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Figli dell’algoritmo: dentro la vita digitale dei minori

Le piattaforme trattengono sempre più a lungo i minori sullo schermo, con possibili effetti sullo sviluppo cognitivo e il benessere psicologico. L’Europa ha avviato una risposta, ma il quadro normativo resta ancora incompleto.

Nell’Unione europea, nel 2025, quasi tre teenager su dieci non hanno un account social media. Secondo una ricerca del centro studi tedesco EU Kids Online, a cura di Sonia Livingstone, Kjartan Ólafsson and Elisabeth Staksrud, circa il 77% dei ragazzi della fascia d’età 13-16 sono iscritti con un regolare profilo ad almeno una piattaforma di social media. Una statistica che aumenta se si allarga la fascia d’età. Una recente pubblicazione di Eurostat, la banca dati ufficiale dell’Unione europea, ha dimostrato che l’89% dei ragazzi e delle ragazze di età compresa fra i 16 e i 29 anni utilizzano quotidianamente i social media – contro il 67,3% del resto della popolazione che naviga sulle piattaforme.

Il numero è spaventoso e testimonia quanto la rivoluzione dei social – nata con l’avvento di MySpace nel 2002 e di Facebook nel 2008 (le prime vere piattaforme social media per come le intendiamo oggi) – sia ormai irrevocabilmente permeata nella società. E infatti questa rivoluzione, o meglio la normalizzazione dell’utilizzo quotidiano delle piattaforme social, è un fenomeno che quando riguarda i minorenni suscita timori. È anche per questo che alcuni Stati hanno iniziato ad adottare contromisure.

Vietato ai minori di 16 anni

La prima nazione a farlo è stata l’Australia. Gli australiani – che nel lato europeo dell’emisfero occidentale continuano a essere considerati, a torto, una semplice propaggine culturale degli Stati Uniti – hanno introdotto una legge specifica per limitare l’accesso dei minori ai social media. Più precisamente, è stato vietato l’utilizzo delle principali piattaforme (TikTok, X, Facebook, Instagram, YouTube, Snapchat e Threads) a tutti i ragazzi e le ragazze con meno di 16 anni: dal gennaio 2026 è infatti vietato creare nuovi account, mentre quelli già esistenti sono stati disattivati. Il governo nazionale – laburista, quindi di centrosinistra – ha motivato la decisione spiegando che i social “incoraggiano i giovani a trascorrere più tempo davanti agli schermi, offrendo al contempo contenuti che possono nuocere alla loro salute e al loro benessere”. La scelta nasce da un dato preoccupante: un’indagine commissionata dallo stesso governo ha rivelato che il 96% dei ragazzi tra i 10 e i 15 anni utilizzava quotidianamente i social media e che sette su dieci erano stati esposti a contenuti dannosi.

Con il Digital Services Act l’Unione europea ha concentrato l’attenzione sulla regolazione dei contenuti, imponendo obblighi di trasparenza sulla pubblicità, sul contrasto ai contenuti illegali e sul rafforzamento delle tutele per i minori.

Quella australiana non è rimasta un’iniziativa isolata. Nei cinque continenti, altri Paesi hanno seguito la strada tracciata da Canberra. L’Indonesia ha vietato l’accesso alle piattaforme agli under 15 e provvedimenti analoghi sono stati adottati anche da Brasile e Turchia. L’ultimo, in ordine di tempo, è stato il Canada, che ha annunciato una stretta nel giugno 2026. In Europa il dibattito è altrettanto acceso: in Francia la proposta di introdurre un divieto per i minori è all’esame dell’Assemblea nazionale, mentre in Grecia si attende il via libera definitivo a una legge che, dal 2027, impedirà ai minorenni di accedere ai social media. Anche il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, ha annunciato misure in questa direzione e il Regno Unito ha appena comunicato l’introduzione di un divieto di accesso alle piattaforme per gli under 16 a partire dalla primavera del 2027.

In Italia, invece, il limite è fissato a 14 anni: al di sotto di questa soglia è necessario il consenso di chi esercita la responsabilità genitoriale, mentre dai 14 anni in poi il consenso al trattamento dei dati personali per i cosiddetti “servizi della società dell’informazione” – categoria nella quale rientrano anche i social media – può essere espresso direttamente dall’interessato. A vigilare sull’applicazione di queste norme è il Garante per la protezione dei dati personali (Gpdp).

