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Narrazioni

Le serie tv e la politica della magrezza

Negli anni Duemila, le serie tv normalizzavano il bodyshaming. Oggi molte produzioni cercano rappresentazioni più inclusive, ma una cultura mediatica ancora legata a standard estetici ristretti finisce spesso per trasformarle in esperimenti isolati, o contraddittori.

L’evoluzione del corpo nei teen drama, dal primo decennio del Duemila a oggi, non segue una traiettoria di lineare progresso, quanto piuttosto una complessa rinegoziazione di poteri e visibilità. Sebbene le produzioni contemporanee abbiano progressivamente abbandonato il bodyshaming esplicito come parte integrante del motore narrativo, la rappresentazione della fisicità adolescenziale rimane un territorio di tensioni irrisolte. Il passaggio da un’estetica omogenea a una maggiore inclusività segnala un’apertura verso una rappresentazione realistica dei corpi, pur convivendo con nuove forme di idealizzazione e standardizzazione digitale.

Normalizzazione del bodyshaming

Una pietra miliare come One Tree Hill (2003–2012) restituisce con precisione il paradigma dei primi anni Duemila, periodo in cui la sottorappresentazione dei corpi non conformi rispondeva a una rigida dicotomia narrativa. La fisicità atipica veniva infatti strumentalizzata secondo due vettori principali: da un lato la riduzione a espediente comico, con il corpo ridotto a bersaglio di derisione, dall’altro l’iper-drammatizzazione, in cui il conflitto con il proprio peso diventava il tratto identitario dominante e l’unica linea narrativa concessa al personaggio. Guardando alcuni di quegli episodi oggi è evidente come la discriminazione fisica fosse allora una componente organica della sceneggiatura, integrata nella quotidianità dei protagonisti con riferimenti frequenti. 

Il caso più emblematico riguarda la relazione tra una delle protagoniste Brooke Davis (Sophia Bush) e sua madre Victoria. Quando le due lanciano insieme la linea di moda Clothes Over Bros, Victoria pretende modelle “taglia zero”. Brooke obietta: “Zero is not a size” (Zero non è una taglia), ma la madre respinge la critica come un’ingenuità commerciale. Più tardi nella stagione 5, quando l’assistente Millicent Huxtable sfila per sostituire una modella assente, viene lanciata addirittura una campagna pubblicitaria chiamata Zero Is Not a Size, presentandola come iniziativa progressista. Eppure questa stessa storyline emerge in un contesto dove il bodyshaming permea ogni livello narrativo, soprattutto nelle prime stagioni: i personaggi femminili si insultano reciprocamente utilizzando riferimenti al peso e all’età nelle loro dispute.

Negli anni Duemila il clima culturale si rifletteva inevitabilmente nelle scelte narrative: se i corpi delle attrici erano terreno di giudizio e controllo dietro le quinte, come poteva la rappresentazione sullo schermo essere diversa?

Nel loro podcast Drama Queens, le attrici di One Tree Hill Sophia Bush, Hilarie Burton e Bethany Joy Lenz hanno rivelato di essere state costrette dai produttori a partecipare a un servizio fotografico per Maxim nonostante le loro resistenze, con commenti sulla loro forma fisica che oggi sarebbero considerati inaccettabili. L’evento aveva una correlazione diretta con la sceneggiatura: in un episodio, uno dei personaggi finiva proprio sulla copertina della rivista. Bush racconta: “Mi dissero letteralmente: se non vai a fare questo servizio fotografico con le tue colleghe, ti garantiamo che non ti faremo mai uscire per un evento stampa, un film, una delle tue cause benefiche – ti rinchiuderemo qui per sempre”. Durante quella stessa produzione, una delle attrici, Bethany Joy Lenz, venne definita “troppo grassa” dai dirigenti dello show. Questo clima si rifletteva inevitabilmente nelle scelte narrative: se i corpi delle attrici erano terreno di giudizio e controllo dietro le quinte, come poteva la rappresentazione sullo schermo essere diversa?

Questo schema si ripete in gran parte della produzione teen dell’epoca. In Gilmore Girls (2000-2007), il rapporto di Lorelai e Rory con il cibo – abbuffate compulsive di junk food, rifiuto sistematico di verdure e frutta, ossessione per dolci e caffè – veniva rappresentato come tratto caratteriale adorabile, mai come disordered eating. La serie tv firmata dai Palladino costruiva l’identità delle protagoniste attorno a un comportamento che oggi verrebbe immediatamente riconosciuto come problematico, ma all’epoca funzionava come marcatore di spontaneità e autenticità. Le Gilmore Girls potevano mangiare qualsiasi cosa rimanendo magre: un’utopia metabolica che confermava implicitamente che i corpi “giusti” esistono indipendentemente dalle abitudini alimentari.

