immagine di copertina per articolo Indignarsi da morire
Immaginario

Indignarsi da morire

L’assalto al Campidoglio ci rivela due cose importanti. Che per decenni film e serie tv hanno cercato il pericolo esterno dimenticando quello interno. E che la realtà digitale è sempre più “alternativa”.

Tra i numerosi meme girati su Whatsapp dopo gli eventi di Capitol Hill del 6 gennaio, quello che mi ha fatto ridere di più, per contrasto, mostra Jake Angeli, simbolo del farsesco assalto, a torso nudo, cappello con le corna e pelliccia di bisonte sulle spalle. Con una sintesi corrosiva, degna di Flaiano, il commento all’immagine diceva: “Cinquant’anni a guardare film americani in cui i cattivi volevano entrare nel Campidoglio… I terroristi russi con le bombe atomiche, i cinesi armati di biotecnologie e kung fu, Al Quaeda con le armi chimiche, quelli di un’altra galassia, gli zombie, Godzilla… Poi alla fine chi cazzo c’entra? Questo qua. Arrapaho”. Per chi non ricorda gli Squallor, gli Arrapaho erano una tribù indiana immaginaria protagonista negli anni Ottanta di una canzone, e addirittura di un film. Pretesto per sciorinare oscenità e strappare risate, la tribù era composta di sguaiati attori che parlavano in romanesco e per missione storica dovevano copulare. Sintesi estrema ma ironicamente efficace, che ci pone due questioni su quei fatti, che hanno un’importanza rilevante in questo scorcio di secolo.

Caduta del paradigma simbolico?

La prima questione riguarda il definitivo tramonto di qualsiasi paradigma simbolico forte e rassicurante, di cui gli Stati Uniti hanno sempre rappresentato, nel bene e nel male, il punto fermo. Le grandi narrazioni politiche e filosofiche sono morte, ci hanno ripetuto per anni. Con la caduta del muro di Berlino eravamo arrivati alla “fine della storia” in una versione prosaica e prevedibile per cui il nuovo equilibrio mondiale ruotava, almeno simbolicamente, attorno alla sola forte democrazia statunitense. Il serbatoio dell’immaginario e della semplificazione bene/male, però, non si era certo svuotato e coglieva ogni occasione per riproporci un’immagine universale di efficienza e inviolabilità della democrazia statunitense, costruita dal Dopoguerra in avanti, con certosina pazienza, prima dal cinema e poi dalla tv, con agenti segreti, militari coraggiosi e indomiti, supereroi ed eroine, nuove tecnologie e armamenti mirabolanti capaci di annientare il nemico. 

Con l’attacco delle Torri gemelle si era presentata la prima incrinatura, che mal si prestava a una vera elaborazione simbolica, in quanto mancavano il lieto fine e la catarsi (e infatti è stato quasi ignorato dal cinema, se non per World Trade Center di Oliver Stone e United 9, entrambi del 2006). La complessità del nuovo scenario e delle guerre in Iraq e Afghanistan avevano dato luogo ad alcune storie, a narrazioni capaci di dare il sapore della incapacità dell’apparato americano di rapportarsi con culture diverse, non assimilabili, non comprensibili al modo schematico di pensare dell’approccio americano al resto del mondo. L’esempio cinematografico più importante è The Hurt Locker (2008) buon successo di pubblico e grande successo di critica, ma tra film e serie furono molti i titoli, con agende politiche contrapposte, con analisi e rappresentazioni pro (American Sniper di Clint Eastwood) o contro. In ogni modo, era forte l’imbarazzo di fondo per una guerra costata moltissimo in termini economici e di danni al tessuto morale e alla divisione/polarizzazione del Paese. La guerra in Iraq, in prospettiva, è stato un disastro biblico, senza una possibilità di catarsi narrativa. Da lì, dieci anni dopo, il buon gioco di Trump di coniare una nuova/vecchia formula, America First: “non lo capisco il mondo, e me ne vado”. Un ritorno all’isolazionismo, a un’America forte, ma per sé, per difendersi, non più per fare il gendarme del mondo e della democrazia. In quest’ultimo anno, la pandemia, e il fallimento americano nell’affrontarla, hanno dato il colpo di grazia, aumentando l’incertezza e il tenore distopico del nostro tempo.

