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Culture digitali

Il desiderio della complessità. Intervista a Dario Bressanini

Come cambia la divulgazione scientifica tra social media, podcast, libri e televisione? Ce ne parla uno tra gli autori più popolari del settore, tra limiti da considerare e pubblici alla ricerca di cose difficili.

Di Dario Bressanini potreste aver letto i libri, saggi divulgativi sull’alimentazione dall’impostazione scientifica e sempre improntata all’analisi dei dati (Pane e bugie, Le bugie nel carrello, La scienza delle verdure o il recente La scienza delle pulizie), potreste averlo visto in qualche storia di Instagram, in cui affronta queste e altre tematiche di carattere scientifico, o potreste essere stati suoi studenti, dato che insegna all’Università dell’Insubria a Varese. Bressanini è uno dei più noti e seguiti divulgatori scientifici di oggi. A differenza di quelli tradizionali, che si muovevano quasi sempre tra televisione ed editoria a buon mercato, si è costruito una carriera parallela con i mezzi digitali. È sbarcato online grazie ai blog, cambiando pelle alla bisogna e arrivando su piattaforme teoricamente distanti da lui come TikTok.

Stare davanti a una telecamera televisiva è come stare davanti a quella di un cellulare?

In televisione ci vado se mi invitano, e in qualità di ospite non posso sfruttare al meglio gli strumenti del mezzo. Rispondo alle domande, il più delle volte mi mettono davanti a un tavolo con dei prodotti per spiegarne gli effetti. C’è poca fantasia da parte degli autori. Quando invece posso sfruttare il mezzo, che sia YouTube, TikTok o Instagram, cerco di utilizzare il linguaggio tipico di quella piattaforma.

Il fatto che piattaforme diverse pretendono approcci diversi l’avevi capito già ai tempi del passaggio dal blog ai social come Facebook, o all’epoca non c’era questa distinzione?

Mi è stato chiaro da subito. Anche solo perché il pubblico è diverso. Cerco subito di capire che tipo di pubblico ho di fronte, per età e genere, su una determinata piattaforma. E poi mi adeguo allo standard di un social. Quando ho iniziato su YouTube i video erano lunghi in media 6-7 minuti, quindi i miei primi video stavano in quella tempistica, e poi piano piano li ho allungati fino a raggiungere la mezz’ora, in certi casi. Adesso non è strano trovare video di un’ora, per esempio, su YouTube. Su TikTok tuttora i video sono molto brevi, quindi c’è anche una questione di inerzia del pubblico che su una piattaforma si aspetta dei video di una certa durata. Quando ho voglia di fare cose più lunghe so già che interesseranno a una minima parte del pubblico. Ma non importa, a me importa raggiungere proprio quelle persone interessate. Però è qualcosa che va aiutato, non puoi passare da un video di sessanta secondi a uno di dieci minuti. 

TikTok l’hai capito?

L’algoritmo di TikTok è fantastico perché, nel mio caso, nel giro di due settimane mi ha profilato e ha capito cosa poteva interessarmi o no. Il successo di un video dipende molto da quanto riesci a catturare un pubblico che è interessato a quell’argomento. Sapevo che fare un video sulla Coca-Cola mi avrebbe garantito un buon riscontro, e infatti ha avuto molto successo. Il pubblico su TikTok è giovane, molto spesso minorenne, e la Coca-Cola rientra nel loro mondo, nei loro consumi. Non l’ho ancora fatto, ma sono sicuro che se facessi un video sulle sigarette elettroniche diventerebbe virale. Mentre so che se mi metto a fare un video serio sulla sostenibilità ambientale dei detersivi non lo guarderà nessuno. È difficile fare un video di successo con argomenti fuori dagli interessi del pubblico, e questo succede perché TikTok è molto bravo a profilare gli utenti.

E Twitch invece?

L’ho guardato, mi sono iscritto, ma ho visto divulgatori come Adrian Fartade che ci stanno una vita. Due cose: va bene per le dirette, ma sono dirette che rubano una marea di tempo, e i numeri sono troppo piccoli per giustificare la spesa di tempo. Per fare divulgazione non ha senso.

