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Serie tv

I pretendenti eredi al trono di spade

Da quando il grande successo di Hbo ha terminato la sua corsa, e in attesa degli annunciati prequel, la domanda di addetti ai lavori e spettatori è una sola: c’è spazio per un nuovo fantasy televisivo?

Il 19 maggio 2019 è andata in onda negli Stati Uniti l’ultima puntata de Il trono di spade, la serie tv fantasy di Hbo tratta dalla saga letteraria Cronache del ghiaccio e del fuoco di George R.R. Martin. In otto anni, la serie è diventata un fenomeno di massa, e ogni stagione è stata un evento di cultura pop atteso, seguito e commentato in tutto il mondo. Dall’aprile 2011 al maggio 2019 la serie ha infranto un record dopo l’altro: è diventata il titolo più visto nella storia di Hbo (superando I Soprano), la più piratata nella storia di internet, la più costosa della storia della televisione (l’ultima stagione da sola è costata 90 milioni di dollari, 15 milioni a puntata), la più nominata e premiata nella storia degli Emmy (con 161 nomination e 47 statuette vinte). Secondo il New York Times, grazie alla serie Hbo avrebbe guadagnato più di tre miliardi di dollari soltanto in abbonamenti.

Un tale successo non finisce con l’ultimo episodio, ovviamente. Più di tutti i record di ascolti e di tutti i premi vinti da Il trono di spade, resta una domanda: si può fare ancora, da capo, di nuovo? Questo è il quesito che ormai da anni riempie la testa degli addetti ai lavori, tutti impegnati a capire se Il trono di spade sia stato un’eccezione, straordinaria e irripetibile, o se è stato piuttosto la dimostrazione che esiste un pubblico per il fantasy televisivo, numeroso e fedele, disposto ad appassionarsi e dedicarsi, a spendere soldi per abbonamenti e gadget.

Un rapporto tormentato

È un dubbio difficile da risolvere, anche perché il rapporto recente tra Hollywood e il fantasy è assai tormentato. Dopo il successo della trilogia de Il signore degli anelli e della saga di Harry Potter, in molti hanno scommesso sul fantasy, in molti hanno perso e in molti si sono pentiti: Eragon e La bussola d’oro sono stati dei fiaschi a cui il modesto successo de Le cronache di Narnia non è riuscito a rimediare. La sempre volatile attenzione delle case di produzione si è presto spostata su altro: cinecomics e distopie young adult, e queste sì che si sono rivelate scommesse vincenti. Gli insuccessi del passato hanno lasciato una traccia profonda nella mente dei produttori, tant’è che Il trono di spade ha sì generato una prevedibile corsa all’oro fantasy, ma allo stesso tempo ha portato un dibattito più cauto e razionale sulle possibilità e condizioni di successo. Per capirci: ovviamente tutti i produttori stanno cercando il “loro” Trono di spade, ma tutti sembrano consapevoli che l’approccio “tutto fa brodo” usato in passato non funziona.

Questa volta tutti sembrano consapevoli del fatto che il prossimo Trono di spade si costruirà partendo da una proprietà intellettuale fortissima e passando per budget altissimi. Operazioni al risparmio come Shannara di Mtv non possono più funzionare: se una delle precondizioni per il successo del fantasy tv è la verosimiglianza, allora l’alto budget è fondamentale per tenere in piedi la sospensione dell’incredulità. Nessun autore vuole mettere la firma sul “fratello sfigato” de Il trono di spade, ha detto Neil Gaiman: per lo scrittore inglese l’eredità più importante della serie Hbo sta proprio nell’aver costretto i produttori ad accettare il fatto che il fantasy è un genere che si può fare solo se dotati di una certa propensione alla spesa, altrimenti si rischia l’imbarazzo. Se si vogliono fare le serie con i draghi, è meglio assicurarsi che guardandole la gente pensi a Drogon e non a Dragonheart, insomma.

Si può fare ancora, da capo, di nuovo? Questo è il quesito che ormai da anni riempie la testa degli addetti ai lavori, tutti impegnati a capire se Il trono di spade sia stato un’eccezione, straordinaria e irripetibile, o se è stato piuttosto la dimostrazione che esiste un pubblico per il fantasy televisivo, numeroso e fedele, disposto ad appassionarsi e dedicarsi, a spendere soldi per abbonamenti e gadget.

