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Siamo tutti un cliché: stereotipi e comicità online

Tutto il mondo è paese. Sui social, caricature e parodie degli stereotipi che ci accomunano sono diventate uno strumento per raccontare e ridere di noi stessi, seguendo i temi classici della comicità e le logiche dell’algoritmo.

Può essere comune, secondo le nuove tendenze, aprire Instagram e vedere contenuti sulle scarpe Salomon. Uno dei video diventati più virali è ad esempio quello di un creator che ha messo un modello di Salomon sul ciglio di una cascata con l’acqua che sgorgava sotto e, in lontananza, un paesaggio montano con un tramonto. La caption recitava: ho portato le mie Salomon dove davvero dovrebbero essere. Il riferimento è al trend che vede questo modello di sneakers, nato per le attività outdoor, indossato più spesso in città – al bar, al supermercato o nel tempo libero – che su sentieri e percorsi di trekking, cioè nell’ambiente per cui era stato progettato.

L’esempio delle Salomon è solo uno dei tanti casi di modelli che, sulle piattaforme social, vengono sempre più banalizzati, ironizzati e, in alcuni casi, persino aggrediti. L’estetica del costume, ormai priva di forme stabili di canonizzazione e soggetta a cambiamenti molto più rapidi e imprevedibili rispetto al passato, è diventata una presenza ricorrente nell’ecosistema visivo dei social, seppur all’interno di una fruizione fortemente frammentata. Soprattutto quando i canoni estetici vengono allacciati allo stile di vita delle persone. Il proprio lavoro, i propri hobbies, i propri amici, il proprio profilo sulle dating app, sono le prede dei contenuti Instagram e TikTok che prendono sempre più spazio negli algoritmi. Il motivo del loro successo trasversale è semplice: anche in assenza di un interesse profondo, questi contenuti producono una risposta emotiva immediata.

Ridere dei propri cliché

Vittorio Pettinato, content creator con 396 mila followers su Instagram e quasi 195 mila su TikTok, con tono sagace e mai offensivo riesce a calarsi nei panni dell’amico “appena tornato dal Messico” o quello ormai fidanzatissimo o quello che dopo i trent’anni ha speso i risparmi per dedicarsi al trekking o alla bicicletta. Simile è anche Thomas Ausoni, che come Pettinato utilizza anche degli outfit ad hoc per schernire diverse situazioni sociali. L’amico sempre in smart working che lavora al gate, la situationship, il lavoro in consulenza.

Lo stereotipo funziona sempre e unisce tutti. Questo tipo di comicità ruota intorno alla derisione di un concetto riconoscibile da tutti. Il principio sta sempre nel ridicolizzare, senza essere offensivi.

Gli stilemi di questa area tematica dei contenuti social si allacciano a un motivo che nella comicità e in particolare nella stand up comedy si è sempre visto. Nei monologhi e nei pezzi degli stand up comedian il focus è molto spesso sugli stili di vita e più in generale sugli stereotipi. Come sopravvivono le mamme single, le differenze tra la vita in una grande città e quella in provincia, l’organizzazione del weekend con il proprio partner. Esempi rintracciabili in moltissimi contenuti sui social, da TikTok a Instagram, come a formare un minimo comun denominatore: lo stereotipo funziona sempre e unisce tutti. Questo tipo di comicità ruota intorno alla derisione di un concetto riconoscibile da tutti, ed è per questo che i creator come Pettinato o Frank Garavaglia si concentrano su modelli in cui molti si riconoscono, o che sanno rintracciare in qualcuno. Il principio sta sempre nel ridicolizzare, senza essere offensivi. È anche per questo che certi content creator, come accaduto con i comici pre-avvento della stand up comedy, hanno successo. I monologhi di Pucci sulla cena fuori con la moglie o le imitazioni di Luca Ravenna sono rappresentazioni di momenti in cui gli spettatori trovano principi di affinità con la propria routine o la loro cerchia sociale, momenti che hanno vissuto o che ritrovano nelle persone che conoscono. 

