Prendi un po’ di macerie dalla televisione generalista, recupera vecchi contenuti cult, scava nei meandri digitali alla ricerca del buffo più o meno inconsapevole. Mescola tutto, e ottieni un profilo Instagram e la sua ricca comunità di appassionati.
Questo articolo è apparso per la prima volta su LINKNUMERO 31 -Chi controlla i meme controlla il mondo? delnovembre 2025
Ogni giorno, alle 18.30, i circa 200.000 follower della pagina Instagram Prossimi Congiunti trovano nei loro feed (o vanno attivamente a cercare) un nuovo carosello: dieci video, talvolta qualcuno di più, tutti raccolti attorno a un singolo argomento, indicato nella prima riga della didascalia. Scorrendo a destra, si susseguono frammenti del flusso televisivo di ogni giorno, recuperi d’archivio audiovisivo, spezzoni di produzione digitale, rielaborazioni e remix, lacerti di quella materia che tra media vecchi e nuovi si presta non soltanto a diventare meme, ma rilettura, parodia, sferzata, talvolta ossessione. Quello che era nato un po’ per caso, nei lockdown della pandemia, è cresciuto fino a trovare un linguaggio, a darsi una struttura e a diventare un rito, il controcanto quotidiano agli eventi, alle notizie e alle mode. Ogni uscita, regolare o eccezionale, segue i ritmi di un palinsesto, e alla programmazione televisiva pure si intreccia. Ogni slide del carosello costruisce la punteggiatura di una scaletta serrata, alla ricerca di significati che nascono dalla sorpresa, dalla ripetizione, dall’accostamento e dallo scontro. Lo sguardo camp costruisce e consolida un vocabolario fatto di personaggi, di tormentoni e di una chiara visione – sarcastica e seria – del mondo digitale che ci circonda e ci annega, quello in cui la realtà si è fatta televisione. Ne parliamo con le due anime della pagina, Gaetano Di Lieto (GDL) e Davide Giorgi (DG), che insieme scelgono i materiali, li compongono e ricompongono, danno forma alle intuizioni, e in poco più di cinque anni sono riusciti a costruire uno spazio digitale e mediale dal carattere riconoscibile (e talvolta imitato).
Quando e come è nata l’esperienza di Prossimi Congiunti?
GDL. Siamo nati nel 2020, abbiamo da poco celebrato il quinto compleanno. Come il nome suggerisce, l’esperimento è nato in periodo di pandemia: il riferimento era ai Dpcm del governo Conte, che contenevano questa espressione, e all’epoca quando fu utilizzata per la prima volta si era creata tutta una specie di isteria social perché non si sapeva bene cosa volesse dire, cosa significasse. L’idea iniziale era di accostare, all’interno di meme statici, figure che si assomigliavano, personaggi famosi messi a fianco di personaggi di fantasia stranamente simili. Ma ben presto abbiamo virato il lavoro sul recupero di materiale televisivo tra il cult e l’underground: i momenti eccessivi della tv italiana, altre cose poco note se non in alcune nicchie del web. Un esempio sono i compleanni di Bambola Star, diventati famosi grazie a noi, che prima vivacchiavano negli angoli di YouTube, conosciuti da pochi, e che grazie al video di Katiuscia che intervista Natasha Simonini sono diventati il primo nostro tormentone.
DG. All’inizio eravamo praticamente solo su Facebook, per colpa mia che sottovalutavo Instagram, ma era una cosa miope, il nostro modo di comunicare non è adatto a quello spazio. Per i primi due anni, la pagina aveva un’altra forma, prima di approdare al nostro minuscolo palinsesto con la pubblicazione giornaliera. Abbiamo lanciato, tra virgolette, una serie di cose che poi sono diventati nostri contenuti ricorrenti, come Ivana Spagna con Bergamin, Wanna Marchi e figlia, all’inizio anche Ok! il prezzo è giusto con le liste dei prodotti, i Telegatti. Siamo sbarcati anche su Instagram, e abbiamo iniziato pian piano a farci un nome. Solo nell’estate 2022 abbiamo preso la forma attuale, con i caroselli di slide.
