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Immaginari

La bellezza del dato

Se i dati sono il linguaggio invisibile del nostro tempo, la loro visualizzazione assume un ruolo cruciale per interpretare la contemporaneità. Diventa arte, un mezzo per mappare, decifrare e dare forma all’essenza del mondo in cui viviamo.

“The act of representing information as a picture, diagram or chart, or a picture that represents information…”. Ormai la data visualization ha una definizione, un po’ spicciativa invero, sul Cambridge Dictionary; e una letteratura, invece alquanto articolata in termini metodologici, che va da Il discorso dei dati di Valentina Manchia (2020) a Information is Beautiful di David McCandless (2009); senza dimenticare il seminale Visual Explanations di Edward R. Tuffte (1997). E raccoglie quelle soluzioni visuali che portano, lo dice la parola stessa, alla visualizzazione dei dati. Cosa piuttosto importante per il vigente mondo digitale, che dei dati ha bisogno non solo per inseguirci nelle nostre propensioni di acquisto, ma soprattutto per gestire una quantità di processi che accompagnano la vita quotidiana, dalla comunicazione di concetti astratti tipici dell’illustrazione scientifica, per arrivare alla gestione dei servizi, che corpo e funzionalità non hanno se non vengono comunicati; passando per la manipolazione dei nostri device digitali. 

Di fatto, senza un’adeguata data visualization la nostra macchina economica e sociale farebbe fatica a sopravvivere: a fornire servizi al cittadino o al cliente, a suggerire strategie commerciali, a farci salire sui treni in orario o a governare la produzione di macchine costruttrici di beni, a loro volta sempre più innervate di funzioni gestite elettronicamente (la cosiddetta meccatronica). Tanto che ormai è diventata un’attività non tanto a sé stante (non potrebbe, per definizione); quanto votata a una varietà di funzioni e di modalità di approccio nei confronti dell’utente che tocca i tasti più disparati in un range che va dal funzionalismo spiccio alla dimensione estetica più ricca di capacità evocativa.

Disegnare l’informazione

Questo spettro è ben individuato dalla definizione di data humanism coniata dalla designer Giorgia Lupi, italiana trasferita a New York e associata a Pentagram, studio internazionale di design a tutto tondo, celeberrimo anche e proprio per la sua abitudine di ampliarsi associando via via figure di particolare pertinenza nel mondo della progettazione. E senza dubbio nella sua stessa attività la Lupi ha creato una serie di soluzioni di genere assai diverso per comunicare i dati, sul piano procedurale e in termini direttamente tecnologici: dal diario tenuto a quattro mani con una collega oltreoceano, alle installazioni  interattive, fino alla realizzazione di prodotti tessili. A sondare linguaggi diversi che, con dimensioni oscillanti tra il funzionale e il poetico, traducano in visuals l’intraducibile: il dato, appunto ma anche il processo, o l’emozione. 

Quindi, al di là del fatto che come pratica professionale diventa sempre più gettonata ed essenziale per chi si occupa di design, segnatamente design grafico negli sviluppi su User Interface o User Experience; la data visualization sta dando vita, da tempo, a un’estetica strettamente legata ai tempi che viviamo, che coinvolge sempre più autori, e sempre più differenti per percorso, ormai anche in pratiche legate alle arti visuali tout court, alla performance, al VJing.

Come conseguenza, lo stesso approccio muta, e si fa più variegato, rileggendo in maniera differenziata (anche problematica, ad esempio) il rapporto diretto con la funzione, e venandosi di coefficienti estetici, e financo poetici. E non è neanche cosa così recente, volendo: ha le sue origini nell’information design nei primi anni Novanta, quando l’introduzione di software grafici permise di rendere più flessibili sia i processi di progettazione che le forme impiegate per comunicare: e quindi più ricco il ricorso a figure maggiormente elaborate, in termini di dimensioni, colori, caratterizzazione stilistica, di quanto non fossero i tradizionali strumenti della materia, ovvero i classici diagrammi, a blocchi, a torta, a rete che fossero.

La data visualization sta dando vita, da tempo, a un’estetica strettamente legata ai tempi che viviamo, che coinvolge sempre più autori, e sempre più differenti per percorso, ormai anche in pratiche legate alle arti visuali tout court, alla performance, al VJing.

