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Cosa sta succedendo alle serie horror?

Sul non lineare le storie dell’orrore trovano uno spazio inedito. Ma sia su Amazon sia su Netflix vanno anche incontro al compromesso. All’insegna dell’ibridazione tra generi.

Nel giro di una manciata di anni, la serie tv horror è passata da prodotto di nicchia a fenomeno culturale più largo, da esemplare limitato alla programmazione in seconda serata a protagonista delle classifiche generaliste dei titoli più imperdibili. Nonostante la fioritura di mostri e sangue vissuta con l’avvento delle pay tv, la serialità di genere dei primi anni Zero era scarsamente reperibile, vincolata ai tempi e alle dinamiche della distribuzione internazionale, e artisticamente ghettizzata. Il successo di True Blood e The Walking Dead ha fatto da apripista per una lunga serie di rivisitazioni dei grandi classici dell’orrore, ma la vera svolta è arrivata dall’esterno, dalla ridefinizione delle pratiche di consumo, ossia dalla progressiva espansione nel mondo dei servizi di streaming legale on demand.

Tra il 2015 e il 2016, mentre in Italia molti dei titoli più popolari erano solo su Sky, lo streaming dava la caccia alla formula alchemica della serie horror perfetta, che accontentasse gli appassionati e insieme non respingesse i neofiti. Ha inizio qui la grande era del compromesso. Su Infinity (la piattaforma on demand di Mediaset), e sulle neo arrivate Netflix e Amazon Prime Video si intravedevano già i frutti della progressiva contaminazione stilistica dell’orrore seriale, rispettivamente con lo splatter-slapstick di Ash vs Evil Dead, con il meta-horror teen di Scream e con il cinismo iconoclasta di Preacher.

I distributori non lineari prediligono fin dall’inizio serie dal taglio ibrido, dove l’horror si fonde con la comedy, con il teen drama o con il survival drama, strada che Amazon continua a seguire anche negli anni successivi, in cui si aggiudica l’esclusiva per The Purge e per l’acclamatissima The Terror. Il passo successivo è l’assalto ai mezzi di produzione, ed è proprio sul terreno dei titoli originali che viene ridefinito più drasticamente il volto dell’orrore seriale contemporaneo.

I distributori non lineari prediligono fin dall’inizio serie dal taglio ibrido, dove l’horror si fonde con la comedy, con il teen drama o con il survival drama. Il passo seguente è l’assalto ai mezzi di produzione, ed è sul terreno dei titoli originali che si ridefinisce il volto dell’orrore seriale contemporaneo.

La novità, che paura

Parlando di horror, i grandi operatori sono essenzialmente due: Amazon e Netflix, visto che l’americana Hulu è visibile solo negli Stati Uniti e in Giappone. Amazon Prime Video si è messa al lavoro per costruire una brand reputation orientata all’eleganza, che si riflette anche nei titoli horror realizzati in proprio, entrambi del 2017. Adattando il podcast di Aaron Mahnke, e conservandone la voce narrante, Amazon Prime Video realizza la prima stagione di Lore, serie antologica nella forma del documentario che sviscera i grandi classici del folklore mondiale. Il suo è un vero e proprio campionario di tematiche del terrore, che spazia dal sepolto vivo alla possessione demoniaca, presentato con l’approccio giocoso della divulgazione pop. La freschezza del format educational purtroppo è abbandonata nella seconda stagione, dedicata a ricostruzioni un po’ cheap di casi famosi di cronaca nera. Dal Giappone viene invece Tokyo Vampire Hotel, che porta con sé la fama del regista, Sion Sono, e un tripudio di delizioso kitsch nipponico. Il plot si mantiene sul terreno del tradizionale vampiresco, ma la capacità orientale di declinarlo al body horror conferisce alla serie l’originalità necessaria a compensare. I prodotti di genere targati Amazon Studios tentano la via del nuovo, del mai visto, e vanno poco lontano.

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Tokyo Vampire Hotel

Horror per tutta la famiglia

Netflix adotta un approccio alla narrazione di genere decisamente più incline all’inclusione. Nel suo catalogo abbondano crime, distopia, fantascienza e teen drama, oltre a una recentissima virata verso l’horror, anticipata già nel 2016 dalla co-produzione con Channel 4 che diede vita a Crazyhead. La caustica vena comedy della serie, intrisa di disagio tipicamente britannico, fu anche un chiaro sintomo di quanto Netflix fosse pronta a portare la normalizzazione dell’horror a un livello superiore, smussandone gli aspetti più radicali per renderlo più digeribile a un pubblico dai gusti variegati. L’anno successivo, la formula orrore + comicità è replicata e perfezionata con Santa Clarita Diet, ovvero cosa succederebbe se a Wisteria Lane invece delle casalinghe trovassimo gli zombie, le casalinghe zombie. La versione del non-morto cucita addosso a Drew Barrymore ha ancora la capacità di smembrare un corpo in pochi secondi, ma anche abbastanza autocontrollo da restare un membro funzionante della propria comunità. Certo, ogni tanto la cucina si trasforma in un lago di sangue con interiora che penzolano dal soffitto, ma è uno zombie amichevole, che mangia solo i cattivi, assassini e nazisti. La famiglia rimane al suo fianco, la supporta e partecipa alle sue avventure cariche di splatter e genuinamente strampalate.