L’ironia è che la vera minaccia non è arrivata da terroristi arabi con le armi chimiche, o da cinesi o russi, come Hollywood ha immaginato infinite volte, ma paradossalmente dall’interno, dal popolo americano. “We, the People” non era mai comparso come un potenziale eversore, in nessuna forma di narrazione. In tutti i generi, il ruolo del cattivo, di colui che vuole distruggere l’American way of life, era sempre relegato ad altri protagonisti. Con la sola eccezione, forse, del recente Joker.

Se ci atteniamo a quanto accaduto il 6 gennaio, ha dell’incredibile che una folla di un migliaio di persone sia riuscita a entrare nel palazzo del Congresso, e a far scappare senatori e deputati, interrompendo la cerimonia di conteggio finale dei voti per dichiarare ufficialmente l’elezione di Biden e Harris. I paragoni si sono sprecati con altre azioni del genere accadute in passato, moti popolari proprio in Paesi considerati da Trump “shit hole countries” (in Medio Oriente, Sud America, Africa) e ancora si litiga sui media mainstream americani sulla parola giusta per definire l’azione compiuta: è stata un’insurrezione durata quattro ore? Un colpo di stato? Sedizione? Protesta estrema? Quello che è accaduto è di difficile definizione perché pur essendo drammatico (con cinque morti) non è stato serio: non avevano un piano, e dove volevano realmente arrivare? 

Nella storia è accaduto più volte che piccoli gruppi di militanti organizzati abbiano preso il potere. I bolscevichi agli ordini di Lenin e Trotzky erano davvero uno sparuto gruppo, ma efficiente e con un obiettivo. Qui c’era una folla di “scappati di casa” in cui due vittime sono morte per attacco cardiaco perché non hanno resistito all’emozione dell’evento a cui partecipavano. L’ironia è che alla fine la vera minaccia non è arrivata da terroristi arabi con le armi chimiche, o da cinesi o russi, come Hollywood ha immaginato infinite volte, ma, paradossalmente dall’interno, dal popolo americano. “We, the People” non era mai comparso come un potenziale eversore, in nessuna forma di narrazione. In tutti i generi, dagli anni Cinquanta a oggi, il ruolo del cattivo, di colui che vuole distruggere l’American way of life, era sempre relegato ad altri protagonisti. Con la sola eccezione, forse, del recente Joker.

Qualche precedente

Un grande progenitore satirico sulla incontrollabilità delle istituzioni, nel periodo della guerra fredda, lo troviamo in un classico, Il dottor Stranamore (1964), capolavoro di Stanley Kubrick, in cui è una scheggia impazzita, un generale psicopatico, alcolizzato e donnaiolo a tentare di (e forse riuscire a) scatenare una guerra nucleare che distrugge l’America e il mondo. Nella fantascienza cinematografica dell’ultimo trentennio viene in mente il chiassoso Independence Day (1996): la terra (l’America) è attaccata dagli alieni e il film si dipana in un mix di cospirazionismo (la Cia non aveva avvertito il presidente che nel 1947 erano stati trovati alieni nella famosa Area 51) e di eroismo ai massimi livelli (il presidente americano pilota un jet scagliato contro le astronavi nemiche, per il trionfo finale). Ma soprattutto la fantastica e definitiva versione satirica di tutto il genere “Stati Uniti contro alieni” è Mars Attacks di Tim Burton (1996), dove l’America non può nulla contro le armi dei marziani, e solo ciò che è più inerentemente e unicamente americano può salvarli: la country music, che fa letteralmente impazzire gli extraterrestri e li perseguita fino a che se ne vanno. La fantastoria non fa eccezione: Alba rossa di John Milius (1984) è ambientato nel 1989, anno in cui avviene l’invasione di parte degli Stati Uniti da parte di un contingente militare russo, cubano e nicaraguense (i “comunisti” insomma). L’America spaccata in due diventa lo scenario delle avventure militari di un gruppo di giovani che vuole raggiungere i territori ancora liberi, i partigiani in versione americana, coraggiosi e determinati, contro i feroci russi. E nelle serie tv citiamo The Man in the High Castle, complessa e raffinata, tratta da Philip Dick, ambientata negli anni Sessanta in un’America dominata da tedeschi e giapponesi che hanno vinto la Seconda guerra mondiale. Spoiler: alla quarta stagione, finalmente la resistenza interna americana capisce come sbarazzarsi degli occupanti.

