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Da Pepe the Frog a Papa Trump. Come la politica si è memificata

È in fondo a internet, in uno degli spazi più laterali e controversi della rete, che si è sviluppato un linguaggio capace di esondare altrove, e di dilagare nella comunicazione e nel discorso politico. 4chan, annullando se stesso, è dappertutto.

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Questo articolo è apparso per la prima volta su LINKNUMERO 31 -Chi controlla i meme controlla il mondo? delnovembre 2025

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Intorno alla metà di aprile 2025, internet è rimasto senza uno degli spazi più noti, controversi e riconoscibili degli ultimi due decenni: l’imageboard 4chan. Un pesante attacco hacker di un forum rivale, infatti, l’ha messo completamente fuori uso: ci sono voluti vari giorni per farlo tornare online. Non era mai successo nella lunga storia del sito, fondato nel 2003 dall’allora quindicenne Christopher Poole. “Moot” – questo il suo nickname – voleva creare uno spazio in cui discutere di anime, e per farlo aveva copiato il formato da un forum giapponese chiamato 2channel. Sin da subito, 4chan ha avuto alcune peculiarità. Anzitutto, gli utenti potevano pubblicare contenuti in modo anonimo; le discussioni erano limitate nel tempo, visto che cessavano dopo un periodo di inattività; la moderazione dei contenuti era inesistente o molto blanda, in nome di una concezione assolutista della libertà d’espressione; e infine, c’era una dispersività di fondo causata dalle decine di sezioni dedicate agli argomenti più disparati. Come ha scritto il giornalista Ryan Broderick su Wired, questa “combinazione unica di temporaneità, anonimato e caos organizzato si è rivelata un mix potente, che ha dato immediatamente il via a una corsa verso il basso, diversa da qualsiasi altra presente sul web”. Su 4chan “non eri nessuno”, prosegue il giornalista, “e nulla di ciò che facevi aveva importanza se non riuscivi a risultare così scioccante, ripugnante e odioso da farti notare”. Queste caratteristiche l’hanno reso uno dei fulcri della cultura di internet – sia in positivo sia in negativo – e al tempo stesso una sorta di “scantinato della rete”, dove si poteva trovare il materiale più osceno, proibito e indicibile. A tal proposito gli anon (come si chiamano tra loro gli utenti anonimi) l’hanno sempre raffigurato come “il buco di culo di internet”.

Da 4chan è uscito praticamente di tutto: modi di dire, scherzi, neologismi, mobilitazioni contro Scientology, movimenti di attivismo digitale come Anonymous, campagne misogine contro sviluppatrici di videogiochi (il cosiddetto Gamergate), teorie del complotto gigantesche come QAnon, manifesti di terroristi neonazisti, e sopra ogni cosa un’infinità di meme di ogni tipo. Anche se ormai ha perso l’influenza di un tempo – e l’attacco ne è la riprova – per Broderick 4chan resta “un virus che ha infettato ogni aspetto della nostra vita, dallo slang che usiamo ogni giorno alla politica”. In effetti, è innegabile che il forum abbia dato un contributo decisivo alla memificazione della politica occidentale. E l’ha fatto attraverso una figura piuttosto improbabile: una rana antropomorfa di nome Pepe.

In principio era Pepe The Frog

Il personaggio in questione appare per la prima volta nel 2005 nel fumetto Boy’s Club di Matt Furie, originariamente pubblicato su MySpace. Per ragioni del tutto insondabili, nell’arco di qualche anno Pepe the Frog diventa la base di molti meme di 4chan che riscuotono un enorme successo finendo per venire ripresi da celebrità del calibro di Katy Perry e Nicki Minaj. In altre parole, il meme si normiefica: viene utilizzato anche dai normie, parola che indica l’utente medio di internet e dunque estraneo alla cultura iniziatica di 4chan. Intorno alla fine del 2015 gli anon provano così a “recuperare” il meme rendendolo quanto più sconvolgente e tossico possibile. Di immagine in immagine si arriva al nazismo: compaiono così versioni di Pepe in divisa delle SS, che esibisce simboli del Terzo Reich o che pronuncia slogan antisemiti e negazionisti dell’Olocausto.

L’alt-right adotta Pepe come mascotte e lo eleva a uno dei simboli della campagna trumpiana. La consacrazione arriva quando il candidato repubblicano retwitta dal suo profilo un meme di se stesso con le fattezze della rana.

