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Trend 2020

La nostalgia fake fra estetica e culto

La retromania non basta più, e nelle serie televisive degli ultimi anni le tinte al passato si incrociano con riletture più fantasiose. La nostalgia, da sola, non è abbastanza.

La scia della retromania degli ultimi tre anni assume nuove forme e passa da narrazione a estetica, da effetto-nostalgia a creazione di nuovi classici. Dopo il boom iniziale, cosa allora è rimasto oggi di questa tendenza?

Retro-mania ed effetto nostalgia sono due concetti chiave nella serialità degli ultimi tre anni. Da una parte, serie come Stranger Things (Netflix, 2016-) e The Goldbergs (Abc, 2013-) hanno fatto della feticizzazione di un’epoca recente la principale fonte di successo, puntando ai ricordi della generazione cresciuta negli anni Ottanta e Novanta per (ri)costruire un immaginario commerciale della cultura pop-vintage. Dall’altra, abbiamo assistito al vero e proprio ritorno in vita di prodotti mediali di quegli anni, o immediatamente successivi, attraverso revival e reboot – si pensi a The X-Files (Fox, 1993-2002; 2016-18) e Twin Peaks (Abc, 1990-91; Showtime, 2017). Ma qualcosa è cambiato. Mentre il trailer della quarta stagione di Stranger Things continua a puntare fortemente su un immaginario nostalgico anni Ottanta, e The Goldbergs dà vita a uno spin-off che si sposta negli anni Novanta (Schooled, Abc, 2018-), il trend della retromania si trasforma, e dalla vera a propria narrazione di un’epoca passiamo alla (ri)creazione di un’estetica con un target maggiormente trasversale.

Un’estetica senza tempo

Riverdale (The CW, 2017-) e Sex Education (Netflix, 2019-) sono emblematiche: puntando a un pubblico di adolescenti, ma anche e soprattutto giovani adulti, impiegano il fascino estetico della retromania per creare una sensazione di generale atemporalità, in cui l’epoca del racconto svanisce in favore di un’atmosfera vintage non ben localizzata. Si tratta di teen drama anche chiaramente ambientati ai giorni nostri, ma in cui raramente si fa uso di smartphone: già tale dettaglio stabilisce che la contemporaneità non è il punto e sospende il racconto in un’era non connotata tecnologicamente. Questa sensazione è amplificata da elementi di moda, che stabiliscono una sinergia fra l’industria dell’intrattenimento e quella fashion attraverso lo stimolo alla replicazione dei look. 

Riverdale e Sex Education sono emblematiche: puntando a un pubblico di adolescenti, ma anche e soprattutto giovani adulti, impiegano il fascino estetico della retromania per creare una sensazione di generale atemporalità, in cui l’epoca del racconto svanisce in favore di un’atmosfera vintage non ben localizzata. Sono teen drama ambientati ai giorni nostri, ma in cui raramente si fa uso di smartphone.

In Riverdale, ogni personaggio incarna uno stile peculiare ma, in generale, ognuno di essi è riconducibile a un’estetica vintage anni Cinquanta, iconica, certamente adulta per dei personaggi adolescenti, ma comunque efficace nel connotare l’intera serie con un look rétro facilmente replicabile, nei dettagli e negli accessori. In Sex Education la replicabilità è ancora più semplice grazie all’effettivo ritorno della moda anni Novanta, che nella serie fa da padrona. Anche qui, il tempo è sospeso: il protagonista utilizza una sveglia vera che compare solo nella scena d’apertura e, insieme alla moda anni Novanta, sembra dirci che la serie sarà ambientata in quegli anni. Eppure, appaiono presto degli smartphone, che però non sono davvero utilizzati. Allora, come nel caso di Riverdale, il punto non è più il reale setting temporale, quanto piuttosto la ripresa di alcuni elementi di vari setting per suggerire, evocare, citare attraverso la combinazione di rétro e moderno, in un design estetico che risulta infine senza tempo, ma originale e accessibile a non solo a chi lo ricorda. 