Un passo alla volta, insomma…
GDL. Prima c’è stata una lunga fase di sperimentazione di varie cose. Preparavamo dei montaggioni, delle puntate con temi specifici o legate a un singolo personaggio. Abbiamo fatto una diretta che si chiamava “Chi ha incastrato Mark Caltagirone”, su Pamela Prati, ma anche una su Beautiful o una che si chiamava “Caro Berlusconi”. Mettevamo filmati vari, rimontati in un certo modo, e questi esperimenti hanno fatto un po’ da anticipatori di quello che ora mettiamo quotidianamente su Instagram. Volevamo analizzare un fenomeno, una situazione, un volto, fornendo un punto di vista trasversale e molto sopra le righe. Poi abbiamo capito che su Instagram potevamo esprimerci meglio e ci siamo specializzati.
Cerchiamo la commistione tra l’evento reale e il mondo dello spettacolo: in poche parole, tutto diventa performance. È la realtà che si fa tv, non più la tv che insegue la realtà.
DG. Gaetano è laureato in Giurisprudenza, io al Dams di Bologna. Tutti e due abbiamo qualche esperienza professionale tra cinema, giornalismo e videomaking. Quello che ci stimola è anche la voglia di raccontare, tendiamo verso la narrazione. Spesso pensiamo la stessa cosa, abbiamo tante passioni in comune, siamo debitori della letteratura postmoderna e specialmente di Pynchon… Se ci fai caso quasi sempre nei nostri caroselli c’è una canzoncina in mezzo, proprio come nei romanzi di Pynchon quando all’improvviso i personaggi iniziano a cantare delle cose stupide. Viviamo in due posti diversi, quindi ci sentiamo a tutte le ore, facciamo una specie di brainstorming e decidiamo ogni volta cosa fare. Tutto è stabilito al millimetro, l’ordine dei post come l’ordine delle clip all’interno di ogni post.
In che modo lavorate, e come siete arrivati alla forma attuale dei caroselli?
GDL. Tutto è condiviso, elaborato, montato e deciso tra di noi. È un botta e risposta, un ping-pong… Le slide dialogano tra loro, come se fossero la scaletta di un programma televisivo. Cerchiamo di creare concatenazioni, associazioni. Il titolo del post è sempre scelto con una ragione. Non c’è stato un momento preciso, ma ricordo un carosello in cui prendevamo il pezzo del film House of Gucci in cui Lady Gaga fa il segno della croce e dice “Father, Son and House of Gucci”, e ogni volta dopo il Son le facevamo pronunciare un’espressione tipica di Wanna Marchi, di Bambola Star… Lì abbiamo capito che potevamo divertirci ad assemblare cose distanti tra loro, o molto simili. E dare sfogo alla creatività.
DG. Ci siamo resi conto della potenzialità di Instagram… le dieci slide, da poco diventate venti. Ci siamo serviti di quello che la piattaforma consente, lato loro essenzialmente per farci mettere più foto, e abbiamo deciso di piegarlo per costruire un racconto fatto di più pezzi differenti.
Avete delle regole, dei formati, delle ritualità?
GDL. L’unico comandamento è la pubblicazione regolare alle 18.30. Abbiamo scelto di usare ogni volta il suffisso .exe come se ognuno dei nostri post fosse un file eseguibile, con una citazione un po’ nerd legata ai vecchi sistemi informatici MS-Dos. All’inizio la clip finale dei caroselli, di conseguenza, era un video con l’animazione di un pc che andava in crash, il blue screen of death. Ma poi abbiamo trovato il video meraviglioso di Massimo Giletti che a I fatti vostri balla “Everybody” dei Backstreet Boys, e così abbiamo deciso che lì sopra ogni volta ci sarebbe stata bene una musica diversa, trasformando quel meme nell’equivalente per noi della gag del divano dei Simpson: c’è il logo, il nome, fa da titolo di coda.
DG. Ogni mattina ci svegliamo, guardiamo quello che succede e poi vediamo che fare. Quando accade qualcosa di rilevante è il momento in cui funzioniamo meglio, ci viene fuori un furore artistico – spero si capisca che sono vagamente ironico, ma nemmeno troppo. Cerchiamo la commistione tra l’evento reale e il mondo dello spettacolo: in poche parole, tutto diventa performance. È la realtà che si fa tv, non più la tv che insegue la realtà. Quando c’è un’idea è più facile, riusciamo a preparare tutto anche in pochissimo tempo, quasi all’ultimo minuto. Se invece l’idea va cercata, diventa un problema.