Il corpo come territorio educativo

Il cambiamento non è arrivato come una rivelazione improvvisa, ma come una lenta presa di coscienza. Le prime falle nel sistema sono emerse quando alcune serie tv hanno smesso di normalizzare i disturbi alimentari, iniziando a mostrarne le reali conseguenze. Ma la vera svolta è arrivata quando l’industria televisiva ha smesso di considerare il corpo semplicemente come elemento estetico, o drammatico, e ha iniziato a trattarlo come territorio educativo, con una responsabilità precisa verso il pubblico più giovane.

Heartstopper, la serie Netflix tratta dai graphic novel di Alice Oseman, rappresenta forse l’esempio più compiuto di questo approccio nuovo. Nella terza stagione, uscita il 3 ottobre 2024, viene affrontata l’anoressia del protagonista Charlie Spring con una cura quasi clinica. Non si tratta di una rappresentazione incidentale o di un arco narrativo secondario: l’intero impianto della stagione ruota attorno al disturbo alimentare di Charlie, mostrandone la diagnosi clinica (anoressia nervosa e disturbo ossessivo-compulsivo), il ricovero in una struttura specializzata, il lavoro con terapeuti, e un percorso di recovery esplicitamente non lineare.

La serie tv ha lavorato a stretto contatto con Beat, la principale charity britannica sui disturbi alimentari, per garantire che ogni aspetto della rappresentazione fosse accurato. Non si è trattato solo di leggere gli script e approvare. Beat ha indicato cosa mostrare e cosa no, dove il realismo rischiava di diventare dannoso e dove invece era necessario non guardare dall’altra parte

Un altro esempio è Everything Now, serie britannica uscita su Netflix il nel 2023. La protagonista Mia Polanco, interpretata da Sophie Wilde, rientra a scuola dopo sette mesi di ricovero per anoressia. La serie segue il suo tentativo di recuperare “il tempo perduto” attraverso una lista di esperienze adolescenziali da provare, mostrando costantemente come il disturbo alimentare interferisca con questo progetto.

Ciò che la rende particolarmente rilevante è la sua capacità di mostrare che l’anoressia non riguarda semplicemente il desiderio di essere magri. In un monologo chiave del secondo episodio, Mia spiega: “La gente pensa che l’anoressia riguardi solo il voler essere belle, il voler essere magre, e credere che siano la stessa cosa. Ma non importava quanto magra diventassi quando mi sentivo ancora così sbagliata. Come se mi mancasse qualcosa, qualcosa che va molto più in profondità di mani delicate ed eleganza ed estrogeni. Sei incorretta, Mia. Incorrettamente femminile.” 

The Beauty rappresenta una delle analisi più crude e dirette del rapporto tra corpo e società prodotte negli ultimi anni. Basata sull’omonima graphic novel di Jeremy Haun e Jason A. Hurley, ribalta il concetto di “piaga” trasformando una malattia in un catalizzatore di perfezione estetica: chi contrae il virus perde peso, definisce i lineamenti e diventa convenzionalmente bellissimo. Ma questa bellezza è solo il sintomo di un processo degenerativo letale. Attraverso questa metafora horror, la narrazione esplora la vacuità degli standard estetici e la violenza psicologica del desiderio di conformarsi a taglie e forme idealizzate, mostrando come l’ossessione per l’aspetto esteriore possa letteralmente consumare l’individuo dall’interno. 

Questo cambio di paradigma si manifesta anche in prodotti che non affrontano direttamente le questioni strettamente legate al corpo. In Bridgerton, la terza stagione (2024) ha come protagonista romantica Penelope Featherington, interpretata da Nicola Coughlan. Penelope diventa l’oggetto del desiderio senza che il suo corpo debba essere modificato, discusso o giustificato. Le scene intime la rappresentano come una donna che desidera ed è desiderata, stabilendo un modello di femminilità che non si conforma agli standard estetici dominanti. Questo tipo di rappresentazione sarebbe stato impossibile negli anni Duemila, quando personaggi con corpi non in linea con i canoni avevano storyline quasi esclusivamente incentrate sul peso.

