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Intelligenza Artificiale

Caro Dottor ChatGPT

Nell’ambito di un sistema sanitario in crisi e di una gestione clinica sempre più complessa, strumenti di IA come ChatGPT si propongono come soluzioni per colmare il divario tra medici e pazienti, facilitando la comunicazione e migliorando l’efficacia delle diagnosi.

La medicina è uno dei tanti campi dello scibile umano che stanno venendo trasformati dall’intelligenza artificiale. In un recente articolo del New Yorker, Dhruv Khullar racconta per esempio di come l’IA stia già venendo utilizzata per scoprire nuove medicine. Citando il libro The Drug Hunters: The Improbable Quest to Discover New Medicine di Donald R. Kirsch e Ogi Ogas, Khullar paragona la ricerca di nuovi farmaci alla ricerca di significato ne La biblioteca di Babele, il racconto di Borges in cui lo scrittore argentino immagina l’universo come una biblioteca infinita. “Ogni libro contiene lettere e segni di punteggiatura casuali, quindi la maggior parte dei testi è senza senso. Ma, perché la biblioteca è incomprensibilmente grande, contiene anche ogni storia concepibile,” scrive Khullar. Analogamente, scoprire nuove medicine è uno sforzo per catalogare una piccola parte della vasta libreria teorica dei composti chimici. L’intelligenza artificiale potrebbe permetterci di ordinare e catalogare questi composti a velocità fino a pochi anni fa impensabili.

Da Google all’IA

Non solo i ricercatori di nuovi farmaci ma anche i pazienti hanno iniziato a utilizzare l’intelligenza artificiale a scopi medici. Un articolo del New York Times evidenzia come un sondaggio di KFF, un’organizzazione di ricerca non profit sulle policy sanitarie, rileva che circa un adulto americano su sei – e circa un quarto degli adulti con meno di 30 anni – utilizza chatbot come ChatGPT per cercare consigli e informazioni mediche almeno una volta al mese. Una sorta di versione all’ennesima potenza di quelle che sono le ricerche su “Dottor Google” tanto care agli ipocondriaci. Con la differenza che Google si limita a indirizzarti su altri siti di varia affidabilità, se non su Reddit o altri forum sulla salute alimentati perlopiù da gente ancora più ipocondriaca di te o troll e bot assortiti, mentre ChatGPT o altri chatbot come Claude di Anthropic e Gemini di Google tendono a rassicurarti e a circostanziare le proprie affermazioni.

Di recente, ho dovuto iniziare ad assumere due nuove medicine. Sia prima che dopo la visita medica, ho chattato con Claude per chiedergli delucidazioni sulla farmacocinetica dei miei nuovi farmaci, su possibili interazioni con cibi e bevande e anche sugli effetti sui vari organi. Il buon Claude si è dimostrato di gran lunga più paziente, empatico e disponibile del pur bravo medico per cui non ero altro che una casella da spuntare su una lista di pazienti in continua espansione. Almeno fino a quando non ho finito i messaggi gratuiti e Claude mi ha gentilmente chiesto di abbonarmi alla versione a pagamento, pena il recludersi in un assoluto mutismo fino alle cinque della mattina seguente.

Non solo i ricercatori di nuovi farmaci ma anche i pazienti hanno iniziato a utilizzare l’intelligenza artificiale a scopi medici. Un adulto americano su sei – e circa un quarto degli adulti con meno di 30 anni – utilizza chatbot come ChatGPT per cercare consigli e informazioni mediche almeno una volta al mese.

In una puntata di Hard Fork, un podcast sulla tecnologia del New York Times, il dottor Adam Rodman, discetta di un piccolo ma significativo studio da lui co-pubblicato secondo cui ChatGPT non solo diagnosticherebbe le malattie con un tasso di accuratezza superiore a quello dei dottori umani ma anche a quello dei dottori umani coadiuvati dall’intelligenza artificiale. Il dottore aiutato dall’AI, chiosa uno dei due host del podcast, è un po’ come quel tassista che è convinto di saperne di più di Google Maps proponendo scorciatoie che finiranno inevitabilmente per allungare il tragitto.

Nuovi ruoli per i medici “umani”

Tra medicine scoperte dall’intelligenza artificiale e diagnosi effettuate dai chatbot, qual è il futuro della professione medica? In contesti in cui il sistema sanitario è sotto pressione per vari motivi tra cui la carenza di personale, l’IA potrebbe alleviare il carico di lavoro dei medici che, da un lato, sono costantemente a rischio di burnout e, dall’altro, si trovano spesso a trattare i pazienti come caselle da spuntare. Delegando le sfaccettature più tecniche della professione all’intelligenza artificiale, il medico del futuro potrebbe dedicare più tempo a quello che in inglese viene chiamato bedside manner, ovvero l’approccio, auspicabilmente il più empatico e generoso possibile, del medico nei confronti dei pazienti. In questo scenario, il medico diventerebbe un intermediario tra l’umano e la macchina, una figura capace di farsi carico degli aspetti più delicati di una malattia, offrendo consigli su come discuterla e affrontarla. Inoltre, il medico potrebbe aiutare i pazienti a comprendere che, anche nelle situazioni terminali e insopportabili, la malattia non coincide interamente con il loro vissuto autobiografico (disclaimer: questo ovviamente non ha nulla a che fare con il legittimo anelito del sofferente a terminare la propria vita qualora lo ritenga necessario).