GDL. Abbiamo proprio delle tipologie. Gli .exe più semplici sono quelli che definiamo monografici, quando prendiamo un personaggio e selezioniamo una serie di clip attraverso cui lo si racconta. Ci sono gli .exe legati a un evento di attualità, che può essere di volta in volta Sanremo, il Conclave, un funerale, la giornata politica. E ci sono gli .exe cosiddetti “mood”, in cui rappresentiamo uno stato d’animo e che per la verità sono un po’ i filler: pubblicando ogni giorno, è difficile che ci sia sempre qualcosa di rilevante su cui fare una riflessione. La pagina è regolare ma c’è molta flessibilità tra noi nell’organizzare tutto, e in alcuni momenti morti ci portiamo un po’ avanti sui filler e li abbiamo già pronti. Se c’è un evento come Sanremo, oltre alla pubblicazione regolare delle 18.30, durante la messa in onda, quasi in contemporanea, facciamo anche dei caroselli più brevi, che chiamiamo .zip, con quattro o cinque clip: commentiamo quello che succede in tv, parallelamente cercando di ripescare pezzi d’archivio e highlights, cerchiamo di montarci qualcosa intorno a seconda dell’ispirazione.
Come funziona il vostro processo creativo?
GDL. Il processo creativo parte essenzialmente da qualcosa che ci fa ridere. Poi ci sono magari tanti altri aspetti, ma di base dobbiamo partire da qualcosa che convinca entrambi. La cosa che ancora non ci spieghiamo del tutto è come le cose che fanno ridere noi due poi siano recepite anche al di fuori. Usiamo molto immaginario televisivo italiano, degli anni Novanta e dei primi Duemila, e ovviamente c’è molto materiale contemporaneo. Poi ci sono la serialità, il cinema, non abbiamo un criterio, a volte prendiamo qualcosa di particolarmente noto e altre di oscuro ma funzionale al discorso. Non ti so dire se è la cornice a costruire l’immaginario o se invece è l’immaginario a dare forma alla cornice.
DG. Usiamo numerose tecniche di montaggio. Inseriamo tante scelte musicali in ogni singola clip. C’è un lavoro abbastanza preciso. Possiamo definirlo video editing, o videoarte persino. Puntiamo sempre sull’impatto visivo. La maggior parte delle nostre cose fa ridere, ma non è detto che sia una risata da rotolarsi per terra, può essere più riflessiva. È un lavoro da jazzisti, c’è improvvisazione e c’è tecnica. Tendiamo sempre a usare cose nuove o mai sfruttate, anche per evitare la ripetizione. A noi piacerebbe anche tracimare sulla tv estera, ci abbiamo provato, ma non ha mai funzionato granché… Alcune cose si ripetono, come le frasi urlate di Wanna Marchi, perché ce le chiedono, e diventa quasi un obbligo.
Spesso siete paragonati a Blob, che compie un lavoro simile sui frammenti video televisivi e non solo…
DG. Il paragone con Blob è molto lusinghiero, ci onora, però secondo noi c’entriamo abbastanza poco. Blob è parte della tv postmoderna ma ha uno stile modernista, è un flusso di coscienza, con il montaggio alla Ejzenstejn che mette Napoleone e un pavone per creare un significato dalle due immagini e far dire che Napoleone è vanesio. Prossimi Congiunti è una cosa diversa, varia, usiamo il montaggio ma anche le animazioni, le musiche, i ridoppiaggi. Ci serviamo di tanti mezzi espressivi, a volte usiamo un linguaggio da iniziati, mentre Blob è più largo. Ci hanno influenzato forse di più Mai dire tv, con i suoi personaggi assurdi delle locali, e poi la tv dei Guzzanti, o i fuori onda di Fede a Striscia.
GDL. A distinguerci da Blob è anche l’attenzione al copyright, per noi un capitolo molto complesso. In un’occasione abbiamo avuto un ban temporaneo da Instagram per violazione del diritto d’autore a causa di un video che allora usavamo molto spesso, con Paola Barale che parla della Gioconda, diventato un nostro tormentone, parte del nostro linguaggio. Sostanzialmente ci avevano chiusi, poi siamo riusciti a interloquire con Meta, abbiamo chiarito la situazione e siamo tornati. Ma non possiamo usare tutto.
