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Buddha television

Mentre il mondo fuori è ostile e l’abbondanza di contenuti finisce per travolgerci, una via d’uscita è offerta dalle app di meditazione e dalle loro serie tv. Chiudete gli occhi per guardarle.

Ad aprile 2020, durante il primo mitologico lockdown, comprai alcuni beni di conforto, tra cui: una bottiglia di whiskey giapponese invecchiato, una coperta ponderata da 15 chili e un abbonamento annuale a Calm, un’app per il rilassamento e la meditazione. L’abbonamento a Calm mi costò una settantina di dollari, non pochi ma giustificati da una corposa biblioteca di lezioni di meditazione, musiche per rilassarsi e/o concentrarsi, compilation di esercizi di stretching e dozzine di storie della buonanotte, spesso narrate da attori del calibro di Matthew McConaughey (la cui pastosa voce texana ha messo a dormire più di 11 milioni di persone), Kate Winslet e Stephen “re degli audiolibri” Fry. 

Non so whiskey e coperte ma di sicuro non sono stato l’unico a sottoscrivere un abbonamento a Calm contro il logorio della vita domestica: nel solo mese di aprile, più di due milioni di persone hanno infatti scaricato l’app e sborsato 70 dollari. Più in generale, nel corso del 2020, il numero di download quotidiani di Calm è raddoppiato rispetto all’anno precedente, mentre gli utenti hanno ascoltato più di un miliardo di minuti di suoi contenuti, una crescita del 100% dal 2019. Forte di questi numeri, l’azienda Calm, che è prevedibilmente acquartierata a San Francisco, ha concluso a fine 2020 un round di investimenti da 75 milioni di dollari e ha toccato i 2 miliardi di valutazione.

Headspace, fondata nel 2010 a Londra da un ex monaco buddhista-tibetano e da un esperto di marketing, è la principale rivale di Calm nella spietata business war delle app di meditazione. Anche l’abbonamento annuale ad Headspace costa una settantina di dollari. Anche Headspace, in aggiunta a lezioni di meditazione e metodi per diminuire ansia e stress, offre la propria versione delle storie della buonanotte, chiamate “sleepcast”. E infine, anche Headspace è cresciuta molto durante la pandemia, raddoppiando il numero di download tra aprile e ottobre 2020. 

Entrambe le app, poi, hanno appena prodotto delle serie tv. Calm è infatti arrivata su Hbo Max con i dieci episodi di A World of Calm mentre Headspace è sbarcata su Netflix con la prima serie di Headspace Guide to Meditation (altre due stagioni, di cui una esplicitamente dedicata al tema del sonno, sono in arrivo). Mi sono sciroppato sia la serie di Calm che quella di Headspace, spesso addormentandomi a metà di un episodio. In questo caso, però, le proprietà soporifere delle serie non sottintendono un prodotto televisivo mal riuscito o noioso. Al contrario.

App per la meditazione e servizi streaming

Nel 1974, l’artista coreano-americano Nam June Paik creò TV Buddha, un’installazione composta da un’antica statua di un Buddha che contempla la sua immagine – ripresa da una telecamera – in un televisore a tubo catodico posto di fronte a lui. Secondo vari critici, l’opera manifesta il contrasto tra antiche tradizioni e nuove tecnologie. Cosa c’è di più diverso da un Buddha nella sua dimensione atemporale – sembra l’implicita riflessione di Nam June Paik – di un immagine televisiva, sottoposta alla tirannia delle soglie di attenzione da tenere sempre alte? Headspace Guide to Meditation e A World of Calm sono una risposta pratica a questo genere di pensieri, seppure le due serie partano da presupposti abbastanza differenti.

Quella di Headspace è infatti principalmente un’introduzione ad alcune tecniche meditative in otto episodi di una ventina di minuti ciascuno. Guidati dalla rassicurante voce di Andy Puddicombe, il co-fondatore dell’azienda ex monaco buddhista, veniamo gentilmente istruiti su come gestire sofferenze assortite tra cui dolore fisico, rabbia e stress. Il finale di stagione, poi, promette addirittura di rivelarci qualche segreto su come “sfruttare il proprio potenziale illimitato”. Il tutto è confezionato con rilassanti sequenze animate, gradevoli ma un po’ asettiche, stile evento corporate ad alto budget. Non che la cosa importi poi molto dato che Puddicombe invita spesso gli spettatori a chiudere gli occhi, un consiglio inedito per una serie televisiva.

A World of Calm, invece, non vuole insegnarci niente. Sì, tutti e dieci gli episodi (anche in questo caso da una ventina di minuti l’uno) sono dedicati a un argomento specifico come la fabbricazione del vetro, la migrazione degli uccelli o i noodle, ma l’intento principale della serie è addormentarci. Nell’episodio sul vetro, la suadente voce di Zoë Kravitz ci accompagna nella bottega di una maestra vetraia dei Paesi Bassi. Il movimento delle pale di un immancabile mulino olandese fornisce l’occasione per una sequenza ipnotica che introduce dolcemente nella fase di dormiveglia che precede il sonno. La narratrice non è infatti lì per rivelarci i segreti della ialurgia ma per metterci a dormire con la sua cadenza lenta e avvolgente. Il tono della voce, poi, è praticamente da ASMR (Autonomy Sensory Meridian Response), l’acronimo sotto cui vengono caratterizzati quei video ingegnerizzati per provocare sensazioni di rilassamento mentale e piacevoli formicolii in varie parti del corpo.

