immagine di copertina per articolo Appunti di viaggio per un’isola contemporanea. Intervista a Gaetano Savatteri
Fiction

Appunti di viaggio per un’isola contemporanea. Intervista a Gaetano Savatteri

La Sicilia, i gialli di editrice Sellerio e la fiction in prima serata: Makari ha davvero qualcosa a che fare con la Vigata di Montalbano? Secondo l’autore, Gaetano Savatteri, meglio parlare di eterne fughe e inevitabili ritorni.

Critica e pubblico hanno premiato le quattro puntate di Makari persino più di quanto ci si aspettasse, riconoscendo nelle avventure di Saverio Lamanna, Peppe Piccionello e Suleima un modo diverso per guardare non solo all’Italia di oggi, ma anche alle fondamenta stesse del giallo televisivo. Dietro il progetto della serie con protagonista Claudio Gioè c’è la stessa Palomar che ha portato sul piccolo schermo il Montalbano di Andrea Camilleri, producendone dal 1999 tutte e quindici le stagioni, ma soprattutto ci sono i romanzi e i racconti di Gaetano Savatteri. Sarebbe stato fin troppo facile pensare che un autore Sellerio, un set tutto siciliano e la prima serata della Rai puntassero necessariamente in una direzione ben precisa: eppure Makari ha piacevolmente spiazzato tutti per la freschezza e una certa voglia di rompere schemi già ben collaudati. Se tutto parte dalla pagina scritta, chi meglio di Savatteri poteva raccontarci come funziona la magia? 

Nel 2017, con Non c’è più la Sicilia di una volta, hai firmato uno dei saggi più significativi e “di rottura” tra i molti che hanno tentato di raccontare l’isola nella sua contemporaneità. Quanto di quella visione c’è nelle storie con protagonista Saverio Lamanna che abbiamo visto sullo schermo?

Ho scritto il saggio proprio mentre iniziavo a pensare i primi racconti con Lamanna, ragionando sul fatto che la Sicilia è anche fatta di luoghi comuni, ma non può – adesso più che mai – esaurirsi in quelli. I personaggi sono diventati un po’ la trasposizione narrativa delle mie riflessioni e Non c’è più la Sicilia di una volta si è trasformata nella piattaforma ideologica di Saverio Lamanna: un siciliano che, tornando a casa, si incontra e si scontra con la sicilianità di oggi e di ieri.

Da questo punto di vista è un personaggio quasi agli antipodi del Montalbano di Camilleri, sia sulla pagina sia in tv. Eppure ha raccolto applausi che, in larga parte, arrivano dallo stesso pubblico. 

Il Montalbano di Camilleri è volutamente una sorta di favola della Sicilia, che si intreccia con i ricordi di Andrea, la sua storia personale, la sua formazione. Lui era un affabulatore, Vigata era tutta la Sicilia e al tempo stesso un luogo che non esiste. Makari invece è un luogo reale, i riferimenti sono a posti precisi. Essendo un giornalista, il mio approccio è inevitabilmente diverso: mi aggancio alla realtà in maniera quasi “prensile”, non posso farne a meno; a tal punto che nei miei libri appaiono anche tantissimi riferimenti a fatti e persone che, per forza di cose, in televisione non potevano essere riportati.

“Ho ritenuto fosse giusto lasciare libertà agli sceneggiatori, al regista e alla produzione di declinare le pagine in una costruzione narrativa diversa. Mi sono fidato della loro capacità di riscrittura. Il mio coinvolgimento è stato volutamente minimo, gli episodi della serie li ho visti in tv come tutti gli altri spettatori: ho fatto giusto una comparsata nella prima puntata”.

Hai scritto un racconto, La città perfetta, che sarebbe bello diventasse una puntata della prossima stagione di Makari. L’ambientazione era Gibellina, la “città museo” costruita dopo il terremoto che ha devastato l’area del Belice. Un posto reale e irreale insieme, molto affascinante per un set.