Un ruolo pionieristico lo ebbe proprio nel nostro paese Piergiorgio Maoloni (designer impegnato coi  più importanti quotidiani italiani) segnatamente con i progetti per il mensile Il Gambero Rosso. Ma questa attitudine divenne particolarmente evidente quando l’infografica incominciò a essere elemento di connotazione dello stile di una rivista, ovvero parte integrante della sua art direction: come accade a inizio del nuovo millennio con il lavoro di Francesco Franchi (oggi a La Repubblica), direttore creativo di I L –  Intelligent Lifestyle, il mensile de Il Sole 24Ore ideato da Walter Mariotti. I cui contenuti, effettivamente spettacolari, verranno pubblicati in due volumi (2013 e 2016) della berlinese Gestalten Verlag, uno degli editori internazionalmente più trendy nei settori del design, del fashion e della comunicazione visiva in genere. 

Allo stesso modo, la multiforme capacità espressiva dell’infografica veniva lanciata in video da Remind Me (2002), clip per i Royksopp dell’agenzia francese H5, che svilupperà tale approccio fino a riportarlo ai toni dell’illustrazione scientifica per l’azienda (settore energia) francese Areva. Repertori visuali di notevole vivacità e anche complessità, costruiti per raccordare elementi metaforici (atti a spiegare i processi) con apparati figurativi in cui le possibilità dell’infografica sono dispiegate per ironizzare su un linguaggio che parlerebbe di solito di volumi di vendita, consistenze demografiche, previsioni metereologiche o quant’altro; animando e moltiplicando esponenzialmente la logica degli isotype, pittogrammi modulari combinabili ideati nel 1928 dal sociologo Otto Neurath e dal disegnatore Gerd Arntz. Mentre si apre contemporaneamente una dimensione tanto sintetica e sibillina quanto  sottilmente evocativa, in progetti come quelli dello studio milanese La Tigre.

Ce n’est pas une donnée

D’altra parte, già nel 2002 un volume come Digital Information Graphics, di Matt Woolman, incomincia a raccogliere una serie di esempi nei quali torna a dominare una visione più sintetica ed elementare nella rappresentazione dei dati: che sono già diventati big, perché rappresentano flussi di operazioni complesse, spesso incrociati; e non più solo la spiegazione di fenomeni. Il motivo è proprio nella quantità di dati trattati e nella loro dimensione di flusso: elementi semplici che viaggiano su matrici sinusoidali offrono comunque l’occasione per affiancare alla funzione una dimensione quasi poetica che si applica a contesti assai variegati.

Sono appunto le installazioni di Giorgia Lupi, ma anche quelle di Giacomo Nanni e Julian Peschel, che sperimentano soluzioni algoritmiche innovative nella visualizzazione dei dati, con ambienti video che parlano ad esempio di relitti spaziali e del loro impatto sull’atmosfera. Ma sono anche le immagini identitarie per la rassegna Street Poetry a Brema, progettate da Boris Müller (esono) che a loro volta utilizzano algoritmi per “interpretare” visualmente i testi poetici presentati nella rassegna e trasformarli in spettacolari visual per la comunicazione, dalla configurazione assai diversa di edizione in edizione, ma dall’evidente approccio concettuale unitario. Così come la qualità dell’aria diventa occasione per dispiegare soluzioni linguistiche sul piano della visualizzazione nei progetti (con il gruppo Limiteazero) del master in Visual Arts for the Digital Age di IED Milano; il cui coordinatore, l’artista Martin Romeo, dalla sua propone invece una scultura in raffinato vetro di Murano (2023) per visualizzare l’impatto delle emissioni degli aerei sull’ambiente. Perché in realtà il problema nodale diventa non solo lo struttura utilizzata per leggere il dato, ma la metafora ad esso legata e la forma che meglio la interpreta.

Questo aspetto diventa particolarmente esaltante quando il dato diventa performativo; ovvero dinamico, in relazione o meno alla presenza e all’interazione umana. Davide Maria Coltro propone, con la serie di quadri mediali Arborescenze, strutture ad albero che si costituiscono con un flusso mediale sotto gli occhi dell’osservatore. Dove il digitale quasi si piega a raggiungere le matrici figurative della incisione Quattrocentesca. Coltro è un artista; ma queste operazioni di risemantizzazione continua del dato attraverso sistemi di metafore tocca anche lavori destinati a funzionalità ben precise come quelle del tedesco Studio Nand per il Max-Planck Institute (un sistema per tracciare e collegare le ricerche su base europea) e Deutsche Bahn (un progetto per gestire le tratte ad alta velocità).