Netflix scommette, prendendosi dei rischi. L’inserimento della violenza esplicita è bilanciato senza sforzo dalla likability dei protagonisti e da una scrittura brillante che di destabilizzante ha veramente poco. Il precedente è creato, ma è nel 2018 che è portato in trionfo il modello definitivo di serie horror à la Netflix, con la fotografia plumbea virata al blu presa in prestito dai thriller nordici e con la capacità di plasmare le componenti più disturbanti in ricchi impianti metaforici su cui innestare le proprie storie. The Haunting of Hill House è l’esempio più fulgido di questa assimilazione artistica. Nonostante gli spettri, le porte che cigolano e gli incubi folli, al centro della serie diretta da Mike Flanagan c’è un dramma familiare dei più classici, dove l’elaborazione del lutto è inceppata da quelli che sono letteralmente i fantasmi che infestano il passato dei personaggi coinvolti. L’horror amplifica la drammaticità della tragedia, materializza il disagio, si mette al servizio della storia. Tra il family drama e l’orrore si crea quindi una simbiosi che riesce ad accontentare un po’ tutti, pubblico e critica. Senza ombra di dubbio, Hill House è ben scritta, ben recitata, con spunti di regia interessanti ed emotivamente coinvolgente. Per coloro che non hanno familiarità con i film di fantasmi può costituire una sorpresa, mentre chi ha già esplorato le possibilità narrative degli spettri si diverte a trovarli sparsi nelle inquadrature dall’apparenza innocua. Doppio jackpot, per includere diversi tipi di pubblico.

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The Haunting of Hill House

In maniera simile, Le terrificanti avventure di Sabrina incorpora la mitologia e l’iconografia dei racconti sulle streghe non abbandonando mai il porto sicuro del teen drama. Qui non si ha neanche la pretesa di fare un minimo di spavento e di nuovo troviamo metafore facilmente individuabili. Uscita dall’universo Archie Comics che ha già partorito Riverdale, la nuova Sabrina, al compimento del suo sedicesimo anno di età, si trova costretta a scegliere tra la sua esistenza tra i mortali e un futuro di prestigio come strega. Ignorando le pressioni, Sabrina decide di sfidare l’autorità del Demonio per reclamare la libertà di scelta sul proprio corpo e sulla propria anima, andando quindi incontro alla furia devastatrice del Signore Oscuro in persona, delle altre streghe della congrega e della sua famiglia. Per gli standard del teen drama, Le terrificanti avventure di Sabrina è decisamente dark. Strizza l’occhio all’horror femminista di Buffy, ma può permettersi un tasso di violenza superiore, impreziosito dalla natura sovversiva della stregoneria, ma sempre pronto a rientrare se le cose si fanno troppo cupe.
La vocazione più evidente delle piattaforme Ott che offrono serie tv originali sembra andare quindi con entusiasmo nella direzione del compromesso. Se da una parte è possibile gioire per il maggiore spazio dato alla narrazione di genere in un contesto mainstream, dall’altra si insinua il dubbio su dove questo processo di coesistenza andrà a parare. Mantenendosi al sicuro con una formula ormai consolidata, c’è il rischio che le novità e gli spunti più autenticamente horror siano sacrificati in maniera sistematica a favore di prodotti ibridi e rassicuranti. Per ridimensionare in un attimo l’apparente trionfo dell’orrore nel contesto seriale basta pensare a uno dei più riusciti film horror del 2018, Hereditary. Prendete il family drama di The Haunting of Hill House, la violenza esplosiva di Santa Clarita Diet, l’esoterismo di Le terrificanti avventure di Sabrina, frullate tutto insieme e ancora non avrete che un millesimo del disagio provocato da Hereditary in 127 minuti. Naturalmente la differenza di formato è rilevante, ma il paragone è utile per rendersi conto di quanto le serie tendano ancora a smorzare l’essenza più disturbante dell’orrore, quello vero, che fa stare scomodi anche se siamo stravaccati sul divano.


Eva Cabras

Lavoratrice freelance specializzata nel Web Content Editing. Collabora con diverse testate online dedicate alle news e all'approfondimento dei settori cinema, tv, musica e cultura pop.

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