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Trend2020

La gioventù come valore in sé

Dai testi delle canzoni ai titoli degli album, fino alle classifiche di vendita, gli ultimi anni sono il trionfo in campo musicale di una gioventù sfacciata. Il rinnovamento tanto atteso è arrivato?

Nel 2017 tra i dieci album più venduti in assoluto c’erano tre artisti ultracinquantenni (Vasco Rossi, Jovanotti e il sodalizio Mina-Celentano) e parecchi nomi quanto meno maturi (Tiziano Ferro, Fabri Fibra, J-Ax con Fedez, Gué Pequeno). La presenza di tre ventenni nelle prime posizioni (Riki, Ghali, Sfera Ebbasta) era salutata come una boccata di aria fresca, tra i tanti nomi più adult-oriented che presidiavano la top 20 (Tiziano Ferro, Fabri Fibra, U2, Negramaro, Caparezza, Cristina D’Avena, di nuovo Vasco Rossi, Ermal Meta e non trascuriamo il contributo di J-Ax al sodalizio con Fedez). 

Nel 2018, invece, la stessa top 10 annovera una sola artista con più di 35 anni, Laura Pausini (44 anni) attorniata da nomi che un anno prima erano sconosciuti o quasi: Sfera Ebbasta, Irama, Maneskin, Ultimo, Capo Plaza, Benji & Fede. Alcuni big consolidati si sono dovuti per la prima volta accomodare a distanza (anche elevata) dalle prime posizioni: Jovanotti, Marco Mengoni, Cesare Cremonini, Eros Ramazzotti, Negramaro, Giorgia, Gué Pequeno, Elisa. Alcuni senatori non sono nemmeno entrati tra i 100 più venduti (Luca Carboni, Le Vibrazioni, Decibel, Tiromancino, Noemi). Va detto che il successo dei giovani non è stato indiscriminato: sono rimasti esclusi Ernia, Emis Killa, Motta, Baby K – mentre Dark Polo Gang, Achille Lauro, Lo Stato Sociale hanno visibilmente faticato. Inoltre, dopo la fiammata che accompagna le puntate finali dei talent, la maggior parte dei giovani segnalatisi a X Factor e Amici sono spariti per strada, in genere biecamente abbandonati dalle case discografiche (in questo senso, alcuni retroscena svelati da Irama sono eloquenti sul cinismo dei discografici).

L’esultanza della discografia era palpabile. Così il presidente della FIMI, Enzo Mazza: “La clamorosa affermazione della musica italiana nell’era dello streaming, con una percentuale così elevata anche tra i singoli, conferma una rivoluzione generazionale importante nel nostro Paese. Otto su dieci degli artisti in top ten album hanno meno di 30 anni: è il risultato degli investimenti che le case discografiche hanno effettuato negli anni della crisi del settore. Si tratta di investimenti che hanno prodotto un cambiamento epocale nella musica italiana insieme con le giovanissime generazioni di fan legate alle nuove tecnologie come streaming, smartphone e social media”.

Rivoluzioni, rinnovamenti

A dirla tutta, tra le classifiche del 2018 e quelle del 2016 è intervenuta anche un’altra rivoluzione epocale e proprio nelle classifiche: il conteggio dello streaming combinato con quello di cd e vinili, per adeguarsi ai criteri già seguiti nei mercati più rilevanti, ha finito per svecchiare graduatorie che esprimevano un comparto poco dinamico, deriso dagli stessi addetti ai lavori per il suo vecchiume, più o meno come i governi che hanno preceduto quello attuale. Con questo sistema è stato più facile per i rapper vantarsi di dischi d’oro e di platino sui social, e per le case discografiche è risultato più facile rinegoziare dei contratti con alcuni senatori o dar loro il benservito. Una situazione win-win che permetteva anche ad alcuni nomi emergenti di presentarsi con una nuova legittimazione in spettacoli televisivi o radiofonici caratterizzati da un pubblico adulto. Forse per la prima volta dagli anni Ottanta una generazione poteva dire ai genitori “Il mio idolo vende più del vostro”. Da Sanremo al Concertone del Primo Maggio, è stata una corsa ad adeguarsi al diktat della gioventù, così come espresso dalle classifiche. 

Forse per la prima volta dagli anni Ottanta una generazione poteva dire ai genitori “Il mio idolo vende più del vostro”. Da Sanremo al Concertone del Primo Maggio, è stata una corsa ad adeguarsi al diktat della gioventù, così come espresso dalle classifiche.

La corsa al ringiovanimento, esattamente come in politica, funziona in effetti come espediente per esprimere il dinamismo e la modernità del contesto, dalla discografia ai media. Artisticamente, la joint-venture tra Fedez e J-Ax a metà decennio era stata una piccola anticipazione di una pioggia di partnership tra veterani e nomi più freschi desiderosi rispettivamente di una rinfrescata o uno sdoganamento: Loredana Berté e Boomdabash, Patty Pravo e Briga, Nino D’Angelo e Livio Cori, Elisa e Carl Brave, Gianna Nannini ed Enrico Nigiotti, Daniele Silvestri e Rancore, Jovanotti con Calcutta e Tommaso Paradiso, ancora Elisa con Rkomi (volendo, pure un Fedez appena divenuto marito e padre, in duetto con la trasgressiva Dark Polo Gang). Per chiarire ancora di più il concetto, Irama intitola l’album Giovani, Mahmood lo intitola Gioventù bruciata, Laïoung canta Giovane giovane, Capo Plaza Giovane fuoriclasse, e quanto a Young Signorino, il nome dice metà delle cose da dire.

