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Slow tv

La televisione-caminetto e i tempi rilassati

Natale vuol dire fuochi accesi e scorrere lento delle cose, anche in televisione. Questa storia comincia proprio durante le feste, a New York negli anni Sessanta, per arrivare a Netflix. Tanti auguri da Link.

Uno scoppiettio, poi un altro ancora. La brace che collassa eruttando scintille. Il fuoco che avvinghia la legna. Si riuscirebbe perfino a sentire il calore della fiamma se solo tra noi e il caminetto non ci fosse la barriera di vetro e gas ionizzato dello schermo televisivo.

Devono aver provato una sorta di spaesamento gli spettatori di New York che il 24 dicembre 1966 si sintonizzarono sull’emittente Wpix, che trasmetteva The Yule Log, un video in loop per tre ore di un caminetto acceso con il sottofondo di Percy Faith, Henry Mancini e i Ray Coniff Singers. Fu la prima volta che una televisione sperimentò un anti-programma che non aveva definizione – o meglio, l’aveva solo per noi moderni, lo screensaver. La trasmissione prendeva il nome dal termine anglosassone per indicare il ceppo natalizio, sia esso l’effettivo ciocco di legno che tradizione vuole si bruci la vigilia di Natale o il dolce di pan di spagna e crema al burro che ne simula la forma. 

Un esperimento

L’idea di Yule Log fu di Fred M. Thrower, manager della rete. Thrower era un tipo creativo e ben disposto a sperimentare con il mezzo: quando morì Robert Kennedy, Thrower mandò in onda un cartello con la scritta “shame” (“vergogna”) per due ore e mezza. Il 2 novembre 1966, Thrower inviò al resto dei dirigenti un memorandum in cui esponeva un pitch inconsueto: sfruttando l’occasione di un buco nel palinsesto creatosi con la sospensione del campionato di basket universitario, “che ci dà l’opportunità di fare qualcosa di diverso e speciale”, Thrower immaginò di presentare agli spettatori la “cartolina di Natale della Wpix”. “La trasmissione si dovrebbe aprire con un’inquadratura di un caminetto acceso agghindato da decori natalizi”, scrisse Thrower nel memo, “e poi la telecamera dovrebbe stringere su un primo piano occhi negli occhi con il fuoco, così che la televisione diventi il caminetto di casa”. Il “programma” sarebbe dovuto andare in onda la sera della vigilia di Natale, per tre ore, senza interruzioni pubblicitarie. Non solo: secondo Thrower, la radio avrebbe dovuto pubblicizzare il programma trasmettendo in simultanea la colonna sonora di Yule Log (brani natalizi, ovviamente) – un’opera crossmediale tutt’altro che scontata per l’epoca.

Con The Yule Log, Thrower immaginò di presentare agli spettatori la “cartolina di Natale della Wpix”. “La trasmissione si dovrebbe aprire con un’inquadratura di un caminetto acceso agghindato da decori natalizi”, scrisse in un memo, “e poi la telecamera dovrebbe stringere su un primo piano occhi negli occhi con il fuoco, così che la televisione diventi il caminetto di casa”.

Era una barzelletta surrealista, un’idea postmoderna che già aveva avuto Andy Warhol tre anni prima con Sleep, un film di cinque ore che mostrava il poeta John Giorno nell’atto di dormire, e con altri interminabili filmati a inquadratura fissa. Era un progetto artigianale – la girarono nella Gracie Mansion, la residenza ufficiale del sindaco di New York –, il filmato durava solo 17 secondi e il salto tra la fine del filmato e l’inizio del loop successivo era evidente. Eppure era pure un’idea pragmatica per contrastare la modernità: negli angusti appartamenti newyorchesi il camino era una rarità e The Yule Log si proponeva come una forma di arredamento alternativo, una ghirlanda da appendere alla porta via etere.

Proprio per questa dimensione banalmente utilitaristica, Yule Log vinse gli ascolti della giornata e diventò una tradizione della rete newyorchese. Il New York Times lo definì “il primo esperimento televisivo di non-programmazione”. Molte reti locali comprarono i diritti per trasmettere Yule Log o ne girarono una loro versione. Il girato si deteriorò facilmente e nel 1970 l’emittente ne realizzò uno ex novo in California, e non più alla Gracie Mansion perché gli uffici del sindaco negarono il permesso: pare che la prima volta che la troupe era stata lì avesse rimosso la grata del caminetto e le scintille avessero bruciato un tappeto da 4.000 dollari. “Natale è un momento in cui si rallenta tutto”, scriveva il Washington Post nel 2006, “e niente simboleggia questo sentimento di rilassatezza più di un’immagine che resta immutata per ore”. Negli anni lo show cambiò giorno della messa in onda (la mattina di Natale) e accorciò la propria durata a due ore – nessuno voleva sprecare tre ore di tv senza nemmeno una pubblicità, specie in slot così preziosi come quelli delle festività. Poi, nel 1989, venne cancellato.