Gibellina, pur nella sua bellezza, è un esperimento che – ovviamente non per colpa degli artisti coinvolti – penso abbia un po’ ignorato l’uomo, privilegiandone un’astrazione quasi rinascimentale. Ecco perché stimola il pensiero critico. Anche in questo caso è un contesto perfettamente calato tra i controsensi della Sicilia contemporanea, quella indagata in Makari.

Restando ai controsensi: com’è nata l’idea di portare in tv le tue storie, apparentemente leggere ma mai pacificate? Trovare il taglio giusto per farle funzionare in questa nuova forma non era semplice. Non hai avuto paura di restare deluso?

Alla Palomar hanno letto i romanzi e i racconti inseriti nelle varie antologie e, avendo già da tempo contatti con Sellerio, si sono offerti di acquistarne i diritti. Personalmente ho ritenuto fosse giusto lasciare libertà agli sceneggiatori, al regista e alla produzione di declinare le pagine in una costruzione narrativa diversa. Mi sono fidato della loro capacità di riscrittura. Il mio coinvolgimento è stato volutamente minimo, gli episodi della serie li ho visti in tv come tutti gli altri spettatori: ho fatto giusto una comparsata nella prima puntata, un po’ alla Stan Lee direbbe qualcuno.

Proprio nella prima puntata, che incrocia nella sceneggiatura due racconti brevi, si parla della morte di un bambino. Nessuno sconto per la platea insomma, e non era così automatico. Allo stesso tempo, però, non si rinuncia a quella sanissima “leggerezza” che spesso contraddistingue il dipanarsi delle tue storie.

Di solito, in effetti, la tv generalista è poco incline a trattare certi argomenti, soprattutto in certe fasce orarie. Credo che in questo senso la serie colga lo spirito dei libri, pur essendo un prodotto distante. Non avrebbe senso che un lettore si mettesse a misurare il grado di fedeltà della trasposizione nella fiction, è un linguaggio differente che ha un pubblico differente. Su carta posso divertirmi a ingaggiare con chi mi legge delle piccole sfide, stimolarli a riconoscere una citazione magari: un meccanismo che davanti allo schermo perderebbe totalmente di senso.

Agli spettatori televisivi però arriva la musica. In Makari si sentono i Jefferson Airplane di “White Rabbit”, Lucio Dalla con “Quale allegria”, “Impressioni di settembre” della Pfm…

Nei libri faccio spesso riferimento alla musica, anche se io – a dirla tutta – non sono mai stato un grande esperto. Mi piacciono i brani che per me hanno un significato emotivo sentimentale, che hanno rappresentato qualcosa nella mia vita, dal pop degli anni Ottanta alla disco. Quando ero ragazzo un certo tipo di rock era già finito, sono più un tipo da Police. Oltretutto, essendo nato in un piccolo paese di provincia, la classifica dei pezzi più ascoltati la facevano il jukebox del bar e la programmazione delle radio libere. Il regista di Makari, Michele Soavi, ha una conoscenza musicale più vasta. In parte gli deriva dalla sua vicenda professionale – basta pensare che ha lavorato, tra gli altri, con Dario Argento – ma è anche una questione generazionale: è stato capace di fare delle scelte nella colonna sonora della serie che hanno un certo significato, pur non rinunciando a essere in qualche modo anche “popolari”.

Il ritmo dei tuoi libri, quando in mezzo ci sono le peripezie di Lamanna, è spesso adrenalinico; forse proprio perché non è un poliziotto e indaga senza un metodo, procedendo per tentativi che lo mettono in situazioni talvolta grottesche. Anche nella trasposizione televisiva ritroviamo l’uso di un’ironia agrodolce, che mette in risalto le parentesi più riflessive. Da questo punto di vista il personaggio di Peppe Piccionello, più che una spalla, è una chiave di volta.