Se Fedez è il precursore dell’esibizione continua del torace, nel 2018 si scatena la gara, anche se non tutti sfoderano addominali palestrati: in diversi casi si coglie un che di efebico nel fisico delle nuove star. Irama, Achille Lauro, Sfera Ebbasta, Riki, Ultimo, Young Signorino e i tre Maneskin ostentano su Instagram o nelle foto ufficiali petto e ventre, possibilmente tatuati (qualcuno anche sulla faccia).

Ma proprio come in politica, la gioventù non comporta necessariamente un rinnovamento stilistico: Ultimo e Il Volo non rompono con la musica tradizionale e ricevono i consensi di fasce più agée. Del resto, un po’ a sorpresa, l’invasione degli under 30 in classifica non porta a una prevalenza del rap e della trap in top 10: i rapper sono quattro nel 2018 proprio come nel 2017, solo con qualche anno in meno. Ed è sicuramente una gioventù al maschile: la generazione di Emma, Annalisa e Alessandra Amoroso non ha ricevuto ricambi da Amici, e a X Factor le donne non vincono dal 2012. Del resto, rapidamente gettato un ponte di ibridazioni e featuring tra rap e trap dopo la blanda rottura “generazionale” con cui la seconda era stata propagandata, la principale novità che accomuna le nuove leve dal punto di vista estetico in realtà è il corpo dei giovani uomini. Se Fedez è il precursore dell’esibizione continua del torace, nel 2018 si scatena la gara, anche se non tutti sfoderano addominali palestrati: in diversi casi si coglie un che di efebico nel fisico delle nuove star. Sta di fatto che Irama, Achille Lauro, Sfera Ebbasta, Riki, Ultimo, Young Signorino e i tre ragazzi dei Maneskin ostentano su Instagram o nelle foto ufficiali petto e ventre, possibilmente tatuati (qualcuno anche sulla faccia). Quasi tutti fumano, dettaglio di piccola ribellione antisalutista e maudit alla portata di qualunque fan, che peraltro da anni il rap ha reso praticamente obbligatorio, specie nei video.

Dovendo fare un nome: Maneskin

La rapida affermazione del quartetto romano presenta molti degli aspetti peculiari di questa spinta generazionale, anche se per certi versi rappresenta al contrario la prova che si può deviare dalla ricetta più popolare. Intanto, le canzoni sono indifferentemente in italiano o in inglese (entrambi, abbastanza approssimativi): sono interpretate con la stessa attitudine ghepardesca. Poi, musicalmente la band ha un suono più vecchio che giovane (per quanto ai 13enni rock e funky possano legittimamente suonare inediti) ma il fatto che sia suonato da teenager (dai 19 anni del cantante ai 17 di Victoria De Angelis ed Ethan Torchio, che li compie durante X Factor) lo rende irrilevante. L’importante è la carica sexy e glamour della band, che sfrontatamente mette sul palco una sensualità che i rapper, pur millantando rudemente i propri exploit sessuali (nelle rime e in pubblico), avevano cancellato dal loro immaginario come corollario della propria inclinazione misogina. Damiano: “Credo sia il tempo della rockstar che esagera e sfascia le stanze d’albergo. Nel video di Chosen sono nudo e intorno c’erano 30 persone, ci piace sempre andare oltre. Negli spettacoli continuerò a fare la pole dance sul palo e non mi vedrete mai senza kajal sugli occhi”.Subito dopo aver attirato l’attenzione nel talent conclusosi nel dicembre 2017, i Maneskin iniziano a registrare un sold out dopo l’altro e aggiungere date a una tournée durante la quale in realtà non possono fare molto più che suonare quattro brani rimpolpati da svariate cover, non avendo ancora pubblicato il vero disco di debutto. Quando questo esce, si ritrovano al n.1 sia tra gli album che tra i singoli. Tra le canzoni, si delinea una narrazione che in realtà condivide le stesse pulsioni del rap: il successo come rivalsa, la celebrità come necessità. Nei testi delle canzoni: “Io non ho niente da dire, io non ho niente da ridere; ho strappato queste spine e ho cominciato a vivere. Voglio volare per sollevarmi fin là, sentir urlare il mio nome nelle città”. O anche: “I’m close to the top now, and that’s what I want, so I take it all. I look at the clock now and this is my moment, this is my time”. “Tu che lo fai per il dinero, io per diventare immortale, diventare leggenda nella mia via. Non è questione di abilità, dentro me ci sta il bacio della magia”. Su Instagram, alle notizie dei sold-out, la band è sfacciata, ventilando una semi-citazione da Gomorra molto radicata nel rap (e nel calcio): “Ve l’avevamo detto che ci prendevamo tutto”.



Paolo Madeddu

È di Milano. Scrive su aMargine, Gioia, Corriere della Sera. Possiede una televisione.

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