apparizioni sospette, amicizie dubbie e apparizioni sanremesi non senza un bel carico di imprevisti – o almeno, così ci racconta YouTube, la piattaforma della verità. E dunque, largo ai giovani, nello specifico, largo a Tony Effe e Giulia De Lellis, per esempio, perfetta controparte di romanità che si oppone alla milanesità come da grande tradizione vanziniana: un amore cacio e pepe, tutto il resto è noia, variazione sul tema che include anche una complicata faida tra i due gentiluomini, amabilmente riassunta in un duello a colpi di dissing. Insomma, una volta partito il trend, difficile frenarlo. Gli epigoni dei Ferragnez si riproducono come conigli, e se una volta qua era tutto un bosco verticale adesso il binomio tra le due categorie di creatori di contenuti, per usare un’espressione ombrello tanto cara quanto poco chiara al presente, ha preso il sopravvento.

Streaming Und Drang

Nei primi giorni di marzo 2025, nasce a Milano una bambina di nome Arya. I genitori sono Gaia Bianchi, tiktoker di Novate Milanese, classe 2004, 3.7 milioni di follower sul social cinese, e Tony Boy, al secolo Antonio Hueber, emo-trapper padovano venticinquenne che nell’ultimo anno è passato dall’essere la next big thing della cosiddetta nuova scena italiana alla big thing fatta e compiuta.

Se Tony Boy detto il GOAT incarna esteticamente tutte le caratteristiche della tardo-trap contemporanea, quella che ha superato e assimilato i vecchi maestri come Sfera – non mancano i riferimenti ai grandi classici del genere, la lean su tutti, che nel caso di Hueber troviamo in diverse declinazioni come Shottini di lean, Sogni di lean e Leanin’ –, Gaia Bianchi, dal canto suo, si fa portavoce di una generazione di star digitali che intasano le home page di Webboh. La sua fortuna, come quella di molti colleghi di piattaforma, la si deve al periodo del Covid e all’incremento esponenziale di utenti e di contenuti sulla piattaforma che la pandemia ha portato – uno su tutti, Khaby Lame – ma oltre a questo, Bianchi detta Barbie fa ciò che fanno molte delle sue colleghe e coetanee, crea piccoli video apparentemente insignificanti che totalizzano milioni di visualizzazioni. Qualche movimento appena accennato, sguardo in camera, look da bambola – i tratti sono molto in linea con i canoni del presente, labbra voluttuose, ciglia infinite, denti bianchissimi, zigomi esplosivi – e lipsync.

Su TikTok, il playback è una cosa serissima, e i video che ritraggono giovani creator, perlopiù donne, mentre usano quel riquadro per cantare un breve pezzo di una canzone sono una garanzia di viralità. Vista in questa ottica, il binomio trapper tiktoker prende una piega interessante: dato per assodato che la musica di massa contemporanea, in particolare quella rap e trap, ha una forma crossmediale, fatta cioè di una performatività digitale imprescindibile al suono e di una serie di elementi iconografici che si legano direttamente alle canzoni – l’uso delle emoji, per esempio, con un inaspettato ritorno al geroglifico – l’interazione tra un creatore di contenuti sonori e una creatrice di contenuti visivi è un binomio perfetto. E difatti, sono tantissimi gli artisti che, come parte della campagna promozionale di un loro singolo, sfruttano personaggi come Gaia Bianchi per fare sì che la loro canzone schizzi ai vertici degli streaming. “Dovremmo monetizzare questo nostro grande amore”, cantavano I Cani sempre nel 2016, annus mirabilis, e cosa c’è di meglio di una monetizzazione che sfrutti da un lato l’enorme visibilità di una star digitale che ha un pubblico perfettamente combaciante con quello del genere musicale più in voga tra le generazioni giovanissime, dall’altro una fornitura infinita di materiale per tiktoker, pezzi su pezzi da far diventare trend. Alessia Lanza e Don Pero, Elisa Maino e Bresh, Emily Pallini e Ludwig, Sfera Ebbasta e Angelina Lacour, Geolier e Chiara Frattesi: l’elenco è lungo, il filo rosso è lo stesso. Ciò che una Ilary e un Totti potevano imporre a livello di tendenze con una campagna Never Without You o con un matrimonio in diretta Sky, oggi diventa una partnership più eterea che si configura in un frammento iper-condiviso e che si deteriora con grandissima velocità. In questa formula, è bene sottolinearlo, vige una divisione netta tra i generi che rasenta i parametri dell’amor cortese; lui canta, lei fa il lipsync, insieme, al massimo, vanno alla Fashion Week. 