Le infinite versioni action movie, con terroristi o mercenari a minacciare la sicurezza nazionale, hanno tra gli esempi più noti la saga di Die Hard, con 4 episodi dal 1988 al 2013: un poliziotto solo, Bruce Willis, capace di imprese mirabolanti, protegge il Paese contro le varie trame terroristiche. Ma anche i supereroi Marvel (Capitan America, Iron Man, e mille altri) sono l’espressione più pura della invincibilità, tecnologica e morale, americana. Nel filone complottistico, è il “deep state”, con una preferenza per la Cia o altri servizi deviati a fare la parte del cattivo, a creare il fonte interno. La serie televisiva 24 (e i suoi molti spin-off) ne è l’esempio perfetto, con otto anni di missioni dell’agente dell’antiterrorismo Jack Bauer, raccontate in tempo reale. Servizi deviati, russi, drug lord messicani, cinesi, arabi, la sfilata di attentatori alla pace domestica è lunga e articolata. Ma, per quanto si può sapere ora, non vi è stata nessuna partecipazione dei corpi militari o di servizi deviati, il 6 gennaio.

La minaccia costituita dalla alt-right non è apparsa sul grande schermo, se non come pericolo sociale, e mai come minaccia alle istituzioni. I due film più importanti qui sono American History X (1998), interpretato magnificamente da Edward Norton, sull’estrema destra neonazista americana. Lo stesso tema è trattato da The Believer (2002). Entrambi i titoli sono uno spaccato del mondo neonazista che ha una sua presenza di nicchia nella destra estrema americana, che pur avendo in comune il suprematismo bianco con la folla di Trump, non coincide, non si sovrappone e ha radici differenti. Il grande assente nella narrazione hollywoodiana dei nemici è il tema dei mass shooting, le uccisioni perpetrate da singoli, o da piccoli gruppi, correlate alla diffusione parossistica di armi (quasi 400 milioni tra pistole e fucili, di cui molti sono armi da guerra): uccisioni insensate, nelle scuole, nei luoghi di culto, a volte indirizzate verso minoranze religiose o razziali, hate crime. Unici esempi, Elephant di Gus Van Sant sull’eccidio di Columbine e We Need to Talk about Kevin (2011), sulla dinamica familiare nella quale cresce un mass shooter, con Tilda Swinton nel ruolo della madre del ragazzo che commette il crimine. È un tema scomodo, divisivo, inadatto all’intrattenimento di massa, in fondo “basta guardare le news”. Purtroppo, non è così lontano da alcune parole d’ordine dei “Trump People”, per il razzismo, la xenofobia, l’amore per le armi che li contraddistingue.

Dal racconto alla realtà

Il 6 gennaio, l’attacco è arrivato da una variopinta folla, disperata e incazzata, aizzata dal presidente (“Fight like hell”) come conseguenza della realtà alternativa che ha preso piede in questi mesi, preparata per anni, quella a cui gran parte della gente comune (“Joe Six-Pack”) crede: le elezioni sono state rubate a loro e a Trump da una cabala di “poteri forti” e demoniaci, incarnati dai Democrats. I “rivoltosi” si sono presentati con la parafernalia tipica della alt-right, la destra alternativa: le bandiere confederate, le icone di Trump, la Q di QAnon, la croce cristiana (“God, Guns, Guts and Glory”) e armi più o meno occultate, fino all’apoteosi dell’immagine che ne rimarrà il simbolo, ossia Jake Angeli, nome d’arte. Che prima o poi di mestiere farà l’ospite televisivo in daytime, Arrapaho insomma.

