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Narrazioni

Caracas, l’Islam e Napoli Ferrovia

Il racconto di Napoli attraverso i romanzi di Ermanno Rea e i film che ne hanno preso ispirazione. Ne abbiamo parlato con Marco D’Amore, regista e interprete di Caracas.

Ermanno Rea è stato uno scrittore che non ha mai smesso di essere contemporaneamente un reporter, un cercatore di storie da cristallizzare nel momento stesso in cui stavano accadendo. Non solo in quell’istante preciso a dire il vero, perché ce ne sono alcune che sembrano piuttosto una lunga opera di rimontaggio del tutto personale: da un racconto, una fotografia, una lama di luce che taglia il prospetto delle case, Rea poteva costruire nuovi mondi abitati da un’umanità del tutto simile a quella reale eppure non esattamente identica a quella. È stato così anche per Napoli ferrovia, romanzo atipico perché non sempre è facile distinguerlo da un diario, nel quale ogni capitolo narra eventi accaduti esattamente come il protagonista li presenta al lettore. Il titolo stesso, Napoli ferrovia, può dirsi meravigliosamente evocativo e al tempo stesso perfetto per la cronaca di un quotidiano. L’intreccio di vite che contiene al suo interno mescola senza soluzione di continuità ricordi veri e conversazioni “falsate”, prendendo l’avvio dall’incontro tra un giornalista ottantenne – che somiglia moltissimo all’autore del libro – e un ex naziskin convertito all’Islam che si fa chiamare Caracas. Questo binomio tra una Napoli del passato e l’elemento multiculturale rappresentato dal credo musulmano funge quasi da impalcatura, capace di sostenere il progressivo disvelamento di una città profondamente diversa rispetto a prima. Diversa, non peggiore. 

Porosità contemporanea

Quando Rea pubblica il romanzo è il 2007, quasi vent’anni prima che Caracas, il film che ne è stato tratto con la regia di Marco D’Amore, arrivi al cinema nel febbraio del 2024 per poi approdare sul catalogo Amazon Prime Video. In questa parentesi di tempo sono accadute molte cose, sia a Napoli che ai personaggi del racconto. Se vogliamo credere che la voce narrante del romanzo sia l’alter ego dello scrittore, sarebbe interessante sapere cosa direbbe oggi della città costantemente affollata di turisti, con i residenti del centro storico e gli studenti universitari che lamentano la cronica mancanza di appartamenti, ormai tutti convertiti in b&b. Ma Ermanno Rea è morto nel 2016, quando questo processo era già in atto eppure non compiuto come oggi. Cosa avrebbe pensato lui, che con Napoli ha sempre avuto un rapporto fortissimo e controverso? E cosa avrebbe detto del lungometraggio, nel quale a interpretare l’anziano uomo di lettere che torna a casa c’è un Toni Servillo tanto convincente quanto allucinato?

L’elemento centrale di Napoli Ferrovia e Nostalgia di Ermanno Rea è l’enorme interesse verso l’Islam e le sue tradizioni, che ripercorre come un filo rosso anche il lungometraggio diretto da Marco D’Amore, assumendo una funzione persino più importante nell’economia del racconto.

Facciamo un piccolo passo indietro e torniamo a un altro libro di Rea dal quale si è sviluppata una fortunata produzione cinematografica: Nostalgia, diretto da Mario Martone nel 2022 e tratto dall’omonimo romanzo uscito postumo l’anno della morte dello scrittore. In comune le due vicende hanno molto, a cominciare proprio dall’attenzione rivolta all’Islam. Anche in Nostalgia uno dei personaggi principali (il Felice Lasco a cui ha dato volto Pierfrancesco Favino) è un cristiano che si è fatto musulmano, esattamente come Abdullah Ferdinando Ottaviano Quintavalle, fotografo e “esploratore urbano” che in gioventù è stato vicino agli ambienti dell’estrema destra e sul quale Rea ha costruito fattezze e carattere di Caracas. Poco importa che Quintavalle sia in realtà conosciuto come Mexico, perché è lui ad aver traghettato la curiosità di Rea tra le strade di una nuova Partenope, la cui porosità – come già scriveva Walter Benjamin negli anni Venti – aveva ormai assorbito e fatto propria anche la cultura islamica.

Camminare

Ermanno Rea e Mexico si erano conosciuti grazie a Tullio Pironti, l’indimenticabile pugile editore che illuminò quello scrigno di magie chiamato Port’Alba, luogo libresco per eccellenza. Il rapporto tra i due, diversissimi per età e formazione politico-culturale, fu probabilmente di reciproca scoperta e lunghe passeggiate. Semplificando brutalmente, si potrebbe dire che dai giorni trascorsi nell’area della stazione e di Piazza Garibaldi sono emerse le suggestioni che finiranno in Napoli ferrovia, mentre quelli passati a scandagliare il quartiere della Sanità hanno ispirato la trama di Nostalgia. Non a caso il materiale raccolto era in parte all’interno di un unico manoscritto, che poi verrà sviluppato seguendo direzioni diverse. L’elemento centrale resta tuttavia questo enorme interesse verso l’Islam e le sue tradizioni – molto più di una semplice e ammirata curiosità – che ripercorre come un filo rosso anche il lungometraggio diretto da Marco D’Amore, assumendo una funzione persino più importante nell’economia del racconto. Quasi due ore per viaggiare nella testa di chi cerca disperatamente “un ritorno” eppure non è mai sicuro di quale sia la meta finale del proprio viaggio, in bilico tra una vita che non esiste e uno dei tanti futuri possibili.