Quale sia la proprietà intellettuale su cui puntare è la più spinosa delle questioni, una domanda a cui ognuno dei pretendenti al trono (de Il Trono) sta dando una sua risposta. Ha ragione Amazon a investire un miliardo di dollari (250 milioni per i diritti di adattamento, più 750 per la realizzazione di cinque stagioni) su Il signore degli anelli, perché i classici sono i classici, perché i capolavori non invecchiano, perché l’originale è sempre meglio di imitatori e oppositori? Fa bene Netflix ad allinearsi allo spirito del tempo e a puntare su The Witcher, un successo dimostrato in forma letteraria prima e videoludica poi, una ricetta che contiene tutti gli ingredienti che hanno fatto il trionfo de Il trono di spade (tensione tanta e morale poca, un mondo complesso popolato da mostri e magia, con caratterizzazioni forti e scrittura brillante, spaccato da conflitti politici e guerre dinastiche)? La spunterà chi ha deciso di adottare la linea “e ora qualcosa di completamente diverso”, come Fox che scommette sull’iconoclastia dell’Earthsea di Ursula K. Leguin o come Showtime che si affida a Patrick Rothfuss, uno dei nuovi venerati maestri del genere, a Sam Raimi e a Lin-Manuel Miranda per fare di The Kingkiller Chronicles the next big thing? O alla fine vincerà Hbo, che capitalizza beata il successo de Il trono di spade costruendoci attorno un franchise un tentativo di prequel alla volta e si diverte a diversificare con His Dark Materials e Who Fears Death?

Dall’eccezione alla regola

E se invece stessimo trasformando l’eccezione in regola? E se stessimo attribuendo il merito di aver lanciato una moda a un prodotto in realtà responsabile solo del proprio successo? Lo stesso Martin ha detto che Il trono di spade è il risultato di una congiunzione astrale irripetibile, conseguenza dell’incrocio delle orbite dello scrittore che ha riscritto le regole del fantasy e del canale televisivo che ha cambiato la storia del piccolo schermo. Nel progetto dello scrittore americano, Il trono di spade doveva essere per il fantasy tv quello che I Soprano era stato per la storie di gangster, The Wire per il poliziesco, Deadwood per il western. La difficoltà di ricavare una formula replicabile da un evento straordinario la si intuisce anche dalla quantità e varietà di serie fantasy in corso di adattamento: Amazon punta tutto su Il signore degli anelli, ma ha già pronta anche La ruota del tempo, in lavorazione La torre nera e non ha mai definitivamente confermato l’abbandono del progetto Conan il barbaro. Netflix pare convintissima di The Witcher, però ha già pronte Le cronache di Narnia, Sandman, Cursed (una rivisitazione del ciclo arturiano scritta da Tom Wheeler e illustrata da Frank Miller, scelta per l’adattamento ancora prima dell’uscita del romanzo) e il GrishaVerse. L’impressione è che nessuno abbia un’idea precisa di cosa fare e di cosa voglia il pubblico, ma il dubbio non è ragione che basti a tirarsi fuori dalla corsa: quello della televisione è un mondo in cui il fallimento sta nell’ordine naturale delle cose ma l’immobilismo è peccato mortale. 

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The Witcher

Il riassunto più onesto della febbre del fantasy che in questo momento sta dilagando a Hollywood lo ha fatto Cameron Roach, head of drama di Sky: “Riguardo a cosa produrre e cosa no, in questo momento non ci sono regole”. In sostanza dice che in questo momento vale tutto: vale l’high e il low fantasy, si può fare il grimdark o l’epic, su Sky si trovano A Discovery of Witches e Britannia, a Bbc si dedicano all’assurdità del Discoworld di Terry Pratchett e su Showtime tentano l’azzardo gotico-steampunk con la saga di Gormenghast di Marvyn Peake. Prodotti impossibili da immaginare prima de Il trono di spade, fattibili ora perché, dice Roach, quello che conta è che una serie abbia “una voce propria” per farsi trovare in mezzo alla colata di magma fantastico che sta per calare sui palinsesti tv e sui cataloghi delle piattaforme.

Il fatto che i piani aziendali di tutti i colossi dell’intrattenimento debbano essere accompagnati dal punto interrogativo la dice lunga su quanto straordinario e quindi indecifrabile sia stato il successo de Il trono di spade. Dopo quasi dieci anni dalla messa in onda, in tanti si stanno ancora chiedendo se al pubblico piaccia il fantasy o piaccia quel fantasy lì, quel sottogenere e basta, quella serie in particolare. È un dibattito che la tv eredita dalla letteratura: quando le Cronache del ghiaccio e del fuoco raggiunse la cima della classifica dei bestseller del New York Times, fu chiaro a tutti che la saga di Martin piaceva anche a un pubblico per cui la sezione fantasy delle librerie era stata fino a qual momento un distaccamento della sezione ragazzi dedicato ad adolescenti con importanti difficoltà nella socializzazione. In quei libri Martin mise tutta la sua passione per la storia, la sua ossessione per il dettaglio, il suo passato da sceneggiatore televisivo, il suo odio/amore per Tolkien, tutto se stesso: il risultato fu una saga letteraria capace di riscrivere le regole del genere e di influenzare una generazione di scrittori, l’equivalente in letteratura fantasy di Watchmen nel fumetto e di The Velvet Underground & Nico per il rock’n’roll. 

