Dai salotti televisivi ai reality, Aldo Busi ha attraversato trent’anni di televisione italiana trasformando l’ospitata in performance e facendo del corpo e della parola strumenti critici capaci di incrinare ruoli, convenzioni e format.
“Tu sei un cazzo mio!” urla Aldo Busi a Vittorio Sgarbi quando il critico d’arte ferrarese gli rinfaccia di “farsi i cazzi suoi”. È il 2001. Il programma televisivo è Chiambretti C’è, condotto dall’eponimo Piero Chiambretti. Lo scrittore Busi e il critico d’arte Sgarbi sono stati fatti sedere intorno a un tavolo con l’evidente intento di scatenare una rissa televisiva, sotto-format all’epoca ancora dirompente. È durante quella trasmissione che Sgarbi conierà il celebre “capra!” ripetuto ad nauseam come insulto invalicabile. Ma è Busi a risultare vincitore del duello televisivo. A fine programma, parte la canzone Messico e nuvole di Enzo Jannacci. Un gruppo di ballerini si mette a danzare di fronte al tavolo dove si è consumata la rissa televisiva, mentre scorrono i titoli di coda. Inopinatamente, Busi si unisce al corpo di ballo e danza con una grazia diametralmente opposta all’aggressività verbale espressa fino a qualche secondo prima. Sgarbi, attonito, resta a guardare, seduto.
Quel fulmineo “tu sei un cazzo mio!” e la danza spensierata raccolgono l’essenza di Aldo Busi: artista televisivo, capace di plasmare il medium a suo piacimento, sconquassatore di format, cuneo esplosivo e imprevedibile. Allo stesso tempo, nel 2001, Busi ha già pubblicato, tra gli altri, Seminario sulla gioventù (1984), Vita standard di un venditore provvisorio di collant (1985) e Sodomie in corpo 11 (1988), libri che lo hanno reso uno degli scrittori italiani più importanti del secondo dopoguerra, capace di erigere cattedrali verbali barocche e vertiginose.
È in questa tensione tra scrittore e artista televisivo che Busi consumerà gioiosamente la sua candela che brucia da ambo i lati, per parafrasare Pavese, crepitando come una delle personalità intellettuali italiane più eclettiche degli anni Ottanta, Novanta e Duemila, per poi eclissarsi sia dalle librerie che dalle televisioni intorno agli anni della pandemia.
Lo sconquassatore televisivo
Aldo Busi nasce a Montichiari, in provincia di Brescia, nel 1948, in una famiglia dalle modeste condizioni sociali. Inizia a lavorare a quattordici anni come cameriere. Ottiene l’esonero dal servizio militare in quanto omosessuale dichiarato. Vagabonda tra la Germania, la Francia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti facendo i lavori più disparati. Usa le esperienze di vita come polvere da sparo per preparare la sua prima detonazione letteraria. “Per la scrittura io ho fatto tutto, mi sono ridotto persino a vivere,” scriverà in Sodomie in corpo 11.
Studia e si laurea nel 1981 in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università di Verona. Nel 1984, Adelphi pubblica la prima versione di Seminario sulla gioventù. A stretto giro, escono Vita standard di un venditore provvisorio di collant, La Delfina Bizantina e Sodomie in corpo 11. Sono le sue pagine più felici. Dure, iconoclaste, un inno alla vita materiale e quotidiana e al contempo una lirica soprannaturale che vive a se stante nell’empireo della letteratura. Busi parte dalla sua condizione di disagio e dolore ma si oppone con fermezza a ogni forma di vittimismo.
Busi si offre integralmente alle telecamere, si rende ridicolo, cerca un dialogo coi propri critici, non ha paura di far ridere e sprizza gioia da tutti i pori.