Tu sei uno di quelli che, nei fatti, è un canale televisivo di se stesso. Andare in televisione come ospite ha ancora senso?

In televisione raggiungi un pubblico diverso. Nelle trasmissioni del mattino a cui sono andato ospite ho intercettato un pubblico anziano che non sta sui social o non mi conosce. Lì l’effetto lo vedo perché nelle giornate successive alla messa in onda raccolgo qualche follower nuovo o le vendite dei miei libri aumentano. Ed è un pubblico che non riesco a raggiungere altrimenti.

“Su TikTok tuttora i video sono molto brevi, quindi c’è anche una questione di inerzia del pubblico che su una piattaforma si aspetta dei video di una certa durata. Quando ho voglia di fare cose più lunghe so già che interesseranno a una minima parte del pubblico. Ma non importa, a me importa raggiungere proprio quelle persone interessate”.

Però, per quanto riguarda te, non è l’ospitata televisiva quella che dà lo stimolo maggiore alle vendite di un libro?

Nel mio caso no, perché ho tanti follower ed è attraverso di loro che ottengo i risultati più importanti, in termini di vendite. Le trasmissioni televisive o radiofoniche e le interviste sui giornali servono per tenere vivo il libro. Quando esce, la prima botta gliela dà il tuo pubblico, poi quando la spinta si esaurisce vivi sulla ricerca di un pubblico diverso, sui mezzi tradizionali. Non direi che è fondamentale, ma di sicuro ti aiuta a sostenerlo.

Avere uno spazio fisso in televisione, quindi, non ti alletta?

Più che una trasmissione, forse preferirei fare dei documentari o una serie divulgativa, per un pubblico giovane, sulle piattaforme.

Quando, ogni tanto, parli di fumetti, che è una tua passione distante dagli argomenti che tratti, lo fai per sfizio?

Sì, solo perché mi diverte. So che alla stragrande maggioranza delle persone che mi segue dei fumetti non frega niente, tranne a una nicchia con cui condivido questa passione. Se ho voglia di parlare di Batman lo faccio, ma è puro divertimento.

Mi ricordo che una volta hai raccontato che a La prova del cuoco non ti volevano perché avevano paura di trasformare l’atto di cucinare in una cosa difficile. Quanto pesa la paura della complessità in televisione?

Tantissimo. Quell’episodio lì risaliva a molti anni fa. Mi aveva contattato qualcuno della redazione del programma che mi seguiva sul blog. Era prima dei social. Mi avevano telefonato in via esplorativa, quindi prima di proporlo al programma, per capire se sarei stato disponibile come ospite fisso di una piccola rubrica in cui si raccontavano cose di scienza in cucina. Mi ero reso disponibile e dopo un mese mi avevano detto che la proposta non era stata accettata perché chi di dovere pensava che per il pubblico del mezzogiorno parlare di scienza era uno sforzo eccessivo. Questa cosa la rivedo quando vado ospite nelle trasmissioni e ci si accorda su cosa dire. La necessità è sempre: parlare semplice, non affrontare argomenti complicati. Gli autori delle varie trasmissioni conoscono il loro pubblico – che spesso scrive al programma e si lamenta se qualcosa non piace – e sanno fin dove spingersi. Ti dicono di non parlare di un certo argomento perché è troppo complicato oppure di accennarne solo ma senza entrare nel dettaglio, perché poi la signora che sta stirando dice che è noioso e cambia canale.

E sui social succede la stessa cosa?

Sui social mi posso permettere di fare il contrario. Come tutti i miei colleghi divulgatori, ho selezionato il mio pubblico. Anzi, si è auto-selezionato. Aumentando la lunghezza dei video o la complessità del racconto, perdi per strada tutti quelli che non stanno attenti per più di un minuto e mezzo. Durante la pandemia mi sono messo a trattare cose complicate, questioni matematiche, di metodo scientifico, e l’ho fatto di proposito perché mi sono reso conto che c’era un pubblico interessato a quegli argomenti e nessuno glieli forniva. Perché la direzione era una sola: contenuti per tutti, divertenti e semplici. Però in questo modo si appiattisce tutto. 

Hai avuto dei momenti di picco? Immagino uno sia stato durante la pandemia.