Un approccio di questo tipo si inserisce nel filone della cosiddetta “medicina narrativa”, quella branca introdotta da dottori come Rita Charon, professoressa alla Columbia University e pioniera delle medical humanities. In una recente intervista per il Financial Times, la dottoressa Charon ha spiegato come il fulcro del suo lavoro risieda proprio nelle complesse e delicate dinamiche che prendono vita nel momento in cui due esseri umani si siedono uno di fronte all’altro ed entrano in contatto. Uno degli assiomi che fondano la medicina narrativa risiede infatti nel considerare la capacità di ascoltare genuinamente i pazienti durante un appuntamento come una pratica trasformativa. La giornalista Sarah Neville, autrice dell’intervista, nota come questo tipo di approccio ribalti le tradizionali dinamiche di potere tra medico e paziente: “Per decenni i medici sono stati istruiti a conformarsi a un modello di preoccupazione distaccata. In realtà, la preoccupazione coinvolta è più efficace della preoccupazione distaccata”, risponde la dottoressa Charon, “Il distacco assomiglia molto alla freddezza […] Più esprimi la tua creatività, migliore sarà la tua pratica medica”. Charon conclude: “La medicina narrativa, può dotare i clinici della capacità di vedere un problema da molteplici prospettive […] come l’occhio sfaccettato di una mosca […] Può aiutarli a capire e a valorizzare coloro di cui si occupano in tutta la loro unicità e complessità.” Lasciate all’intelligenza artificiale le incombenze tecniche e diagnostiche, i medici diventerebbero quindi una nuova tipologia di media, il collante tra tecnica e paziente. 

Un protocollo per macchine e umani

Al contempo, in un op-ed per il New York Times, il medico e autore Jonathan Reisman sottolinea come l’IA potrebbe soppiantare i medici persino nelle bedside manner. In uno studio citato da Reisman, le risposte di ChatGPT alle domande dei pazienti sono state infatti valutate come più empatiche (e anche di qualità superiore) rispetto a quelle scritte dai medici. “Da giovane e idealista studente di medicina negli anni 2000,” scrive Reisman, “ero certo che l’aspetto umano della pratica medica avrebbe garantito la sicurezza del mio lavoro. Questo lato richiede compassione, empatia e una chiara comunicazione tra medico e paziente […] Quando però sono apparsi ChatGPT e altri large linguistic model ho visto la mia sicurezza lavorativa svanire.”

La tesi di Reisman sostiene che anche l’approccio empatico adottato dal medico nel comunicare una diagnosi debba essere guidato da uno script prestabilito, per rendere meno grave il carico emotivo e scongiurare il rischio di burnout. Molti medici operanti in contesti ospedalieri soggetti a un elevato stress emotivo fanno già ricorso – in maniera più o meno strutturata – a protocolli e formule comunicative standardizzate. Questi strumenti consentono loro di presentarsi ai pazienti come professionisti empatici e attenti, evitando l’immagine di operatori alienati e apatici percepita talvolta in momenti di estrema fatica, come, ad esempio, al termine di una lunga settimana lavorativa.

Tra medicine scoperte dall’intelligenza artificiale e diagnosi effettuate dai chatbot, qual è il futuro della professione medica? In contesti in cui il sistema sanitario è sotto pressione, ad esempio, l’IA potrebbe alleviare il carico di lavoro dei medici.

Questo prontuario di buone maniere può essere replicato anche, se non meglio, da un’intelligenza artificiale come ChatGPT. “Alla fine, non importa realmente se i medici provano compassione o empatia verso i pazienti; ciò che conta è se si comportino di conseguenza,” conclude Reisman. Notare come nell’articolo, Reisman usi il verbo inglese to act che significa sia “comportarsi” che “recitare”.

Il che, a ben pensarci, è uno dei quesiti esistenziali fondamentali alla base dell’intelligenza artificiale ma anche della natura umana. Se, come coscienze individuali, non siamo in grado di distinguere l’output di un’intelligenza artificiale da quello di un essere umano, quali solide prove abbiamo per confutare l’ipotesi del solipsismo ovverosia che non esista un mondo al di fuori del nostro io? O, in forma più circoscritta, come possiamo essere sicuri che la nostra esperienza di coscienza soggettiva non sia un unicum?

Più prosaicamente, non possiamo nemmeno essere sicuri del fatto che la professione del medico, spesso indicata come una delle carriere più sicure, rispettate e remunerative, continuerà ad essere tale anche nell’età dell’intelligenza artificiale. Nel podcast Hardfork, il dottor Adam Rodman ammette che la diminuzione di prestigio sociale implicata dall’adozione dell’IA in ambito medico, creerà notevoli resistenze da parte dei dottori, per secoli depositari di un potere non di rado a cavallo tra scienza, burocrazia e taumaturgia. Magra consolazione per i laureati in filosofia che, a fronte di prospettive di lavoro non certo esaltanti, vedono vendicate le sudate ore passate scartabellando Sorvegliare e punire e soprattutto Nascita della clinica di Michel Foucault.


Davide Banis

Lavora per una casa editrice danese. Nel tempo libero, scrive.

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