“Bisogna ribellarsi fintanto che si è a tempo, fintanto che ciò che subiamo non viene a tal punto interiorizzato e fatto nostro da sembrarci così e basta; bisogna espellerlo, creare un margine fra sé e la propria sofferenza, non permetterle di fagocitarci, di usare i nostri pronomi al nostro posto, non lasciarle dire ‘io’; bisogna ribellarsi sempre, ributtarla fuori, in faccia a chi ce la fa subire, sconfiggerla o farne un’arma tagliente sempre sospesa, che serva come contrappeso nei contratti, che diventi denaro contante, cioè capitale, cioè forza contrattuale,” scrive in Seminario sulla gioventù. È l’opposto, l’antidoto, a tanta letteratura italiana recente fatta di compiaciuti crogiolamenti nel proprio dolore, più o meno borghese.
La qualità letteraria gli viene riconosciuta subito. E così arrivano i primi inviti negli ancora paludati salotti televisivi di fine anni Ottanta. Nel 1986, è ospite a Mixer Cultura, programma condotto da Arnaldo Bagnasco. A fare le pulci a Busi ci sono lo scrittore e poeta Dario Bellezza e il critico letterario Guido Almansi. Basta qualche scambio di battute per far degenerare il programma. Busi punzecchia, ribatte, insulta. Sconsolato, Bagnasco non può che constatare: “Mi state sfasciando la trasmissione”. Busi, sornione, sorride senza scomporsi.
Un paio di anni dopo, Aldo Busi è in grado trasformare il format televisivo più sterile di sempre, Un giorno in pretura, in uno spettacolo pirotecnico. L’aula del tribunale, solitamente ripresa in modo asettico dalle telecamere di Un giorno in pretura, diventa, nei limiti consentiti dal rituale processuale, uno studio televisivo in cui Busi, sfoggiando uno smoking con papillon, e difeso, tra gli altri, da Giuliano Pisapia, è al contempo presentatore, ospite principale e opinionista della trasmissione. L’accusa a lui rivoltagli dal pubblico ministero è di oscenità per le scene di sesso tra uomini contenute nel libro, un incrocio tra romanzo e prosa di viaggio (il sottotitolo è “non viaggio, non sesso e scrittura”). Busi viene assolto perché “il fatto non sussiste” ma questo non impedisce allo scrittore di lasciarsi andare, sotto la formula delle dichiarazioni spontanee, a una serie di elucubrazioni sull’estetica e l’oscenità che sta negli occhi di guarda e non di chi scrive, per poi concludere, a processo finito, con un tipicamente busiano, nel senso di mosso innanzitutto da spirito pratico-commerciale, “Chi paga? Perché poi, voglio dire, i processi costano”.
Qualche anno dopo, Busi, ormai astro fisso dello splendente firmamento televisivo italiano anni Novanta, sarà ospite dal taumaturgo Maurizio Costanzo a Uno contro tutti. È l’acme del Busi artista televisivo, generoso kamikaze narcisista che disintegra tabù come se stesse sfogliando i petali di una margherita. “Ma da quando in qua la pedofilia è criminalità?” domanda al pubblico di critici attonito, incapace di prendere le misure di questo misterioso soggetto televisivo che prima si lancia in arringhe anticlericali per poi trasformarsi in specchio deformante delle paure di chi ha davanti: “Sento quanto siete ingolfati nella piccola ipocrisia quotidiana, nel vostro non essere liberi sessualmente […] non filtra più il sentimento. Viviamo nella cultura della morte e io odio la cultura della morte!”.
È interessante confrontare le partecipazioni di Busi da Costanzo con quelle, altrettanto celebri, dell’attore teatrale Carmelo Bene. Laddove Bene, serio se non serioso, si ritira in misterici solipsismi, risposte sibilline, silenzi protratti e postura corazzata, Busi si offre integralmente alle telecamere, si rende ridicolo, cerca un dialogo coi propri critici, non ha paura di far ridere e sprizza gioia da tutti i pori. È un vitalismo fatto di contraddizioni, di passi falsi, di ridicolaggini, ma Busi è battitore libero e pezzo unico in un tronfio palcoscenico televisivo altrimenti fatto di chiese, siano esse cattoliche, comuniste, massoniche o di qualunque altro genere. Busi rivendica un individualismo estremo (per sé ma anche per tutti i suoi concittadini, come li definisce) in un momento in cui la macchina televisiva, all’apogeo della sua potenza, tende all’omologazione o quantomeno all’incasellamento (da qui l’insistenza di Busi sul non essere “uno scrittore omossessuale” ma solo uno scrittore).