Nello stesso periodo, sempre su 4chan – e in particolare sulla sezione /pol/, “politicamente scorretto” – inizia a prendere quota l’alt-right, crasi di “alternative right” (destra alternativa). È un movimento politico fondato nel 2008 dal suprematista bianco Richard Spencer, che all’epoca era in aperta polemica con il conservatorismo mainstream e voleva svecchiare la sua parte politica. La prima incarnazione dell’alt-right, tuttavia, fallisce senza che se ne accorga nessuno: i tempi non erano maturi. La seconda versione invece attecchisce alla grande, perché riesce a convogliare al suo interno molte anime del mondo reazionario: paleo-conservatori, misogini, estremisti di destra, neonazisti, complottisti, islamofobi, antisemiti e persone contrarie al “politicamente corretto”, troll di vario tipo e sostenitori di Donald Trump – che nel frattempo ha lanciato la sua prima candidatura presidenziale.

L’alt-right adotta Pepe come mascotte e lo eleva a uno dei simboli della campagna trumpiana. La consacrazione arriva quando il candidato repubblicano retwitta dal suo profilo un meme di se stesso con le fattezze della rana. Nel settembre 2016 il cerchio si chiude: sia Hillary Clinton, l’allora sfidante democratica, che l’ong Anti-Defamation League lo classificano come un “simbolo d’odio”. A nulla servono i tentativi dell’ideatore Matt Furie di “uccidere” figurativamente Pepe con le cause per violazione del copyright: la sua creatura è totalmente sfuggita al controllo. La sorprendente vittoria di Trump viene interpretata dall’alt-right – e da numerosi commentatori – come un segno dell’esistenza della “magia memetica”. Visti in quest’ottica, i meme non sono immaginette stupide e divertenti di internet; al contrario, sono potenti strumenti culturali e propagandistici che hanno addirittura il potere di eleggere il presidente degli Stati Uniti. Come ha dichiarato Richard Spencer, “quello che era partito come uno scherzo è diventato reale”. Lo stesso Trump, come hanno scritto i professori Ryan Milner e Whitney Phillips, “ha condotto una campagna che non si basava su proposte politiche o argomentazioni concrete, ma quasi interamente sui meme”. E questi meme, aggiungono, hanno attinto a pregiudizi molto più antichi di internet: “odiosi stereotipi razziali, oppressive norme di genere, un diffuso anti-elitarismo e la cara vecchia xenofobia”.

Just Joking!

Il dirottamento di Pepe rientra in una più ampia strategia comunicativa che è riassumibile con la formula del just joking, ossia “stavo solo scherzando” – una delle cifre principali dell’alt-right. Così facendo si può infatti invocare il cosiddetto “diniego plausibile”: si promuovono discorsi estremisti in modo “ironico”, lasciandosi però aperta la possibilità di negare di averlo fatto di fronte alle critiche. Il metodo è esplicitamente rivendicato e caldeggiato da uno dei principali animatori del movimento, il neonazista statunitense Andrew Anglin. In una guida all’alt-right scritta da lui e pubblicata nel 2016 sul suo sito The Daily Stormer (il titolo è un omaggio al settimanale nazista Der Stürmer), Anglin mette nero su bianco che “quando si usano insulti razzisti, lo si dovrebbe fare con aria semischerzosa, come quando si fa una battuta razzista di cui tutti ridono perché è vera […]. Il tono dovrebbe essere leggero. La maggior parte delle persone non si sente a suo agio con materiale che appare come puro odio al vetriolo, senza l’ombra di ironia. Il lettore profano non dovrebbe essere in grado di dire se stiamo scherzando o no”. E ancora: “dovrebbe esserci consapevolezza degli stereotipi sui razzisti odiosi. Di solito considero questo umorismo come una forma di autoironia – sono un razzista che si prende gioco degli stereotipi sui razzisti perché non mi prendo troppo sul serio. Questo è ovviamente uno stratagemma perché in realtà voglio davvero gasare gli ebrei. Ma questo è irrilevante”. Il fine ultimo, chiosa il neonazista, è quello di promuovere una forma di “nazismo non ironico mascherato da nazismo ironico”. Per la semiologa Valentina Pisanty, questo tipo di ironia è “un formidabile cavallo di Troia con cui riportare in circolo contenuti ferocemente razzisti fino a poco fa ritenuti impronunciabili in pubblico”. E non è affatto un caso che la pratica del just joking sia sopravvissuta all’alt-right – entrata in declino irreversibile dopo la manifestazione Unite the Right dell’agosto 2017 a Charlottesville, finita con l’uccisione dell’attivista antifascista Heather Heyer – e si sia replicata anche in altri Paesi e contesti. Uno dei casi più significativi è avvenuto in Germania. Nella primavera 2024 è circolato sui social un video girato nel locale Pony a Sylt, un’isola tedesca nel mare del Nord. Nella clip si vedono giovani ballare sulle note de L’amour toujours di Gigi D’Agostino e intonare l’espressione “Deutschland den Deutschen, Ausländer raus” (“la Germania ai tedeschi, fuori gli stranieri”), uno slogan utilizzato dai neonazisti tedeschi negli anni Ottanta e Novanta. Nelle riprese spunta anche un ragazzo che alza il braccio a mo’ di saluto nazista e tiene due dita sotto il naso, facendo un chiaro riferimento ai baffetti di Adolf Hitler. Come ha sottolineato il giornalista Matern von Boeselager sul settimanale Der Spiegel, quello di Sylt non è un episodio isolato: da mesi la versione razzista e travisata de L’amour toujours rimbalza tra “le feste in spiaggia nello [stato dello] Schleswig-Holstein, le parate di carnevale in Baviera e i festival di paese in Sassonia”, e compare in diversi video su TikTok e su altre piattaforme. In altre parole, la celebre hit di Gigi D’Agostino si è trasformata in un meme dell’estrema destra tedesca. L’appropriazione è talmente rapida e profonda che a un certo punto non serve nemmeno cantare lo slogan neonazista: bastano le note. E infatti, dopo Sylt, L’amour toujours è messa alle feste di partito di Alternative für Deutschland, acquisendo così – com’era successo con Pepe – piena agibilità politica.  