Nell’Unione europea, già dal 2018 è in vigore una normativa che consente agli Stati membri di fissare a 16 anni l’età minima per l’accesso ai servizi digitali. Nel novembre 2025, il Parlamento europeo ha inoltre avanzato la proposta di rendere uniforme tale soglia per l’accesso alle piattaforme di social media, ipotizzando anche lo sviluppo di un’app europea per la verifica dell’età. Accanto al tema dell’accesso, con l’introduzione nel 2022 del Digital Services Act l’Unione europea ha concentrato l’attenzione anche sulla regolazione dei contenuti, imponendo obblighi di trasparenza sulla pubblicità, sul contrasto ai contenuti illegali e sul rafforzamento delle tutele per i minori.

Conseguenze e interventi

Perché questa attenzione alla presenza dei minori sui social? Come sottolineato dal governo australiano, dalle istituzioni europee e dai suoi stati membri, la continua esposizione dei minori ai contenuti delle piattaforme può avere un impatto profondo sulle loro vite. A spiegare bene questa dinamica è una ricerca della SIP – Società italiana di pediatria, un’associazione scientifica italiana creata nel 1898 che rientra nell’European Pediatric Association. Secondo la SIP, non è ancora stata riscontrata una totale e definitiva correlazione tra disturbo psichico e utilizzo delle piattaforme di social media, ma secondo lo studio (condotto durante il Covid-19), più tempo gli adolescenti trascorrono sulle piattaforme social, più crescono le segnalazioni di depressione. 

Come riporta Elena Bozzola, consigliera nazionale della SIP: “La depressione è collegata a un rapido aumento della comunicazione digitale e degli spazi virtuali che sostituiscono il contatto faccia a faccia con uso eccessivo dello smartphone e delle chat online. Bambini e adolescenti navigano su Internet per lo più da soli, consultando con assiduità i social media”, e aggiunge Bozzola, “con inevitabili conseguenze sulla loro vita: dalle interazioni sociali ed interpersonali al benessere fisico e psicosociale”. I problemi citati dalla SIP vanno dai disturbi alimentari al cyberbullismo, fino al fenomeno delle dell’ansia da notifica a quello drammatico delle challenge: nel 2021, a Palermo, una bambina di dieci anni è morta asfissiata nel tentativo di seguire un trend su TikTok.

Queste tendenze sono confermate anche da altri studi, come quello dell’US Surgeon General’s Advisory per cui l’utilizzo frequente dei dispositivi digitali e delle piattaforme di social media potrebbe essere associato a cambiamenti in alcune aree del cervello legate alle emozioni e all’apprendimento. Può inoltre influenzare il controllo degli impulsi, il comportamento sociale, la regolazione emotiva e la sensibilità alle punizioni e alle ricompense sociali. Come ha spiegato il rapporto americano, tra le possibili conseguenze osservate rientra anche un altro disturbo del neurosviluppo – sempre più discusso non solo tra i minorenni ma anche tra gli adulti – l’ADHD. Come riportato: “Uno studio prospettico longitudinale condotto su adolescenti che all’inizio della ricerca non presentavano sintomi di ADHD ha rilevato che, nel corso di un follow-up di due anni, un utilizzo molto frequente dei media digitali • con i social media tra le attività più comuni – era associato a un aumento modesto ma statisticamente significativo della probabilità di sviluppare sintomi riconducibili all’ADHD”.

La delicatezza del tema richiede una risposta da parte delle istituzioni che, dopo quasi trent’anni di internet e circa venti di piattaforme digitali, sta progressivamente arrivando. Negli Stati Uniti, un tribunale di Los Angeles ha condannato Meta e Alphabet, la società che controlla Google, a risarcire una donna con tre milioni di dollari per i danni e i disturbi psicologici che avrebbe subito a seguito dell’uso prolungato delle piattaforme fin dall’infanzia. Una sentenza che riconosce non solo l’architettura dei social media, progettata per trattenere l’attenzione degli utenti, ma che apre anche la strada a possibili sviluppi giurisprudenziali futuri.

In Europa non si registrano ancora sanzioni di questo tipo nei confronti delle big tech, ma sono state avviate alcune indagini formali contro Meta e TikTok. Il nodo, tuttavia, è eminentemente istituzionale. Al di là delle battaglie che si possono condurre in nome della libertà di espressione, contro i deepfake, la dipendenza da contenuti e il cosiddetto rabbit hole – la dinamica algoritmica che tende a massimizzare il tempo di permanenza degli utenti – il punto centrale resta la tutela dei minori. In questo senso, l’Unione europea è tra gli attori più attivi nel tentativo di limitare il potere delle piattaforme social, i cui proprietari – grandi corporation con sede negli Stati Uniti – cercano costantemente margini di aggiramento delle regole.