Come verrà raccontato il 6 gennaio nel cinema, nella fiction? Diventeranno patrioti che hanno seguito gli ordini del Presidente? Un branco di poveracci creduloni? Non sono cattivi credibili, ma che ruolo avranno nell’immaginario americano? Quanti film e serie parleranno di complotti e di trame popolari per rovesciare il governo? Quanto a lungo l’invenzione dell’elezione rubata terrà ancora polarizzata e contrapposta l’America? È facile sorridere dell’illusione e della scarsa lucidità che ha attraversato la mente dei rivoltosi, ma in realtà sono una faccia della medaglia che ha generato il cambio di paradigma politico in Europa e negli States negli ultimi venti anni. Rimanendo in America, le conseguenze della globalizzazione hanno lasciato forti cicatrici sul corpo sociale, gli strati più poveri e meno scolarizzati della popolazione bianca americana si sono sentiti traditi da una economia e una politica che li ha penalizzati seriamente, con la disoccupazione o lavori marginali, e si sono rifugiati tra le braccia di chi prometteva loro una nuova età dell’oro. Make America Great Again.

Le deaths of despair sono aumentate vertiginosamente nella popolazione bianca, per l’uso di oppioidi, l’alcolismo, lo squilibrio mentale, per un sistema sanitario che esclude i meno abbienti. È questo lo scenario in cui ha avuto buon gioco la demagogia di Trump, come presunto antidoto alla deriva sociale della parte più povera della popolazione bianca, che si sente comunque titolare della Storia e della identità americane. Trump ha preso alle ultime elezioni il 46% dei voti, e il suo elettorato rappresentava il 29% del Pil nazionale: in prevalenza l’America bianca, meno abbiente e meno scolarizzata, a forte impronta religiosa (gli Evangelici costituiscono più della metà dell’elettorato di Trump). Si sono saldate in modo organico la componente libertaria, quella evangelica, quella cospirazionista, con la nostalgia per un’America più giusta, che non è mai esistita di fatto, e con un attivismo che seppur sotto il cappello del Partito Repubblicano, in realtà ha creato una presenza dai risvolti mediali “alternativi” fortissimi.

E questa è la seconda questione che va affrontata per capire cosa è successo: come l’informazione “alternativa” è riuscita a farsi plasmare e a sua volta a plasmare la presidenza Trump. Lo sviluppo enorme dell’informazione-controinformazione, molto spesso disinformazione, che ha caratterizzato una galassia che esisteva già, l’alt-right, ha trovato in Trump il catalizzatore ideale, che l’ha cementata. Un uomo capace di emettere 132 tweet in un giorno. Le piattaforme social mainstream (Facebook e Twitter in testa) hanno fatto da camera di espansione alla disinformazione per gli anni della presidenza, dando spazio alla retorica e alle falsità continue che Trump in primis ha espresso, poi diffuse dalla galassia “alternativa” che a sua volta influenza Trump in un circolo vizioso. Trump guarda almeno 5 ore di televisione, quella a lui favorevole, ogni giorno! I cospirazionisti invasati, che non si riconoscevano nella politica mainstream, si sono riconosciuti nella visione e nel personaggio Trump. Personaggi come Alex Jones, capace di raccontare sul sito Infowars le tesi più inverosimili sull’allunaggio, sulle torri gemelle, sul Pizzagate, sul Covid, si è ritrovato perfettamente a suo agio nel sostenere Trump. Ma non solo nelle frange più estreme è avvenuta l’epifania: il canale Fox News ha incarnato in modo esemplare il ruolo di disinformare i suoi spettatori, ed è il primo canale di notizie in America. Gli obiettivi polemici, gli avversari giurati, di questa comunicazione sono le sorgenti tradizionali, i mainstream media, le reti come Cnn, Abc, Cbs, Nbc, accusate quotidianamente da Trump di diffondere fake news, e i grandi giornali come il New York Times e il Washington Post che non gli hanno certo fatto sconti.

Come verrà raccontato il 6 gennaio nel cinema, nella fiction? Diventeranno patrioti che hanno seguito gli ordini del Presidente? Un branco di poveracci creduloni? Non sono cattivi credibili, ma che ruolo avranno nell’immaginario americano? Quanti film e serie parleranno di complotti e di trame popolari per rovesciare il governo? Quanto a lungo l’invenzione dell’elezione rubata terrà ancora polarizzata e contrapposta l’America?