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Britannia

Qualcosa di nuovo

Nel 1996 (anno di uscita del primo libro) non si era mai letto niente del genere, tant’è che mancavano persino le parole per definire l’oggetto della discussione: c’era chi parlava di low fantasy perché si concentrava sull’assenza di fondamentali tolkeniani come nani, elfi e maghi e chi s’inventava la definizione di grimdark fantasy perché sconvolto da quel grigiore morale così lontano dalla rigidità cavalleresca tanto cara agli epigoni del professore di Oxford. C’era chi parlava di non-fantasy perché considerava fin troppo evidente l’ispirazione storica dei fatti di Westeros e fin troppo invadenti i rimandi a classici come Ivanhoe e I re maledetti. C’era chi parlava di un nuovo genere letterario che nel contenitore del fantasy metteva la fascinazione umana per le strutture sociali e le gerarchie di potere, l’ossessione per il sesso e le fantasie di violenza. C’era chi negava del tutto l’appartenenza della saga al genere di Tolkien, giustificando così una passione che fino a quel momento era considerata appannaggio dei nerd pre-sdoganamento, prima che geek fosse una parola e soprattutto prima che fosse the new sexy. E c’era chi arrivava a scomodare persino lo zeitgeist hegeliano: lo scrittore e critico David Chandler spiegava il successo di questo particolare tipo di fantasy (low, grimdark, epic che dir si voglia) con la capacità di costruire mondi mossi dagli stessi ingranaggi (accordi segreti, spietate rappresaglie e improvvisi massacri) che muovono il nostro mondo e scossi da guerre “sporche” (Chandler parla esplicitamente della guerra al terrorismo) simili a quelle che scuotono il nostro mondo, un po’ come il cinema horror aveva dato forma alle paure dell’America ancora terrorizzata dalla guerra in Vietnam.

Nessun autore vuole mettere la firma sul “fratello sfigato” de Il trono di spade, ha detto Neil Gaiman: per lo scrittore inglese l’eredità più importante della serie Hbo sta proprio nell’aver costretto i produttori ad accettare il fatto che il fantasy è un genere che si può fare solo se dotati di una certa propensione alla spesa, altrimenti si rischia l’imbarazzo. Se si vogliono fare le serie con i draghi, è meglio assicurarsi che guardandole la gente pensi a Drogon e non a Dragonheart, insomma.

Il dibattito attorno a Il trono di spade è stato un calco di questa discussione attorno alle Cronache del ghiaccio e del fuoco: per chi aveva conosciuto il fantasy al cinema attraverso Il signore degli anelli e Harry Potter, la serie Hbo fu un’esperienza così diversa che mancavano le parole per descriverla. Gli appassionati di storia ci vedevano la Guerra delle Due Rose e amavano la meticolosa ricostruzione della società feudale, quelli di letteratura ritrovavano Walter Scott e Maurice Druon, Shakespeare e Tolkien. Gli amanti della tv ci vedevano una versione rivista e corretta de I Borgia e I Tudor, il risultato della lezione imparata grazie agli alti e bassi di Camelot, The Wheel of Time e Merlin. Per tutti gli altri c’era la politica sangue e merda e l’abbellimento “delle tette e dei draghi” (mirabile riassunto fatto dall’attore Ian McShane). Ma detto dell’unicità della saga letteraria prima e della serie tv dopo, resta la domanda che si aggira come uno spettro per tutta Hollywood: si può fare ancora, da capo, di nuovo?

Ancora, da capo

La risposta sta nel filo rosso di consapevolezza che tiene assieme produttori e spettatori, nella ritrosia al paragone dei primi e nel controllato entusiasmo degli altri: in linea di massima no, non si può fare. Non si può per le ragioni qui esposte e per un’altra: prima de Il trono di spade non c’era niente di simile e la serie era per questo la pietra di paragone di se stessa, titolo pigliatutto che accentrava le attenzioni e la discussione anche per mancanza di diretta concorrenza e proposte simili. Queste condizioni favorevoli non esisteranno per tutte le serie che verranno dopo Il trono di spade proprio perché, appunto, verranno dopo Il trono di spade: da oggi fino a chissà quando, una parte della discussione attorno a qualsiasi serie anche lontanamente fantasy sarà dedicata al paragone con la serie Hbo, un frammento dell’attenzione del pubblico non potrà che andare al ricordo di Jon, Daenerys e Tyrion, di Bran, Sansa e Arya. E in un’epoca in cui si può riguardare qualunque cosa in qualsiasi momento, il ricordo e la nostalgia che spesso ne deriveranno saranno nemici formidabili per chi di mestiere attira l’attenzione sul nuovo.


Francesco Gerardi

Giornalista freelance, grafomane in riabilitazione, ha scritto per Fumettologica e Rivista Studio.

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