Il gioioso fustigatore
Il primo decennio degli anni Duemila offre primizie televisive busiane che vengono puntualmente raccolte in memorabili episodi di Blob. C’è Busi in costume in una vasca da bagno che si fa sommergere da serpenti in una trasmissione di Paolo Bonolis su Canale 5. Bonolis gli regge il microfono e Busi, addobbato con rettili di ogni genere, se ne esce con un serafico: “Comunque è assurdo che un animale così bello, così nobile, sia stato preso come simbolo del male. Il vero male invece è Adamo ed Eva”.
C’è Busi travestito da coniglio con papillon che legge Alice nel paese delle meraviglie in una trasmissione di Corrado Augias. C’è Busi, travestito da Fata Turchina, che insulta il critico televisivo Riccardo Bocca, rimproverandogli: “Tu non puoi permetterti la genialità della mia volgarità, tu sei semplicemente banale e arrogante”. C’è Busi che per sette anni, fino al 2009, tiene una rubrica fissa all’interno del programma Amici di Maria de Filippi su Canale 5 in qualità di insegnante di cultura generale e comportamento. Anche in questo caso abbiamo a che fare con un Busi che non ha paura di scendere tra il volgo di giovani altrimenti non particolarmente interessati al sofisticato approccio alla vita di Busi. Busi si dona. Pagato, ovviamente (quello dell’equo compenso per il lavoro effettuato è da sempre uno dei suoi cavalli di battaglia), ma si dona, non ha paura del confronto con mondi a lui alieni. Le lezioni impartite da Busi durante la prima edizione di Amici vengono anche raccolte in un libro pubblicato da Mondadori nel 2005 e intitolato Dritte per l’aspirante artista (televisivo). Per dire, la lezione numero sette è intitolata: “Come fare televisione senza farsene usare.”
E ovviamente c’è Busi all’Isola dei famosi nel 2010. La trasmissione, alla settima edizione italiana, va in onda su Rai 2, è condotta da Simona Ventura e raccoglie una media di più di quattro milioni di telespettatori a puntata. Lo scrittore si ritira dal reality dopo circa tre settimane. Al suo abbandono, scatta il ban dell’allora direttore generale Rai Mauro Masi che, ravvisando nel comportamento di Busi “palese e gravi violazioni delle regole e delle disposizioni contrattuali”, lo esclude dalla partecipazione alle successive puntate del programma e da tutte le altre trasmissioni Rai.
Nel corso della sua partecipazione al programma, tra un gossip e l’altro, rifuggendo al ruolo precucitogli di “checca infernale”, Busi aveva scartato il binario del povero naufrago VIP a più riprese. “La mia pantomima della cultura è durata fin troppo,” aveva sentenziato, “Da un momento all’altro questa telecamera diventerà buia e io sparirò. […] Senza di me, che ho fatto il capro espiatorio, potranno scagliarsi l’uno contro l’altro. E vedremo la vera ipocrisia: i naufraghi sono tutti qua perché non hanno un cazzo da fare. Sono marionette di se stessi”. O ancora: “Io pago le tasse e sono orgoglioso di farlo. A cosa è servito Berlusconi, se non fanno questa legge delle aliquote al 23 e al 33%? […] Il Pd è inesistente. Finché la sinistra sarà clericale sarà solo una brutta copia della destra.” Per poi autoimmolarsi con il definitivo: “Sono gli omofobi i veri pervertiti da curare, siano politici o preti. L’omofobo è un omosessuale represso,” con implicito riferimento all’allora pontefice Joseph Ratzinger.
È la capacità di esternare posizioni forti e completamente fuori luogo una delle cifre stilistiche dell’Aldo Busi artista televisivo. Un gioioso fustigatore che non ha paura di coprirsi di ridicolo (o di serpenti) usando il corpo, nudo, danzante, mascherato, provato dalle fatiche dell’Isola, come ariete per sfondare il televisore mentre dalla bocca esterna, spesso con imperturbabile distacco, profezie, j’accuse, citazioni letterarie ma anche battute più o meno oscene (“lei mi nomina sempre la laguna blu”, dice Busi alla Ventura riferendosi a una location del reality, “ma ho deciso che non c’è laguna blu che regga al pensiero del suo grande pube nero ramato di henné”).