Fu solo che nel 2001, sull’onda emotiva dell’11 settembre, un periodo in cui gli spettatori della città sembravano aver bisogno di comfort tv che li mettesse al riparo dalle mestizie del mondo, Wpix decise di rimandarlo in onda, restaurando il filmato originale, che si pensava perduto – in realtà era stato catalogato dentro una bobina con l’etichetta di un episodio di The Honeymooners

L’invenzione della tradizione

La tradizione del “yule log” è rimasta viva in una serie di produzioni, arricchendosi di esempi: quasi tutte le piattaforme hanno una loro versione del camino. Netflix, con quella simpatia perfettina, scherzava sopra il proprio con un “dietro le quinte” in cui il regista del filmato andava per boschi a scegliere il ciocco perfetto da ardere. Il colosso dello streaming permette di scegliere diverse tipologie di caminetto, tra cui una personalizzata Bright, il film fantasy con Will Smith del 2017, residuato promozionale che resiste all’obsolescenza del catalogo. Lo yule log non smette mai di bruciare perché è un loop, esattamente come Tik Tok, che manda a ciclo continuo i contenuti fulminei caricati dagli utenti. In questo c’è una sorta di continuità perché come una volta si poteva stare ore a guardare quel ciocco bruciare senza mai temere che si spegnesse, ora con i video di Tik Tok si fa lo stesso, e magari nemmeno ti accorgi che hai già visto un contenuto tre volte di fila prima di passare al successivo.

Ma l’eredità di Yule Log non è stata solo quella di buffi caminetti eterni. L’esperimento si è evoluto alla fine degli anni Ottanta, con il programma canadese Night Walk, un viaggio in soggettiva tra le strade di Toronto nelle ore notturne, con una colonna sonora jazz (praticamente Street View, ma con qualcuno che preme il mouse per andare avanti al posto vostro), a dimostrazione che l’intuizione di Thrower non era una semplice trovata natalizia. Nei primi anni Duemila, uno dei contenuti più frequenti delle edizioni home video dei film erano schermate “acquario” con le ambientazioni principali della pellicola. 

Nel 2009, la tv di stato norvegese mandò in onda Bergensbanen: minutt for minutt, un programma di sette ore e mezza in cui una telecamera montata in cima a un treno riprendeva il viaggio del veicolo tra Bergen a Oslo. Il panorama alternava vedute di lande innevate a momenti di nero, quando il treno imboccava un tunnel. Più della metà dell’audience norvegese vide tutta o una parte della tratta. Un programmatore trentenne se ne appassionò talmente tanto da essersela vista due volte integralmente, prima in diretta e poi sul web. Il successo dell’operazione “minuto per minuto” aprì la vena dando origine a svariati sequel, tra cui uno speciale di sette ore dedicato al fare a maglia e uno incentrato sulla legna da ardere. Quattro ore di boscaioli intenti a tagliare alberi e a sistemare i ciocchi, poi altre otto a vedere quei ciocchi bruciare a un falò. “Il massimo per noi sarebbe fare un episodio minuto per minuto dedicato al tempo” ha detto alla Bbc Thomas Hellum, project manager della serie, “puntare la telecamera su un orologio e guardare il tempo che passa”.

Quattro ore di boscaioli intenti a tagliare alberi e a sistemare i ciocchi, poi altre otto a vedere quei ciocchi bruciare a un falò. “Il massimo per noi sarebbe fare un episodio minuto per minuto dedicato al tempo” ha detto alla Bbc Thomas Hellum, project manager della serie norvegese, “puntare la telecamera su un orologio e guardare il tempo che passa”.

Sempre su Netflix, ci sono anche veri e propri programmi “screensaver” come Moving Art, serie diretta dal pioniere della fotografia time-lapse Louie Schwartzberg che porta lo spettatore in posti sperduti del mondo in un susseguirsi di vedute aeree, dolly nella giungla o panoramiche contemplative. Le colonne sonore di questi programmi – il suono ovattato delle rotaie, il vento, la velocità, lo squillare dell’ascia contro il legno, il fuoco – sono stati un tassello importante poi per la crescita del fenomeno Asmr, video dove lo spettatore si lascia andare al flusso ipnotico di rumori come voci sussurrate, unghie che pigiano i tasti della tastiera, ciotole di riso che si svuotano e si riempiono o asciugacapelli a media potenza. Questi video sono a tutti gli effetti un prodotto televisivo perché – almeno i più sofisticati – sfruttano non solo l’aspetto uditivo ma anche quello visivo. Per dirne una, Asmr Ppomo, una Asmr-tist (parola macedonia di “Asmr” e “artist”) molto popolare, ha girato un video di Asmr dorato.
Dal ceppo che arde inventato da Thrower si sono diramati mille rivoli della slow television, un modo di fare tv che parte da Andy Warhol e arriva fino ai video Asmr, includendo le maratone o le cronache dei grandi eventi. Sconquassano il palinsesto, rifiutano l’idea di tempi rigidi e blocchi obbligatori e, soprattutto, permettono allo spettatore di assentarsi, guardare e non guardare, perché tanto le dinamiche sono così lasche che al massimo ci si sarà persi la finale dei 100 metri piani. Per la prima volta, quella vigilia di Natale del 1966, Yule Log svelò l’utilizzo primario della tv, quello radiofonico, di rumore ambientale a cui non serve per forza prestare attenzione ma la cui presenza rassicura e riscalda.


Andrea Fiamma

Scrive (soprattutto) di fumetti, cinema e tv su Fumettologica, Rivista Studio e The Comics Journal

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