La trasformazione di Twitter in 4chan

La memificazione della politica ha avuto un’ulteriore evoluzione nel 2022, con l’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk. Nonostante le promesse iniziali di garantire l’imparzialità e la neutralità, la piattaforma è diventata in fretta il cuore pulsante dell’estrema destra globale. Dopotutto, stando alla biografia autorizzata di Walter Isaacson, l’uomo più ricco del mondo ha comprato il social – che ha poi cambiato il nome in X – per un motivo ideologico preciso: fermare il “virus woke” che ha “infettato” la mente della figlia transgender Jenna (che ha troncato di netto ogni rapporto con il padre) e rischia di “contagiare” l’intera società. Per adempiere a questa missione, Musk ha prontamente decimato le risorse interne dedicate alla moderazione dei contenuti e ripristinato migliaia di account sospesi per aver promosso discorsi d’odio. Tra questi spiccano quello di Donald Trump, cancellato dopo l’assedio al Congresso del 6 gennaio 2021; quello del neonazista Andrew Anglin; quello dell’influencer misogino britannico Andrew Tate; e quelli di estremisti e complottisti come Alex Jones del sito InfoWars. Con queste mosse, ha spiegato in un’intervista al New York Times Imran Ahmed del Center for Countering Digital Hate, “Musk ha acceso il Bat-segnale per tutti i razzisti, i misogini e gli omofobi, che si sono comportati di conseguenza”. Invece di arginare il problema, segnalato da diversi rapporti indipendenti, il proprietario di X l’ha reso strutturale. Lui stesso si è messo ad amplificare bufale razziste, notizie false, disinformazione transfobica e teorie del complotto di 4chan e meme politici. A un certo punto ha anche cambiato la sua immagine profilo con un Pepe in versione gladiatore romano. Nell’agosto 2024, in conseguenza della crescente radicalizzazione di Musk e dell’appoggio a Donald Trump, X è stato messo al completo servizio della campagna di rielezione del candidato repubblicano. L’algoritmo ha promosso i contenuti conservatori e penalizzato quelli democratici, mentre un esercito di account con la spunta blu a pagamento ha pompato meme e immagini pro-Trump generate con l’intelligenza artificiale. Oltre a ciò, la piattaforma ha ricoperto il ruolo di avanguardia ideologica, comunicativa e memetica che avevano avuto l’alt-right e 4chan nel 2016 – ma su una scala infinitamente maggiore. Proprio per questo, ha spiegato il giornalista e amministratore delegato del sito satirico The Onion Ben Collins, la base degli anon del forum “si è trasferita in un campo di gioco più grande e ha iniziato a influenzare immediatamente la vita e la politica americana”. Twitter è così diventato 4chan, che di colpo ha perso la sua ragione d’essere: “Perché nascondersi dietro l’anonimato”, si chiede retoricamente Collins, “se un miliardario ti permette di pubblicare lo stesso tipo di contenuti estremisti con il tuo vero nome e addirittura ti paga per farlo?”.