Diciamo che Lamanna e Piccionello sono due polarità dell’essere non soltanto siciliani, ma dall’essere e basta. Dell’essere umano, voglio dire. Il primo rappresenta chi per resistere alla vita senza rassegnarsi si attacca a una razionalità lucida, sciasciana, che usa l’ironia come arma di destrutturazione per non cadere nella retorica: un approccio tutto “di testa”, che però non esclude crolli dovuti proprio a questa continua tensione. Piccionello ha un approccio barocco, brancatiano; quasi un lirismo alla Bufalino, per restare alla letteratura. Credo che in ognuno di noi ci siano queste due anime, ondeggiamo tra momenti di distacco, che servono anche per proteggerci dall’esterno, e una passionalità che affiora di continuo. Claudio Gioè e Domenico Centamore sono stati bravi a far emergere la dinamica nell’interpretazione dei personaggi, nei loro battibecchi tra uomini così diversi che scoprono di voler essere amici. È un’amicizia non irenica, non scontata, in cui ciascuno propone continuamente la propria visione del mondo: una visione che corrisponde a tutto ciò che l’altro tende a rifiutare.

“Le indagini per Lamanna sono una riscoperta della Sicilia com’è oggi, in un perenne gioco tra il cliché e il suo smontamento, fin quando si rende conto che certi luoghi comuni in realtà sono caratteristiche precise di una cultura. A partire, banalmente, dal rapporto con il cibo”.

La scelta dei protagonisti, nel loro modo di parlare e gesticolare – quasi di respirare – riflette bene quello dei personaggi: l’eterno dualismo tra i siciliani che sono rimasti sull’isola e quelli che, per qualche motivo, ci tornano a vivere. 

Raccontare la realtà è anche esplorare questi rapporti dinamici, inquieti, che ormai riguardano tante generazioni di siciliani che sono andati via e vogliono tornare, poi tornano e vogliono scappare dopo un paio di settimane. La verità è che non si ritorna per andare a dormire tra le coperte di quando si era bambini; infatti Lamanna decide di non andare a vivere con il padre, perché sarebbe un passo indietro. Makari, invece, è un posto che è suo e non lo è: è il luogo delle vacanze di famiglia, forse di un’infanzia mai dimenticata, che per suo padre rappresenta un brutto ricordo ma dove lui, al contrario, può ricostruire se stesso e il suo rapporto con l’isola. Le indagini per Lamanna sono una riscoperta della Sicilia com’è oggi, in un perenne gioco tra il cliché e il suo smontamento, fin quando si rende conto che certi luoghi comuni in realtà sono caratteristiche precise di una cultura. A partire, banalmente, dal rapporto con il cibo.

Possiamo dire allora che Makari stia contribuendo a mostrare al grande pubblico una Sicilia diversa? Anche da quella raccontata dalle fiction di questi ultimi anni, intendo.Sui social è nato un dibattito in cui ci si chiede se Makari abbia riproposto i soliti paradigmi o li stia disvelando, mettendoli in discussione. Nei miei libri, ma anche nella serie televisiva, penso che il punto sia un altro: si vuole rendere evidente che il luogo comune, in certi casi, esiste davvero. Non puoi ignorarlo. Lamanna in quest’ottica è un postmoderno: ha già “compreso” la Gioconda con i baffi, e quindi arriva alla conclusione che la Gioconda così come la si vede – senza alcuna rilettura esterna – finisce per essere ancora più postmoderna. Quello che spero è che con Makari emerga non tanto una Sicilia contemporanea, quanto una Sicilia alla prese con la contemporaneità. Talvolta affannosamente, ma con la consapevolezza che, in fondo, ognuno è contemporaneo a modo suo.


Carlo Babando

Giornalista, scrittore e docente di letteratura italiana e storia. Ha collaborato con Mucchio Selvaggio, Mucchio Extra e dal 2014 firma recensioni e retrospettive sulle pagine di Blow Up, curando una rubrica mensile interamente dedicata alla cultura afroamericana. Lavora a vario titolo nel campo della musica, della radio e della televisione. È autore di Marvin Gaye. Il sogno spezzato (2016) e Blackness (2020).

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