Su YouTube, che utilizzo dal dicembre 2016 e che conta poco più di mezzo milione di follower, la crescita è stata graduale, con un paio di picchi di interesse quando facevo i video in cui sbufalavo altri video diventati virali. Mi ricordo che nel giro di una settimana ho preso 80.000 follower. Su Instagram ho avuto delle botte di popolarità forte durante la pandemia, ovviamente. Nei primi due o tre mesi della pandemia sono cresciuto di 100.000 follower. Avevo abituato il mio pubblico a discorsi complessi, a ragionamenti, a non fermarsi alla notiziola scientifica e ad approfondire. I post o le storie in cui spiegavo la situazione in cui eravamo venivano condivisi tantissimo, facendo girare il mio nome. È stato anche un segnale che quel tipo di semina che avevo fatto nei due anni precedenti ha ripagato.

E il linguaggio come cambia quando parli ai vari segmenti di pubblico?

Il linguaggio di per sé non è tanto diverso, perché parlo in maniera semplice. Non parlo come parlerei a un convegno o a lezione. Non uso mai, sui social, termini tecnici, preferisco le analogie al mondo che ci circonda, a volte ci metto dentro qualche battuta… Quello che cambia è il formato. Su Instagram mi posso permettere, in virtù di un pubblico che è attento e che, più che guardarmi, mi ascolta come se fossi un podcast, di parlare senza preoccuparmi dell’aspetto visivo. Non devo far vedere le cose. Le storie e i post di Instagram li approccio come un podcast. Se faccio un video per YouTube o TikTok, devo far vedere qualcosa, un esperimento, un’etichetta, un prodotto, perché altrimenti non funziona.

“Gli autori delle varie trasmissioni conoscono il loro pubblico  – che spesso scrive al programma e si lamenta se qualcosa non piace – e sanno fin dove spingersi. Ti dicono di non parlare di un certo argomento perché è troppo complicato oppure di accennarne solo ma senza entrare nel dettaglio, perché poi la signora che sta stirando dice che è noioso e cambia canale”.

Per molti creator la loro età sta diventando un problema, perché temono di perdere il pubblico giovane, che potrebbe non essere più interessato a interagire con un adulto. Forse per il tuo ruolo da “professore” questo è un problema relativo.

Un po’ gioco con quell’immagine del “prof”. Mi metto il camice e faccio un po’ lo scemo perché sono così davvero nella vita reale. Non faccio il boomer che si vuole travestire da giovane. Vedo la tendenza che descrivi, ma è anche una questione di cambiare i contenuti, più che ringiovanirsi. Si può stare al passo coi tempi anche a cinquant’anni, anche se ovviamente l’età che avanza porta con sé una serie di rigidità anche inconsapevoli che possono allontanare il pubblico giovane.

Prima accennavi al fatto che su Instagram gli utenti usufruiscono dei tuoi contenuti come un podcast. Come mai non ne hai ancora uno tuo?

Sembrerebbe una strada percorribile ma fino a un certo punto. I podcast che ascolto li ascolto perché sono fatti bene, puliti e ben confezionati. I podcast di cazzeggio non li sopporto, e quelli dove non c’è una post-produzione, una parte tecnica perfetta, ancora meno. Accetto di fare contenuti non rifiniti formalmente su Instagram, e chi mi segue lo accetta con me, ma su un podcast non lo posso tollerare. Quindi da solo non ho il tempo per farlo, anche se dal punto di vista dei contenuti sarebbe facilissimo. Però dovrei togliere energie ad altre cose per mettermi a farli, in un momento in cui, tra l’altro, non c’è un vero ritorno economico sui podcast. O ci sono quelli sponsorizzati, o ti appoggi a un editore. Ma i numeri che ho visto non giustificano lo sforzo. Sai, io le storie le faccio quando ho voglia, senza un palinsesto, mentre un podcast funziona anche con una periodicità che non posso permettermi. Senza contare che non credo raggiungerei un pubblico nuovo o diverso da quello che già mi segue.

Immaginavo una situazione simile a quella di Beatrice Mautino, che co-conduce uno dei podcast del Post.

