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Giornalismo

I paradossi dell’informazione pandemica

Lo stress test del coronavirus ha messo alla prova i news media di tutto il mondo, alle prese con varie contraddizioni. Che cosa abbiamo imparato dal 2020? Un’interpretazione e un bilancio.

Ogni dicembre il Nieman Journalism Lab, un gruppo di ricerca dell’università di Harvard che studia il futuro dell’informazione, chiede a una serie di illustri giornalisti e accademici di provare a ipotizzare quali sono i trends che domineranno il giornalismo (soprattutto americano) nell’anno a venire. Come si può facilmente immaginare, molte previsioni per il 2020 (per esempio, “la crisi climatica ha finalmente la copertura che si merita”) sono state spazzate via dalla pandemia che si è velocemente imposta come la storia dell’anno in tutto il mondo. Per i news media (americani ma non solo), il Covid-19 è, da un lato, la storia più data-driven di sempre, il trionfo del giornalismo scientifico, l’occasione in cui i numeri contano finalmente più delle chiacchiere e l’apoteosi dei mezzi di informazione come servizio pubblico (i paywall abbattuti, i bollettini). Dall’altro, però, è anche un punto di non ritorno del giornalismo sensazionalista, degli studi di dubbio valore scientifico sbattuti in prima pagina per raccattare qualche click, del cospirazionismo più becero e della polarizzazione del dibattito verso estremismi irrazionali.

Insomma, il racconto della pandemia sui media è nettamente paradossale. Questo paradosso non riguarda peraltro solamente il giornalismo nell’epoca della pandemia ma, più in generale, la vita umana sui social media. Come teorizzato in forma romanzesca dallo scrittore Daniele Rielli in Odio, Facebook, Twitter & Co. sono al contempo il pinnacolo della tecnologia e una macchina del tempo che ci riconduce ai primordi dell’umanità. “Internet, e in particolare i social network, pur espressione della società della scienza, sono anche degli straordinari amplificatori tribali, ci riportano cioè alle origini della civiltà umana, quando per fondare le nostre comunità sacrificavamo capri espiatori, come ha sostenuto nel suo lavoro l’antropologo francese René Girard”, scrive Rielli in un articolo per Il Foglio dove ricostruisce alcune riflessioni alla base di Odio. Nonostante siano parte di un fenomeno più ampio, analizzare i modi paradossali in cui il giornalismo racconta il coronavirus può funzionare da cartina di tornasole dello stato di salute dell’informazione e, senza voler rubare il lavoro al Nieman Journalism Lab, aiutarci a capire come i news media si evolveranno nel corso del prossimo anno.

La storia più data-driven di sempre

“Il medium è il messaggio”, sostenne notoriamente il teorico della comunicazione Marshall McLuhan. Questo assioma, una sorta di E=mc²  degli studi sui media, implica, tra le varie cose, che una storia giornalistica è determinata anche dai mezzi con cui è raccontata. Prendiamo in considerazione, per adesso, una storia diversa dalla pandemia. La prima guerra del Golfo. Il racconto mediale del conflitto che oppose l’Iraq agli Stati Uniti e ai suoi alleati tra il 1990 e il 1991 fu plasmato dalle nuove tecnologie e dalle infrastrutture a disposizione delle emergenti emittenti televisive via cavo. Usando comunicazioni satellitari e immagini catturate da visori notturni, Cnn trasmise in diretta lo scoppio delle ostilità e i bombardamenti, imbastendo uno spettacolo televisivo che è comunemente considerato l’origine dei canali all news 24 ore su 24. Insomma, il medium (canale via cavo che può trasmettere in diretta a ciclo continuo) divenne il messaggio (la guerra come film per la tv ad alto budget).

Per i news media (americani ma non solo), il Covid-19 è la storia più data-driven di sempre, il trionfo del giornalismo scientifico, l’apoteosi dei mezzi di informazione come servizio pubblico. Ma è anche un punto di non ritorno del giornalismo sensazionalista, degli studi di dubbio valore scientifico sbattuti in prima pagina, del cospirazionismo più becero e della polarizzazione del dibattito.