La visualizzazione dei dati, oltre a essere un’arena per progettualità e innovazione e uno strumento necessario per la gestione della nostra quotidianità, si sta configurando come una sorta di zeitgeist della più recente contemporaneità.

C’è poi la possibilità di spingere al limite il dato, o meglio la sua relazione con la visualizzazione; che può diventare terribilmente poetica piuttosto che non fragorosamente performativa. È il lavoro del giapponese Ryoichi Kurokawa: quando da un lato “ripara” su grandi vidiwall una serie di dati di diversa provenienza scientifica inserendoli in un flusso audio/video continuo (Al-jabr, 2018); e dall’altro organizza vistosi VJset a suon di dati cercando un connubio fra strutture naturali e costruzioni umane (Subassemblies, 2021). Questo tendere al limite sfonda anche la parete dello schermo, e precipita nel reale. Un altro artista italiano, Angelo Demitri Morandini, elabora spettacolari infiorescenze costruite su flussi di dati facendole dialogare con un oggetto principe della catalogazione delle informazioni di era meccanica: lo schedario. Metafore diverse e di diverso impatto, che si interrogano sui diversi brainframe della gestione dati spesso legati dal comune fine di costruire la conoscenza e renderla fruibile. 

Lo spirito datificato del tempo

C’è in realtà un’altra via per atterrare nella fisicità. È proprio nell’esempio citato di Giorgia Lupi, il suo diario a distanza, che attinge da una pratica diventata sostanziale per l’interpretazione in diretta delle informazioni: lo scribing (nella sua derivazione dalle originali mind map della psicologia). Si tratta di una attività di scrittura per parole e immagini, accompagnate dalla scelta di lettering a mano, segni grafici quali frecce o cornici, simboletti di uso comune; che serve a costruire un ottimo sistema di riassunto in conferenze (il visual recording) o un vero e proprio lavoro di facilitazione e di coordinamento di workshop, incontri e riunioni (la visual facilitation). 

Attività di notevole complessità, anche perché generalmente fatta in diretta, ha la qualità di utilizzare un linguaggio semplice, fatto di elementi evidenti come può essere il colore o la forma, e di simboli provenienti da linguaggi come quello del fumetto popolare (la lampadina che sta per idea, per dire). Questo permette un’enorme facilità di condivisione, che la rende appunto utilissima a descrivere, interpretare, condividere processi anche complessi. Giocando su un elemento caratterizzante, che distingue per abilità chi la pratica: la capacità di cogliere il punto nodale del discorso o del percorso di facilitazione intrapreso, nelle composizione a parete realizzate su grandi fogli appositamente realizzati, o su fogli più piccoli da ricomporre alla bisogna. Sono dati anche questi: descrivono correttamente processi, relazioni, informazioni; ma con un linguaggio che finisce per essere immediatamente condivisibile. Il che rende lo scribing particolarmente appetibile in contesti diversi: nelle fiere, per la sua spettacolarità; o in comunicazione commerciale, per la capacità di descrivere processi.

Dunque, la visualizzazione dei dati, oltre a essere un’arena per progettualità e innovazione, un interessante ambito professionale, e uno strumento necessario per la gestione della nostra quotidianità, si sta configurando come uno spazio nel quale si allineano modalità omologhe ma differenziate, per finalità e per estetiche, che nel loro insieme sembrano configurare una sorta di zeitgeist della più recente contemporaneità. Uno spirito del tempo che si incarna in una forma (mutevole) degli attuali tempi.


Carlo Branzaglia

Si occupa di design education e design strategico. Insegna all’Accademia di Belle Arti di Bologna. È coordinatore scientifico della Scuola Postgraduate dell’Istituto Europeo di Design di Milano. Siede nel Consiglio di Amministrazione della Fondazione ADI Collezione Compasso d’Oro e nel Comitato Scientifico della Fondazione Cirulli.

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