Una conversazione con Marco D’Amore

Caracas è impregnato di cultura musulmana lungo tutta la sceneggiatura e nelle fascinose musiche di Rodrigo D’Erasmo che accompagnano i fotogrammi. “Del romanzo di Rea mi ha colpito innanzitutto la lungimiranza nell’intercettare con grande anticipo ciò che sarebbe successo rispetto al cambiamento della società. Alla possibilità che in una città come Napoli, vera e propria porta sul Mediterraneo, si determinasse una presenza di etnie così fitta da costituire un melting pot. La narrazione, inoltre, è strutturata in una meravigliosa architettura letteraria che solo i grandi scrittori sanno costruire. Il progetto del film nasce con Francesco Ghiaccio, ma al tempo delle prime letture non avevamo assolutamente dimensione di ciò che sarebbe potuto succedere: ci è sembrato di intuire tra le pieghe del racconto di Ermanno Rea la possibilità che a partire dalla realtà, dalla sua indagine del vero, lo scrittore aprisse delle crepe – che nel lungometraggio sono diventate delle porte – su scenari che erano nella sua immaginazione. Si celavano come nel fondo di una risacca creativa che non esplodeva e rimaneva in attesa di poter uscire libera”. Non è un caso se a partire dalle pagine del romanzo, Marco D’Amore (che di Caracas oltre che regista è anche uno dei protagonisti principali insieme a Servillo) abbia fatto un lavoro molto profondo di “ricostruzione”. Ne emerge una messa in scena potentissima che non ha paura di smarrirsi tra piani temporali diversi, dipingendo talvolta una Napoli ferrovia speculare a quella di Rea. Una delle figure femminili del libro, Rosa La Rosa, qui ad esempio diventa Yasmina. Ed ecco tornare l’Islam. “Mi sembra di aver rispettato le volontà dell’autore raccontando della presenza islamica in città, delle sue comunità, della massa di persone che abita soprattutto quel triangolo di meraviglia e disperazione che è la zona della stazione. È lì che, un po’ come angeli reietti, vengono confinati i più poveri: è lì che si è mosso Rea e che si muove Caracas.

Caracas vuole dichiaratamente mostrare sullo schermo lo scontro e l’incontro di culture differenti, senza risparmiarsi sullo stridore che ciò produce quando si parla di intolleranza, di conversione o di imprevedibili forme di sincretismo.

Mi è sembrato giusto ritornare a quella meravigliosa scenografia umana rappresentata dai corpi, dai volti e dalle voci di donne e uomini che continuano ad abitare il quartiere”. Questo incessante fluire tra immanente e trascendente, sull’asfalto di una Napoli quasi sempre bagnata dalla pioggia, ha un superbo accompagnamento musicale firmato da Rodrigo D’Erasmo, compositore attivo in diversi ambiti sia a livello nazionale che internazionale, qui alle prese con sonorità che passano dal Medio Oriente al Sudamerica. “D’erasmo è un autore e un musicista raffinatissimo, capace di comprendere i riflessi della sceneggiatura e tradurli sul pentagramma. Mi sono limitato a sollecitarlo rispetto alle sue origini brasiliane, all’utilizzo di certi schemi melodici che si sarebbero certamente amalgamati bene alla vicenda. Infatti la musica è senza dubbio centrale nel dipanarsi della trama”. Caracas vuole dichiaratamente mostrare sullo schermo lo scontro e l’incontro di culture differenti, senza risparmiarsi sullo stridore che ciò produce quando si parla di intolleranza, di conversione o di imprevedibili forme di sincretismo (interessante in questo senso il documentario “Napolislam” di Ernesto Pagano, uscito nel 2015). “Viviamo in un mondo in cui più si accende il dibattito sull’accettazione delle diversità, sull’uguaglianza, sul rispetto reciproco e più emergono disuguaglianza, disparità e violenza perpetrata da pochi a danni di molti. Da questo punto di vista possiamo dire che Napoli fortunatamente stenta ad omologarsi al mondo e, nonostante le sue difficoltà, riesca con il buon senso – che forse solo i poveri hanno – a trovare una pax in terra tra gli uomini e le donne”. E forse è proprio questo che Ermanno Rea già scorgeva per le strade di una città che aveva lasciato tanto tempo prima e che non sarebbe mai riuscito a tenere lontana dai propri pensieri. Lui che nei dintorni del pianeta Ferrovia ci era nato e cresciuto, quando ancora a Piazza Mercato si sentiva forte il profumo del mare.



Carlo Babando

Giornalista, scrittore e docente di letteratura italiana e storia. Ha collaborato con Mucchio Selvaggio, Mucchio Extra e dal 2014 firma recensioni e retrospettive sulle pagine di Blow Up, curando una rubrica mensile interamente dedicata alla cultura afroamericana. Lavora a vario titolo nel campo della musica, della radio e della televisione. È autore di Marvin Gaye. Il sogno spezzato (2016), Blackness (2020) e Miss Black America (2024).

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