Questa regola aurea sì è dimostrata implacabilmente vera anche nel caso della pandemia, seppure con alcuni importanti differenze rispetto al caso della prima guerra del Golfo. Nella “guerra contro il Coronavirus” (metafora abbondantemente abusata nel dibattito giornalistico degli scorsi mesi), il nemico non è bombardabile in diretta televisiva e si muove spesso in modi controintuitivi, difficilmente riconducibili ai canoni di una narrazione mediale. Dal punto di vista visuale – al netto di immagini ad alto impatto come la carovana di camion militari che trasportavano bare a Bergamo – la pandemia è raccontata soprattutto a suon di grafici elaborati, mappe dettagliate e ricostruzioni interattive che riescono a comunicare efficacemente la complessità del problema e le sue mille sfaccettature.

Questo modo di fare giornalismo di qualità è reso possibile dagli strumenti messi a disposizione da internet. Per esempio, la sezione online del New York Times dedicata a “tracking the coronavirus” funziona perché composta da pagine web interattive costantemente aggiornate che i visitatori possono consultare per farsi un’idea del fenomeno che vada al di là del rosario quotidiano di morti e casi o dell’intervista al sovraesposto virologo di turno. Ancora una volta, il medium (pagine web che danno la possibilità di comunicare in modo chiaro e semplice enormi quantità di informazioni) è il messaggio (la pandemia come storia che ha bisogno di dati per essere decifrata). Ma non c’è certo solo il New York Times. Dozzine di giornali in giro per il mondo raccontano brillantemente la pandemia basandosi su dati e fatti. Giusto per fare un paio di altri esempi, i team di data journalist e designer del Financial Times e del South China Morning Post svolgono un lavoro molto approfondito non solo raccogliendo e interpretando numeri spesso parziali e incompleti, ma anche spiegandoli al pubblico.

Il data journalism sul Covid-19 non è esclusiva di newsroom dai mezzi faraonici (basti pensare, tra i tanti, al lavoro svolto in Italia dall’Eco di Bergamo), ma sicuramente i grandi giornali che avevano investito in questo know-how tecnico già da anni si sono trovati in pole position. Come scrive il designer Will Chase nel suo articolo Why I’m Not Making Covid-19 Visualizations, and Why You (Probably) Shouldn’t Either, creare grafici sulla pandemia è un lavoro molto delicato che richiede esperienza e consapevolezza dei propri limiti. Insomma, come spiegato da Katherine Hepworth, professoressa di visual journalism alla University of Nevada, il data journalism sul coronavirus è un affare con profonde implicazioni etiche poiché i dati, che sono spesso incerti, possono avere impatti psicologici importanti sul pubblico. 

Oltre a grafici e tabelle, il giornalismo durante la pandemia ha poi dato il suo meglio quando ha confermato il suo ruolo di servizio pubblico. Lo ha fatto abbattendo paywall (peraltro in un momento in cui molte risorse pubblicitarie venivano a mancare e le vendite di copie fisiche di giornali e riviste sono calate drasticamente) ma anche garantendo aggiornamenti puntuali sulla situazione (penso, per esempio, alla sezione live del  Guardian), dando consigli su come migliorare il nostro benessere psicofisico in tempi di distanziamento sociale o suggerimenti su come passare il tempo a casa e financo fornendo improbabili grafici per svagarci un po’ e pensare ad altro, quali la visualizzazione dei nomi di animali domestici meno popolari a Seattle del già citato Will Chase.

Il tribalismo dell’informazione

Gli articoli su bizzarri studi pseudoscientifici sono uno dei vari formati che i siti di informazione usano per fare il pieno di click ormai da parecchi anni. “Università del Calisota dimostra che bere tre litri di vodka al giorno diminuisce il rischio di demenza”, e tutti giù a taggare i propri amici su Facebook. Con la pandemia, questo formato è diventato materiale da prima pagina. Dalla continua scoperta di cure miracolose stile venditore di olio di serpente nel Far West a dubbi rinvenimenti di tracce del virus sempre più indietro nel tempo, gli studi acchiappa-click sono spesso riusciti a superare le maglie del controllo editoriale e a conquistare spazio anche su giornali teoricamente non tabloid. Ancora una volta, il medium (portali news bisognosi di click) è il messaggio (giornalismo scientifico di bassa qualità).