Shitposting di Stato

Con il ritorno di Trump si è aperto l’ultimo capitolo del rapporto tra meme e politica: “il Twitter 4chanizzato”, nota ancora Collins, “è diventato il governo degli Stati Uniti”. Lo si può vedere scorrendo i profili ufficiali sui social della Casa Bianca, che sembrano davvero gestiti da anon della sezione /pol/ che si divertono a fare shitposting – ossia a pubblicare contenuti volutamente crudeli e provocatori. Secondo una ricostruzione del Washington Post, dietro agli account ci sarebbe una dozzina di funzionari tra i 20 e i 30 anni di provata fede trumpiana ed estremista, la cui identità non è nota per ragioni di sicurezza. La squadra ha un’amplissima autonomia editoriale: l’obiettivo è quello di scavalcare i media tradizionali e creare un “universo informativo parallelo” attraverso meme, post che sfruttano i trend del momento e contenuti pensati principalmente per X. Non sorprendentemente, uno dei filoni più battuti è l’agiografia di Trump. Sui profili della Casa Bianca hanno fatto capolino illustrazioni generate con l’intelligenza artificiale in cui il 47esimo presidente appare come un re su una falsa copertina del Time; poi come un cavaliere Jedi (ma con la spada laser rossa da Sith); e addirittura come il papa. Quest’ultima immagine, in pure stile da troll internettiano, ha infastidito non poco il clero cattolico statunitense. Vera ossessione degli account è però l’immigrazione: quando si tocca quel tema l’intensità e la violenza retorica raggiungono livelli spropositati.

L’amministrazione Trump non è però solo imbevuta dell’estremismo internettiano di 4chan: ha deciso di inglobarlo appieno nella propaganda.

Lo scorso San Valentino, giusto per fare qualche esempio, la Casa Bianca ha pubblicato un’immagine con i volti di Donald Trump e Tom Homan (il responsabile delle frontiere) e la variazione di una celebre filastrocca: “Le rose sono rosse, le violette sono blu, vieni qui illegalmente e ti espelleremo”. Qualche settimana dopo è comparso un video che ritraeva l’espulsione di alcuni migranti in formato Asmr, un genere di video molto popolare in cui le persone fanno rumori o bisbigliano vicino al microfono per generare un senso di rilassatezza e piacevolezza. In quel caso, tuttavia, la sensazione di piacere derivava dal rumore delle catene che sbattevano sull’asfalto o si stringevano attorno ai polsi delle persone. Alla fine di marzo 2025 i profili hanno cavalcato il fenomeno delle immagini “ghiblizzate” con l’intelligenza artificiale, postando l’illustrazione dell’arresto di una donna di origini dominicane accusata di traffico di fentanyl. Con contenuti di questo genere, ha puntualizzato Charlie Warzel su The Atlantic, la comunicazione della Casa Bianca “replica il tono sociopatico, gioioso e maligno degli angoli più oscuri di internet”. L’amministrazione Trump non è però solo imbevuta dell’estremismo internettiano di 4chan: ha deciso di inglobarlo appieno nella propaganda. Da un lato lo fa per solleticare gli istinti più beceri della base trumpiana e dell’estrema destra statunitense; dall’altro punta a disumanizzare i migranti e più in generale i propri nemici politici, squalificando sentimenti come l’empatia e l’indignazione. L’ha detto chiaro e tondo Kaelan Dorr, vicedirettore della comunicazione della Casa Bianca: “È sconfortante constatare che ci si arrabbi di più per questo meme [quello “ghiblizzato” della donna arrestata] che per la crisi del fentanyl”, ha scritto su X. “C’è gente che odia il nostro Presidente al punto tale da difendere chi uccide gli americani”. Il post si chiudeva con la seguente promessa, che sembra uscita da una discussione qualsiasi su 4chan: “Gli arresti continueranno, i meme continueranno”.


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