I nuovi classici

La televisione ha raggiunto l’età matura e, come per gli altri media di intrattenimento, è arrivato il momento di guardare alla sua storia e trovare i suoi “classici”. Se prima erano semplicemente i programmi in bianco e nero, drama e sceneggiati ispirati al cinema, al teatro e alla grande letteratura, con il tempo si è arrivati alla rivalutazione delle serie, anche con analisi che riconducono certe caratteristiche di qualità della serialità contemporanea proprio a quelle narrazioni – si pensi a Twin Peaks e The X-Files. Il loro ritorno ha mostrato la possibilità di risvegliare risorse dormienti, conferendo al brand originario nuovo valore, traendo vantaggio dai ricordi di una generazione che è oggi adulta e centrale per il business televisivo. Anche serie meno criticamente acclamate hanno riacquistato valore con i ritorni, basti pensare a Will & Grace (Nbc, 1998-2006; 2017-), riletta alla luce del suo ruolo della rappresentazione dell’omosessualità nella televisione dei primi anni Duemila. 

La dimensione del ricordo nostalgico rimane per quella generazione che ha vissuto l’epoca ma si perde per quelle successive, che però ne fanno un uso riattualizzato e rimediato dalle narrazioni. È qui che la nostalgia diventa fake: quello che è stato prima è migliore, cool, in virtù del tempo passato.

L’evoluzione del fenomeno dei ritorni è ora un’altra: il recupero, direttamente, dell’originale e la sua trasformazione in oggetto mediale-feticcio. Seinfeld (Nbc, 1989-98), Friends (Nbc, 1994-2004), The Office (Nbc, 2005-13) sono tre sitcom sicuramente popolari, ma che hanno guadagnato un rinnovato successo grazie alla loro disponibilità su library online. La riattivazione del loro ciclo di vita ha fatto leva sia sui fan di vecchia data che su un nuovo bacino d’utenza, sfruttando elementi caratteristici del successo seriale contemporaneo. Le tre sitcom sono modulari, basate su una serie sketch e tormentoni che, nella cultura digitale odierna, diventano meme e gif virali. Ciò aumenta naturalmente la loro circolazione, in una condivisione basata anche sul passaparola. Inoltre, il tempo passato dalla loro prima trasmissione ha innescato la trasformazione in oggetto di culto, amplificata da elementi iconici ripresi nel merchandise e nelle produzioni virali. Il tempo passa e fabbrica un passato di nuovi classici da recuperare.

La nostalgia fake

L’estetica rétro e l’idea astratta di un’epoca prendono il sopravvento sul racconto di quella stessa epoca, portando ancora più all’estremo la feticizzazione della cultura pop già impiegata da produzioni come Stranger Things. Il vintage è un elemento che finisce con l’arricchire la produzione rendendola senza tempo – proprio in virtù del suo unire elementi da ambienti temporali diversi. È tipologia di messa in scena, posizionamento del prodotto, agente per la creazione del culto. La dimensione del ricordo nostalgico rimane per quella generazione che ha vissuto l’epoca ma si perde per quelle successive, che però ne fanno un uso riattualizzato e rimediato dalle narrazioni. È qui che la nostalgia diventa fake: quello che è stato prima è migliore, cool, in virtù del tempo passato. Lo sono gli oggetti vintage, ma anche i programmi che, nel naturale ciclo di vita dei media, sono ora dei nuovi classici.



Luca Barra

Coordinatore editoriale di Link. Idee per la televisione. È professore associato presso l’Università di Bologna, dove insegna televisione e media. Ha scritto i libri Risate in scatola (Vita e Pensiero, 2012), Palinsesto (Laterza, 2015) e La sitcom (Carocci, 2020), oltre a numerosi saggi in volumi e riviste.

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Paola Brembilla

Ricercatrice t.d. presso l'Università di Bologna, dove insegna Teoria e tecnica dei nuovi media. Ha scritto It's All Connected. L'evoluzione delle serie TV statunitensi (Franco Angeli, Milano 2018) e Game of Strategy (con E. Mollona, Giappichelli, Torino 2015).

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