Il genere ASMR va molto forte su YouTube con canali da svariati milioni di iscritti. In Italia, per esempio, c’è la youtuber ventisettenne Chiara ASMR che gestisce un canale da quasi un milione di iscritti in cui sussurra, picchietta su oggetti vari, fa grattini, scrocchia un pezzo di pane, mescola carte da gioco, taglia capelli, si abbuffa per venti minuti di crepe, cupcake e macaron – sempre con lo scopo di indurre al sonno, rilassare e, più in generale, far provare sensazioni piacevoli ai suoi spettatori. Peraltro, il fenomeno è esteso anche al regno animale con video di tartarughe che mangiano fette di anguria a forma di “Mi piace” da 25 milioni di visualizzazioni. Ecco, le voci narranti di A World of Calm – che, oltre a Zoë Kravitz, comprendono altre star hollywoodiane come Nicole Kidman, Keanu Reeves, Lucy Liu, e Idris Elba – sono una sorta di ASMR dal budget faraonico. Le immagini di altissima qualità, un po’ Planet Earth di Bbc e un po’ food porn, aggiungono poi una dimensione visuale all’addormentamento.

Insomma, Headspace Guide to Meditation e A World of Calm sono due serie che apparentemente contraddicono i principi cardine della fruizione televisiva: la prima ti chiede di chiudere gli occhi, la seconda raggiunge il suo scopo nel momento in cui smetti di seguirla addormentandoti.

Good night, and good luck

“Il nostro principale competitor è il sonno”, dichiarò il Ceo di Netflix Reed Hastings nel 2017. Durante le streaming wars, in un periodo in cui nonostante i ritardi della pandemia escono ogni settimana almeno un paio di stagioni televisive meritevoli di essere guardate, il sonno è un concorrente insidioso anche per Hbo Max, Disney+ e le altre piattaforme over-the-top che si contendono ferocemente la nostra attenzione. Come descritto dal critico d’arte Jonathan Crary nel libro 24/7, dormire resta infatti una delle attività umane più difficili da commercializzare. Quando si dorme, non si consuma. Fedeli al proverbio “se non puoi batterli, unisciti a loro”, Netflix e Hbo Max hanno quindi deciso di conquistare lo spazio del sonno rendendo più facile addormentarsi. C’è però un certo consenso intorno al fatto che guardare serie tv a letto rovini il riposo notturno. Non solo per via delle luci blu emanate dagli schermi (facilmente filtrabili) ma anche perché il binge watching induce dipendenza e un episodio tira l’altro. Headspace Guide to Meditation (e in particolar modo la seconda stagione dedicata al sonno, in arrivo a breve) e A World of Calm provano a dimostrare l’opposto. A World of Calm, per esempio, si potrebbe anche tenere come sottofondo mentre si dorme stile Sleepbuds della Bose, gli auricolari per dormire che mascherano i rumori notturni e riproducono suoni rilassanti. 

Mi sono sciroppato sia A World of Calm sia Headspace Guide to Meditation, spesso addormentandomi a metà di un episodio. Le proprietà soporifere delle serie però non sottintendono un prodotto mal riuscito o noioso. Al contrario

Stabilita un’alleanza con il sonno, il competitor principale di Netflix & Co. restano quindi i social media. Lontani sono i tempi in cui si immaginava un futuro fatto di doppi schermi e di serie tv commentate live via Twitter. Adesso, le piattaforme streaming vogliono che mettiate via gli smartphone e vi concentriate su quello che state guardando (il documentario di Netflix The Social Dilemma insegna). “La nostra vita è piena di distrazioni,” ammonisce Puddicombe in Headspace Guide to Meditation, “quand’è stata l’ultima volta che avete posato il telefono ed evitato qualunque distrazione? Quando è stata l’ultima volta che avete semplicemente oziato?” Poco a poco, scopriremo che il binge watching non è altro che una forma peculiare di meditazione.

Come notato da Carrie Battan in un articolo sul New Yorker, la programmazione della televisione in streaming è sempre più precisamente tarata verso specifici mood e situazioni grazie all’algoritmica suddivisione in decine di categorie. Nell’articolo, la Battan sostiene che A World of Calm (ma il discorso vale anche per Headspace Guide to Meditation) porta l’approccio al livello successivo: adesso l’obiettivo non è solo intercettare un mood molto specifico ma elicitare in maniera quasi ingegneristica uno stato mentale nuovo (in questo caso, il rilassamento). In tutto ciò, il Buddha di Nam June Paik è ancora lì in meditazione, a illuminare gli aspetti deliziosamente paradossali di serie televisive da guardare a occhi chiusi o mentre si dorme e di ricchissime app per la meditazione impegnate in business war all’ultimo sangue che sconfinano su piattaforme streaming le quali si danno a loro volta battaglia in guerre commerciali multimiliardarie con in palio la nostra attenzione, peraltro già pesantemente compromessa da social media e un anno di doomscrolling pandemico. A questo proposito, quasi dimenticavo: è già arrivato il momento di rinnovare il mio abbonamento a Calm.


Davide Banis

È un editor e impact producer. Lavora nei Paesi Bassi per una startup in ambito no-profit e per una casa di produzione di documentari.

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