Le contraddizioni del presente

La televisione contemporanea opera in un ecosistema profondamente contraddittorio, dove la maggiore consapevolezza nei dialoghi e nelle storyline convive con la persistenza di standard estetici estremamente ristretti nel casting, e dove i social media reintroducono ansie che la serialità stessa sta cercando di superare.

La questione del tokenismo rimane centrale. È sufficiente avere un personaggio curvy ogni tanto, o un arco narrativo sensibile sui disturbi alimentari, per dire che la rappresentazione è cambiata?

Il ritorno del body checking su TikTok, il revival dell’estetica Y2K con la sua ossessione per la magrezza estrema, la glorificazione della restrizione calorica camuffata da wellness – tutti questi fenomeni creano un cortocircuito culturale. La serialità contemporanea può rappresentare i disturbi alimentari con sensibilità educativa, ma i suoi stessi spettatori sono immersi in un flusso costante di contenuti che promuovono esattamente i comportamenti che quelle serie cercano di problematizzare.  

La questione del tokenismo rimane centrale. È sufficiente avere un personaggio curvy ogni tanto, o un arco narrativo sensibile sui disturbi alimentari, per dire che la rappresentazione è cambiata? O questi esempi virtuosi servono a mascherare la persistenza di logiche produttive profondamente problematiche? Come si concilia la consulenza di charity specializzate per singole storyline con l’ossessione per corpi magri e giovani che caratterizza il casting della maggior parte delle produzioni?

Girls (2012-2017) è forse il caso in cui queste contraddizioni si vedono meglio. Lena Dunham è stata una delle prime a mostrare corpi di ogni tipo in scene intime senza filtri o giustificazioni narrative. Compreso il suo: “Sono stata a Hollywood con ogni taglia”, ha detto in un’intervista riferendosi alle fluttuazioni del suo peso nel corso della produzione. Un gesto che fece sentire rappresentate molte donne, ma che generò anche un’ondata di odio violenta e grottesca. 

La sua nuova serie tv Too Much, uscita su Netflix nel 2025, riprende temi simili, ma il dibattito pubblico dimostra come la semplice presenza di corpi di taglia superiore alla 42 sullo schermo continui a essere considerata provocatoria, non normale. La protagonista è Jessica, una trentenne americana trapiantata a Londra dopo essersi lasciata con il fidanzato, che passa il tempo a rimuginare sulla sua rottura e a registrare monologhi interiori, sotto forma di video privati su Instagram, indirizzati alla nuova fidanzata perfetta del suo ex, Wendy (Emily Ratajkowski).

Jessica non si concentra troppo sul suo corpo, ma sull’essere troppo, too much, in senso lato. Anche il linguaggio intorno al corpo resta minato. Termini come curvy, plus-size, diversità corporea – pur nati con intenzioni inclusive – finiscono per rafforzare l’idea che esista una norma e poi delle deviazioni da essa. Quando il personaggio di Penelope di Bridgerton viene associato a una rappresentazione body positive, si conferma implicitamente che il suo corpo necessita di essere “rappresentato”, mentre i corpi magri semplicemente “esistono” senza bisogno di etichette o giustificazioni. Questo doppio standard riflette una struttura di pensiero ancora profondamente radicata: alcuni corpi sono conformi, mentre altri sono delle eccezioni. 

Il corpo, nelle serie teen contemporanee, non è più solo oggetto da giudicare, strumento drammatico, o terreno di competizione tra personaggi femminili. È diventato spazio di dignità, territorio di autodeterminazione, e – quando necessario – materia di discussione educativa. La strada è ancora lunga, le contraddizioni evidenti, i rischi di regressione concreti. Ma chi ha vissuto gli anni Duemila sa che la distanza percorsa è abissale. Perché quello che abbiamo imparato da questi due decenni di televisione – dai programmi televisivi, ai quiz fino al grande schermo – è che le rappresentazioni hanno conseguenze concrete. Hanno formato il modo in cui intere generazioni hanno iniziato a pensare al proprio corpo, sviluppando disturbi alimentari o giudicando i corpi altrui.


Lucia Antista

Giornalista pubblicista, scrive di cultura, arte e fenomeni digitali per diverse testate, tra cui Lampoon, Siamo Mine, Artribune e Artslife. Come autrice televisiva ha lavorato per i programmi di La7 e del gruppo Class editori.

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