Le regole di Instagram, il modo in cui funziona la piattaforma, sono per voi più un limite o uno stimolo alla creatività?
DG. Sono soprattutto uno stimolo. È così sempre. Quando scrivi il limite è la pagina o il numero di caratteri, dettato dal formato. Lo stesso vale al cinema, no? Uno può fare il film di sette ore, ma poi chi lo vede? Se uno vuole raggiungere un pubblico, più o meno ampio… Noi facciamo cose particolari e ne siamo coscienti, ma quando esprimiamo una cosa, vogliamo che arrivi a più persone possibili. Le regole di Instagram ci danno l’opportunità di esprimere certe cose con brevità. Ora che si può superiamo magari le dieci clip, ma di solito non andiamo sopra le quattordici, siamo un po’ più flessibili di prima perché capitava di essere magari costretti a escludere qualcosa di interessante.
GDL. Un altro elemento che cerchiamo sempre di considerare quando prepariamo una clip è che, visto che sono fatte per essere condivise nelle storie e lì l’anteprima non supera i quindici secondi, ogni filmato anche più lungo deve sempre avere qualcosa di “croccante” che accade nei primi secondi.
Ci hanno influenzato Mai dire tv con i suoi personaggi assurdi delle locali, e poi la tv dei Guzzanti, o i fuori onda di Fede a Striscia.
DG. La prima clip del carosello deve catturare, deve essere estremamente forte o avere un personaggio riconoscibile… Oggi non è successo niente e allora abbiamo messo Antonella Clerici come prima slide, perché lei attira l’attenzione, è di impatto. Altri vincoli sono poi dovuti alla censura, perché ci sono cose che su Instagram non si possono mettere, che vengono interpretate dall’algoritmo in modo sbagliato. È capitato una volta di mettere un pezzo del processo al Mostro di Firenze, quella famosa scena di Mario Vanni che dice “viva il Duce, il lavoro e la libertà”, e quello è stato bannato come apologia del fascismo, una cosa ridicola. E allora poi c’è anche dell’autocensura, nel senso che cerchiamo di mettere cose che il pubblico possa capire, che non rischino di essere interpretate male. Proviamo a stare nella zona grigia, a far capire che le cose sono sempre un po’ più complicate, rispetto alle posizioni nette tipiche dei social.
Che cosa vi rende più soddisfatti dell’esperienza di Prossimi Congiunti?
GDL. Sicuramente la pagina è diventata molto popolare, adesso abbiamo superato i 200.000 follower. Ma al di là del dato numerico che è sempre molto volatile, siamo felici che la pagina sia seguita e apprezzata da molte persone del settore, autori e autrici, conduttori e conduttrici, qualche volta anche citata in onda, e tutto questo ci inorgoglisce molto. Ci sembra di essere capiti, o comunque di avere una connessione con chi fa concretamente la televisione tutti i giorni. E poi gli utenti ci danno tanta, tanta soddisfazione, le persone che vengono ogni giorno, e che ci scrivono in privato o nei commenti “mi migliorate la giornata, siete il mio antidepressivo”, è molto importante. Le persone hanno bisogno di svuotarsi la testa con un intrattenimento, magari non altissimo ma che ha sempre una funzione.
DG. Dal momento che pubblichiamo tutti i giorni, la gente si aspetta qualcosa da noi tutti i giorni. Li abbiamo abituati bene, questo è un fatto. Chi ci segue si aspetta qualcosa di sorprendente. Un posto in cui pensare ma senza il predicozzo… Non forniamo mai un parere definitivo, nemmeno sui personaggi meno edificanti, o che hanno fatto degli errori. Il remix prende la realtà, ma non si limita a riportarla pari pari: piuttosto, la stravolge e la arricchisce, dandole un valore diverso.
Luca Barra
Coordinatore editoriale di Link. Idee per la televisione. È professore ordinario presso l’Università di Bologna, dove insegna televisione e media. Ha scritto i libri Risate in scatola (2012), Palinsesto (2015), La sitcom (2020) e La programmazione televisiva (2022), oltre a numerosi saggi in volumi e riviste.
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