È la seconda parte del paradosso dell’informazione ai tempi del Covid-19: la pandemia come punto di non ritorno del giornalismo sensazionalista e irrazionale. Nel 2020, il giornalismo scientifico è stato spesso la prosecuzione sotto mentite spoglie degli aspetti più rituali e quasi religiosi della messinscena mediale. Per fare un esempio, in molti casi i modelli creati dagli epidemiologi per studiare la pandemia non sono stati raccontati dai media come materiale per addetti ai lavori volto a ipotizzare differenti scenari ma come previsioni funeste. I numeri di questi modelli sono insomma diventati l’evoluzione 2.0 delle viscere scrutate dagli aruspici. Un altro esempio riguarda i medici e gli scienziati, intervistati fino allo sfinimento e investiti di un ruolo quasi sacerdotale. Alcuni di loro, in Italia ma non solo, si sono lasciati andare a dichiarazioni roboanti che i media hanno prontamente riecheggiato ben più del dovuto, creando solo confusione. Il risultato di questo modo di fare giornalismo è che il virus è diventato una questione di fede, o per meglio dire di fedi, dato che il popolo dei credenti si è diviso in varie micro-religioni (apocalittici, negazionisti, eccetera).

Gli articoli su bizzarri studi pseudoscientifici, con la pandemia, sono diventati materiale da prima pagina. Dalla continua scoperta di cure miracolose stile venditore di olio di serpente nel Far West a dubbi rinvenimenti di tracce del virus indietro nel tempo, gli studi acchiappa-click sono spesso riusciti a superare le maglie del controllo editoriale e a conquistare spazio anche su giornali non tabloid.

Non è che il giornalismo sul Covid-19 dovrebbe essere tutto a base di grafici e tabelle. Al contrario. Come teorizzato dall’accademico americano James Carey, i news media assolvono a due funzioni: informare e ritualizzare. Una persona, scriveva Carey negli anni Ottanta, legge il giornale per essere informato su quello che succede ma anche perché è un modo di sentirsi parte di una comunità. È un po’ come andare a messa la domenica, una situazione in cui “non si impara niente di nuovo ma una particolare visione del mondo è rappresentata e confermata”. Durante la pandemia, i mezzi di informazione hanno frequentemente disatteso questa seconda funzione rituale del giornalismo. Come si è visto, hanno spesso utilizzato argomenti pseudoscientifici solleticando atteggiamenti fideistici ma solo raramente hanno affrontato direttamente tematiche emozionali come lo smarrimento di fronte a una situazione inedita e molto incerta, i costi psicologici dell’allarmismo e il ricordo dei morti al di là della conta quotidiana (seppur qualche bella iniziativa è stata messa in piedi, a cominciare ovviamente dalla celebre prima pagina del New York Times di maggio fatta solo di nomi raccolti dai necrologi).

Questa è l’acqua 

“Una cosa di cui i pesci non sanno nulla è l’acqua” è un’altra celebre massima di McLuhan, contenuta nel libro Guerra e pace nel villaggio globale. McLuhan sostiene che, nello stesso modo in cui i pesci non si rendono conto dell’acqua in cui nuotano poiché è l’unico ambiente che conoscono, noi umani fatichiamo a notare i media in cui siamo immersi e attraverso i quali viviamo. Questa idea è stata messa in discussione durante la pandemia. Costretti a vivere quasi esclusivamente tra Zoom di lavoro, aperitivi su Skype e siti di informazione consultati compulsivamente, i media sono diventati improvvisamente evidenti e ingombranti. E questa consapevolezza, se opportunamente coltivata, può essere un altro lascito positivo di questo 2020 mediale insieme ai passi in avanti fatti in termini di data journalism

Il 2021, e non è una previsione ma un augurio, potrebbe infatti essere l’anno in cui diventiamo più consapevoli dei meccanismi di tribalizzazione che regolano le piattaforme social e quindi il giornalismo odierno. Sarebbe l’occasione per renderci conto dell’acqua in cui sguazziamo e realizzare che è pur sempre solo un medium e non la realtà in quanto tale. Come scrisse David Foster-Wallace nel suo celebre discorso anch’esso ispirato alla storiella dei pesci e dell’acqua: “Se siete automaticamente sicuri di sapere cos’è la realtà, e state operando sulla base della vostra configurazione di base, allora voi, come me, probabilmente non avrete voglia di considerare possibilità che non siano fastidiose e deprimenti. Ma se imparate realmente a concentrarvi, allora saprete che ci sono altre opzioni possibili”. 


Davide Banis

È un editor e impact producer. Lavora nei Paesi Bassi per una startup in ambito no-profit e per una casa di produzione di documentari.

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