La differenza tra le due parti? La credibilità della sorgente, che deriva dal fact checking. I grandi operatori tradizionali dell’informazione prima di annunciare o scrivere qualcosa hanno decine di persone che svolgono un controllo della notizia per esser sicuri che sia veridica. L’esempio lampante, prodromico agli eventi del 6 gennaio, è stata la copertura del post-elezioni. Di fatto si sono create due realtà parallele, che non convergono. Da un lato i seguaci di Trump che reclamano, con storie dettagliate e francamente incredibili (una su tutte, quella orchestrata da Sidney Powell, avvocatessa-militante che ha costruito una trama che vede coinvolti nei supposti brogli elettorali dal defunto Chavez a Soros, all’intervento della Cina, al corrotto governatore repubblicano della Georgia, a Dominion, l’azienda che ha fornito alla Georgia le macchine per contare i voti), che le elezioni sono state rubate. Dall’altro lato i reality check del Dipartimento di Giustizia, dei giudici che hanno respinto i ricorsi per infondatezza, degli ufficiali preposti alla supervisione del voto, dei mainstream media, tutti a riportare che le elezioni sono legittime, fino a prova contraria, e la prova non è mai arrivata. Ma sono due realtà che convivono nella testa degli americani, e molti hanno scelto la prima: le elezioni sono state rubate, non ci sono dubbi. Le prove non servono. Trump ha ribadito per mesi, e probabilmente continuerà finché campa, che le elezioni sono “rigged”, truccate. E una buona parte della popolazione ci crede. 
Come siamo arrivati alla realtà “alternativa” che convive con la realtà “reale”? Questo tira in ballo temi giganteschi, non tanto in termini epistemologici (cosa è la verità), ma in termini pragmatici. L’avvento di internet ha cambiato i paradigmi. Vent’anni fa si parlava di mutazione del consumatore in prosumer, consumatore ma anche produttore, e nelle news questo è avvenuto in modo radicale con le piattaforme social. Una notizia priva di fondamento, ma di appeal scandalistico o politico può essere diffusa più volte, sulle piattaforme social, e diventare “virale”. È come se la democrazia nell’epoca dei social sia troppo fragile per poter rimanere in vita: può essere travolta dal proprio interno, dalla realtà alternativa che vuole costruire qualcosa d’altro, che viaggia come un virus, che genera l’indignazione popolare a comando. L’episodio del 6 gennaio è figlio di questa dinamica. Ma esiste una via d’uscita che non sia il “Ministero della verità” o le piattaforme controllate di Xi Jingpin? Come si potrà evitare che la demagogia, basata su falsità, possa arrivare a plasmare la politica e a dettarne l’agenda, o peggio ancora a farla deragliare? Il paradigma di Neil Postman, di Divertirsi da morire, per cui la televisione era il modello e ogni discorso pubblico doveva innanzitutto divertire per esistere, è superato da un nuovo paradigma dove l’informazione si trasforma in ambiente globale, liquido amniotico coincidente con la rete, dove non esistono filtri e fact checking, dove tutto è uguale a tutto e “nessun val nulla”. La partecipazione è continua e il sentimento prevalente è l’indignazione, non più il piacere: indignarsi da morire.


Alberto Sigismondi

Consigliere delegato della piattaforma satellitare Tivù (Tivusat) dal 2008, ha iniziato a lavorare in televisione a Telemilano 58 nel 1978 e ha ricoperto diversi ruoli dirigenziali all’interno di RTI. Insieme a Davide Rampello nel 1998 ha fondato Link. Idee per la televisione, di cui è stato responsabile per diversi anni. Dal 2002 al 2007 ha insegnato Teoria e tecnica della comunicazione televisiva all’Università Statale di Milano in collaborazione con Fabio Guarnaccia.

Vedi tutti gli articoli di Alberto Sigismondi

Leggi anche

immagine articolo Mean Girls, non male per una ragazza priva di talento.
immagine articolo Oltre la soglia. Intervista a Laura Ippoliti
Link 26

Dopo l'evento

I media e la pandemia

Scopri il numero