Ah, certo, io sono stato contattato da un paio di piattaforme ma ho capito, parlando con loro, che i numeri sono piccoli. Ci sono molti più podcast prodotti che ascoltati. Se devo investire un’ora di tempo per fare un podcast o leggere un fumetto, preferisco leggere un fumetto, per adesso. 

In generale non sei uno che sfrutta al massimo le possibilità offerte dal tuo ruolo. Potresti monetizzare molto di più, invece quella della divulgazione per te è una seconda carriera, in un certo senso.

Quello sicuramente. Nell’ambito accademico non faccio divulgazione, faccio le mie ricerche, faccio lezione, ma sono altre cose. Mi piace raccontare storie e raggiungere centinaia di migliaia di persone attraverso gli argomenti scientifici. Mi piace l’idea che i miei libri siano letti e regalati, perché sono libri scientifici che, in quanto tali, raggiungono un pubblico che di norma non legge libri scientifici. Se vuoi c’è anche un elemento di ego. Come dici tu, potrei sfruttare economicamente molto di più il seguito che ho raccolto ma tradirei lo spirito della divulgazione. Sono fortunato, ho già uno stipendio e non devo scendere a compromessi nel mio ambito di divulgatore per portare a casa la pagnotta. Posso permettermi di selezionare le cose che faccio. Sono consapevole di questo privilegio.

Il tuo ultimo libro ha venduto molto bene, anche grazie al bacino di utenti che ti seguono (e che sono aumentati molto nell’ultimo periodo, mi sembra). C’è un desiderio di complessità da parte del pubblico?

Con numeri diversi, è una cosa che ho visto con libri di miei colleghi, da Beatrice Mautino a Amedeo Balbi e tanti altri. Da un lato è sicuramente vero che, banalmente, se hai una base di pubblico, la puoi convertire in pubblico pagante. Però la conversione tra numero di persone che ti seguono e numero di persone che in un anno compreranno il tuo libro va dall’1% al 3%, 5% se sei veramente fortunato, o bravo. Se parti da mezzo milione di persone, ottieni numeri grossi per il mondo dell’editoria, ma in assoluto non stratosferici. Se accettassi di fare pubblicità mirate, con due o tre storie guadagnerei quello che guadagno con un libro in un anno. Dall’altro lato, c’è effettivamente una voglia di capire e farsi spiegare delle cose più difficili di quelle a cui siamo abituati. E quella richiesta non viene soddisfatta spesso dal mercato. Questa voglia di complessità la vedo presente.

Hai idea di come si evolveranno le piattaforme social che utilizzi per fare divulgazione?

Non mi azzardo a fare previsioni. Di sicuro YouTube è meno condizionato dall’algoritmo e sarà sempre più stabile e importante per la divulgazione. Sono video che carichi e restano lì, non corrono il rischio di sparire nel flusso come negli altri social. E la qualità video è sempre più alta. Gli altri social bisogna vedere come evolvono. Instagram sta spingendo sui reel, a discapito delle storie, e quello è un problema per chi fa divulgazione. Un reel di 90 secondi posso farlo una volta ogni tanto ma se devo spiegare cose più complesse devo fare delle storie e quelle vengono viste da meno persone. Se per YouTube posso mettere la mano sul fuoco che tra cinque anni sarà ancora lì, e sarà ancora sfruttato, su Instagram non farei troppo affidamento. Paradossalmente, vedo molto bene TikTok, che sta facendo il processo opposto. Dai video brevi si sta aprendo a video di 10 e 15 minuti, con l’obiettivo di diventare il competitor di YouTube. Lì si tratterà di fare quello stesso processo di selezione di cui parlavamo all’inizio: una parte del pubblico che è interessata anche a contenuti lunghi, si abituerà a vederli su TikTok, seguendo la parabola di YouTube: all’inizio c’erano solo video di gattini e robe sceme da 15 secondi, e adesso trovi i documentari da un’ora. Secondo me avverrà la stessa cosa con TikTok. Chi è nato su TikTok rimarrà lì, ma crescendo come età ed evolvendosi culturalmente comincerà a essere interessato ad argomenti più complessi.


Andrea Fiamma

Scrive (soprattutto) di fumetti, cinema e tv su Fumettologica, Rivista Studio e The Comics Journal.

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