O, come liricamente espresso in Sodomie in corpo 11, “Essere corpo con tutto il corpo se aspiri al bodoniano, altrimenti, se l’omologazione dello spirito prevale a tal punto da optare per la via di comodo della scissione dalla carne, accontentarsi di essere un copro-corpo, un letterato che fa la morale senza saper raccontare la favola”. È la capacità di usare con eguale perizia corpo e parole di fronte alle telecamere che ha reso Busi un opinionista unico del panorama televisivo italiano degli scorsi decenni.
L’implosione
“‘C’erano una volta gli altri… ay ay ay ay ay ay cantaaabaaa …’ Che brezza d’incanto, puntuale, frizzante, gentile, e l’odore di piscio non è ancora così forte,” questo l’incipit di El especialista de Barcelona, romanzo di Busi pubblicato nel 2012. È un libro disincantato in cui per centinaia di pagine si segue il dialogo in perenne ramificazione tra un uomo seduto su una panchina della Rambla a Barcellona e una foglia di platano. Nell’Especialista, si cominciano a sentire gli echi di un Busi quasi buddhista votato al lasciare andare, al cercare di non rimanere aggrappato a cose o persone. Tutto scorre, incluso il piscio. Presentato con usuale brillantezza nel salotto di Lilli Gruber a Otto e mezzo, Busi inizia dopo l’uscita del romanzo una parabola calante che lo porterà nel giro di alcuni anni a ritirarsi definitivamente dalle scene.
È la capacità di usare con eguale perizia corpo e parole di fronte alle telecamere che ha reso Busi un opinionista unico del panorama televisivo italiano degli scorsi decenni.
C’è ancora spazio per qualche mortaio come quello sganciato durante l’improbabile trasmissione estiva La guerra dei mondi condotta da David Parenzo su Rai 3 nel 2013. Durante una discussione sull’obbligo implicito che hanno le donne di concedersi ai produttori maschi per fare carriera nel mondo del cinema, Busi rimprovera la parlamentare Laura Ravetto: “Io mi meraviglio del discorso dell’onorevole perché sembra quasi invidiosa della [Veronica] Gentili che non ha mai calato le mutande perché dice ‘ma come? Io è una vita che vado in giro senza e nessuno ha mai chiesto di calarmele’”. Prevedibilmente, e anche giustamente, la Ravetto lascia lo studio e minaccia querela a Busi che risponde: “Il cattivo gusto è anche una questione di eleganza fra persone di spirito”.
Ma la televisione non è più quella di una volta. I talk show sono diventati programmi a basso budget con ospiti molto spesso non pagati e una modesta scenografia di cartongesso e Busi ha ormai quasi settant’anni. È tempo di andare in pensione, cosa inaudita in un paese gerontocratico come l’Italia, dove gli anziani troppo spesso non riescono a dire “basta” e a ritirarsi in silenzio dalle scene.
A questo riguardo, è interessante notare le opposte parabole di Busi e Sgarbi, vivaci duellanti da Chiambretti nel 2001. Sgarbi ha continuato a mostrarsi anche quando irriconoscibile, trasfigurato dalla malattia. Busi invece è scomparso. Come aveva già preconizzato durante la sua partecipazione all’Isola dei famosi: “Il mio mandato è esaurito. Non c’è più racconto. Temo che, se restassi, finirei per vincere. Ho partecipato per una rassegnata e decadente malinconia. Voglio dare l’esempio dell’anziano che si mette da parte. Sarebbe umiliante per me vincere questa piccola corsettina”. O come ha più liricamente scritto in Seminario sulla gioventù: “Il vero eroe alla fine muore. Quelli che restano sono i filosofi, i giornalisti”.
Davide Banis
Lavora per una casa editrice danese. Nel tempo libero, scrive.
Vedi tutti gli articoli di Davide Banis