Solo un piccolo grande featuring, niente più

Emma Chamberlain è una di quelle celebrità native digitali che da un canale YouTube sono passate a fare da inviate sui red carpet degli Oscar, in un crescendo organico di popolarità e prestigio. Tra le tante cose che Chamberlain fa c’è anche un podcast, ça va sans dire, e di recente ha avuto come ospite Kendall Jenner, la quota chic della famiglia Kardashian. Atmosfera informale, come si confà al genere di format, la chiacchiera di a talk with kendall jenner, minuscole volute per sottolineare il mood molto chill, tipico dell’estetica chamberlainiana, conduttrice e ospite mettono subito in chiaro una cosa: sono amiche.

Come si distingue un legame sincero da un featuring? Non è semplice, probabilmente neanche per i diretti interessati, e a furia di inseguire fantomatici obiettivi di rilevanza si finisce con l’alimentare anche una cultura del sospetto nei confronti di qualsiasi manifestazione affettiva sbandierata, da un piccolo tag e un grande post in condivisione.

Sono amiche, ma la prima cosa che fanno, non appena comincia l’episodio, è complimentarsi reciprocamente dei propri successi da enterpreneur. Kendall, infatti, produce tequila, ed Emma, invece, ha un brand di caffè; entrambe, chiaramente, non possono vivere senza il prodotto dell’altra. Nella rilassatezza di una intervista che si propone come intima confessione amichevole, spicca l’elemento di materialismo dirompente che spazza via ogni illusione di disinteresse. Quale conversazione tra ragazze che si conoscono e si vogliono bene parte parlando dei rispettivi successi imprenditoriali? La risposta è dentro di noi, e anche se, per para-citare Guzzanti, potrebbe essere sbagliata, la questione dei rapporti, amicali o amorosi, nel grande mondo dell’intrattenimento contemporaneo, rimane comunque aperta.

Come si distingue un legame sincero da un featuring? Non è semplice, probabilmente neanche per i diretti interessati, e a furia di inseguire fantomatici obiettivi di rilevanza detti anche hype, la grande spada di Damocle che incombe su tutti i creatori di contenuti, musicali e non, si finisce con l’alimentare volontariamente o meno, in parallelo al grande seguito, anche una cultura del sospetto nei confronti di qualsiasi manifestazione affettiva sbandierata, da un piccolo tag e un grande post in condivisione. E dunque, Alessia Lanza, Emily Pallini e Yasmin Barbieri saranno davvero così amiche, o è per questo principio perverso di moltiplicazione della potenzialità dei creator, ammassati tutti in case-vivaio per giovani talenti – o meglio, talent –, che sono sempre insieme? Stessa cosa che succede ai vari trapper, mescolati dalle case discografiche per featuring di ogni tipo. Discorso che si estende, chiaramente, all’intersezione dei vari insiemi che formano le nuove coppie del momento, sulle quali aleggia lo spettro del disastro Ferragnez, vittime della loro stessa corsa al contenuto, fagocitati da un palinsesto autoimposto e assoggettati a un canovaccio familiare che non ha retto il peso dell’algoritmo.

Che sia questa, la grande differenza tra gli amori celebri di vent’anni fa e quelli di oggi, tra i calciatori e le veline, assaltati dai paparazzi, e trapper e tiktoker, che fanno si fanno paparazzi di loro stessi, con il flusso narrativo quotidiano sulle varie piattaforme? Di certo, gli amori interessati e le storie finte, nel mondo dello spettacolo, sono sempre esistite; non è una novità che ci sia una sovrapposizione di talenti compatibili, anche in forma di coppia: la novità sta, come in tutto oggi, nella quantità, nella velocità e nell’idea che, se una cosa ci viene raccontata da un social, la disintermediazione con cui è veicolata sia sinonimo di maggiore realtà. Difficile orientarsi, ma consoliamoci con un fatto: Elisabetta almeno menava davvero.


Alice Valeria Oliveri

Giornalista e autrice. Nata a Catania nel 1992, dal 2014 si occupa di televisione, cinema, musica e nuovi media collaborando con diverse testate. Dal 2019 è analista nel programma di Rai3 Tv Talk e dal 2022 è autrice e host del podcast Il decennio breve, prodotto da Hypercast. Collabora con Mediaset Infinity come autrice di format video. Nel 2023 ha pubblicato il suo primo romanzo, Sabato champagne, edito da Solferino e nel 2024 ha pubblicato il saggio Mondovisione per Einaudi.

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