Al netto di discorsi complottisti, le piattaforme di social media operano con un obiettivo centrale: la raccolta dei dati. Che siano utilizzate per finalità pubblicitarie, per attività di analisi o per la profilazione degli utenti, le piattaforme delle big tech costruiscono gran parte del proprio potere sul controllo degli interessi, delle abitudini e dei comportamenti di chi le utilizza. Resta aperta la questione – tutt’altro che secondaria – se questo modello possa essere considerato una forma di soft power, al pari di cinema e serie televisive, oppure se si tratti di un vero e proprio sistema di influenza strutturale sul comportamento di massa.

Sigarette digitali

Ho trent’anni e mi sono iscritto per la prima volta a una piattaforma social a 14 anni, quando YouTube – una delle piattaforme più utilizzate al mondo – poteva essere accessibile, come oggi, tramite l’account di un genitore. Nei primi anni non ho pubblicato spesso, soprattutto prima dei 16, ma poco cambia. Meta, la società da 1,51 trilioni di dollari che controlla, tra le altre, Facebook, Instagram e WhatsApp (queste ultime acquisite in seguito), conserva di fatto una cronologia di circa quindici anni di vita: lavori svolti, identità di parenti e amici, relazioni, geolocalizzazione. Sono ciò che si potrebbe definire un “nativo social media”, così come le generazioni Z, Alpha e, con ogni probabilità, la neonata Beta.

Questi dati non sono biometrici né raccolti tramite videocamere alla Black Mirror, come spesso suggerito da narrazioni complottiste: si tratta, più semplicemente, dei dati di utilizzo a cui ho acconsentito nel momento dell’iscrizione alle piattaforme: orari di accesso, attività, contenuti pubblicati, abitudini digitali. Eppure è evidente come il dado sia ormai tratto, in una società sempre più digital-first.

Per fare un esempio, Meta può ad esempio sapere che un utente è sposato e dove ha celebrato il matrimonio, ma non sa cosa accade nella vita privata della coppia, a meno che non venga esplicitato nei contenuti pubblicati. Può tuttavia inferire possibili cambiamenti – per esempio un interesse crescente verso contenuti legati a separazioni o divorzi – sulla base dei contenuti fruiti e delle interazioni. È l’algoritmo, bellezza, e chi ha concesso i propri dati non può farci niente.

Che siano utilizzate per finalità pubblicitarie, per attività di analisi o per la profilazione degli utenti, le piattaforme costruiscono gran parte del proprio potere sul controllo degli interessi, delle abitudini e dei comportamenti di chi le utilizza.

Questo discorso si applica in modo ancora più evidente ai minori. Oltre ai contenuti fruiti, infatti, i più giovani lasciano una quantità di dati che le piattaforme possono sfruttare per finalità proprie e che, nell’ipotesi di un utilizzo prolungato nel tempo, consentirebbero di ricostruire uno storico comportamentale esteso lungo i decenni. A questo si aggiunge un ulteriore elemento: la crescente proliferazione di contenuti generati dall’intelligenza artificiale aumenta il rischio di disinformazione e la diffusione di materiali potenzialmente disturbanti o dannosi per gli utenti.

Negli ultimi mesi alcuni importanti economisti e responsabili politici – tra cui l’ex Presidente del Consiglio Mario Draghi – hanno sostenuto pubblicamente la necessità di rendere l’Europa più indipendente dalle aziende statunitensi attive nel settore dell’intelligenza artificiale e, parallelamente, di rafforzare gli investimenti europei in questo ambito. Anche in questo caso, lo sforzo industriale comunitario può essere considerato strategico e prospettico, ma resta aperta una domanda più immediata: cosa accade alla salute mentale dei minori se l’accesso agli strumenti di intelligenza artificiale non viene adeguatamente regolato?

Dal 2020, le istituzioni dell’Unione europea hanno irrogato sanzioni alle piattaforme digitali per diversi miliardi di euro, in particolare per violazioni delle normative su concorrenza, mercato digitale e protezione dei dati personali. Pur non trattandosi specificamente di casi legati alla tutela dei minori, queste misure indicano una crescente attenzione dell’Unione europea alla regolazione delle grandi piattaforme tecnologiche e al loro impatto sistemico.

La prima ministra danese Mette Frederiksen ha recentemente affermato – in forma provocatoria – che “se avessi bambini piccoli oggi, preferirei che fumassero piuttosto che lasciarli navigare da soli sui social media”. Al di là dell’enfasi della dichiarazione, il punto politico resta chiaro: la questione della salute dei minori nell’ecosistema digitale è ormai difficilmente rinviabile.


Riccardo Belardinelli

Laureato in lettere moderne, lavora come autore e social media manager per il gruppo Class editori, per cui si occupa di contenuti a tema economico e finanziario. Ha scritto per Milano Finanza, La Gazzetta dello Sport, Rivista Undici, Rolling Stone e MOW Mag.

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