Gli stereotipi sono schemi cognitivi che semplificano l’elaborazione sociale: è logico che il mondo della comicità li abbia introiettati come soggetti prediletti per il proprio show system. Anche le nuove espressioni della comicità come la stand up comedy, quando non toccano tematiche politiche, sono quasi interamente basate sugli stereotipi. Non a caso talenti italiani che ora hanno ampliato la propria carriera anche alla tv e ad altri formati, come Michela Giraud e Edoardo Ferrario, hanno concentrato i rispettivi show più famosi sulle banalità di certe situazioni: Ferrario con Temi caldi e Giraud con La verità, lo giuro!. Ovviamente non si tratta di nulla di nuovo, ma in Italia gli argomenti dei monologhi di stand up comedy hanno conquistato l’interesse del pubblico, e anche se non esistono dati ufficiali sul successo di questo genere di comicità, si può comunque far riferimento alla popolarità di alcuni singoli comici e ai loro risultati a teatro. Un caso è quello dello stand up comedian romano Francesco De Carlo che ha completato un tour con oltre cinquanta date e decine di migliaia di spettatori in tutta Italia, con tappe anche all’estero. Il tema piace.

Meme viventi

Se i content creator che concentrano la propria produzione sul divertimento possono essere considerati a tutti gli effetti figure comiche – e il carattere dei loro contenuti legittimerebbe una simile associazione – allora lo stereotipo compie il passaggio dal mondo della comicità a quello dei social, diventandone protagonista. La memizzazione di tutto è la nuova forma di content creation, tanto che alcune società di new media come Factanza o Torcha utilizzano da anni i meme per la propria produzione contenutistica.

È utile considerare due casi di successo: una pagina di recente creazione e una attiva da alcuni anni. Melodyseialtop è una pagina di contenuti Instagram che parla di situationship amorose o in generale di situazioni tipiche dell’esperienza femminile contemporanea. La pagina sfrutta il personaggio del cartone My Melody come elemento centrale dei contenuti e, fra i più virali, ci sono quelli in cui si consiglia di scappare se il tuo partner fa una serie di cose. O meglio, se rientra in certe categorie. Scappare se lavora da nss, scappare se studia al Politecnico, scappare se vive in Porta Romana. Scappare se indossa le Salomon. Etichette che fanno sorridere perché chi vive a Milano o dintorni conosce almeno una persona che rientra in una di queste categorie. Pagine come Melodyseialtop tendono a trasformare qualsiasi esperienza in un meme, a ricondurre tutto a una categoria riconoscibile. In questo senso, lo stereotipo non viene soltanto intercettato: quando manca, viene costruito.

Un altro esempio interessante è quello della pagina Pathetic, americana, che si occupa di creare contenuti attorno agli stili di vita e all’estetica delle persone. Per esempio, uno degli ultimi post vede le immagini di quattro ragazze con dei loghi attorno. Il titolo recita (tradotto) Le ragazze arrivano a trent’anni e scelgono la loro personalità. C’è la ketamine hiker, fissata con la montagna e l’estetica outdoor e un look da raver, c’è quella che pensa già al matrimonio, quella “figlia di un misterioso benefattore” e il modello di ragazza dedita al lavoro 24 su 7. Chi veste X ha scelto il modello di vita Y, e per questo fa parte di una data community. Il messaggio è che se hai scelto una determinata marca non sei diverso da quelli che stanno affrontando una certa fase della propria vita. Questi modelli sono la quintessenza dello stereotipo basato sulla moda, e anche se non c’è un intento critico, cioè non ci sono delle vere e proprie insinuazioni moralistiche, la pagina propone con una calviniana leggerezza una banalizzazione della vita delle persone.

Ed è qui, seguendo le regole dell’algoritmo presentate dal CEO di Instagram Adam Mosseri (tempo di visualizzazione come metrica fondamentale per un carosello + condivisione nei DM e costanza nella pubblicazione), che arriva la popolarità. Da qui si sviluppa la creazione di eco chambers e la possibilità di un trasporto nella vita fuori dalla piattaforma dei linguaggi di questi contenuti. I contenuti vengono inviati nei messaggi privati, il meme si diffonde e il contenuto diventa virale. In questo modo, quindi, gli stereotipi che si creano dai social e per i social iniziano a circolare anche nella vita materiale. Per riprendere il caso delle Salomon, quanti utenti, dopo aver visto il meme sui social, hanno iniziato a considerare ridicolo indossare una costosa scarpa da trekking per andare al supermercato invece che in montagna? Anche questa, in fondo, si potrebbe definire una moda nata sui social.

L’eterno circo performativo

Il caso del maschio performativo è forse quello che più di altri condensa questa dinamica. Nato negli Stati Uniti, il fenomeno in sé e per sé è puro costume. I ragazzi mettono in scena una maschilità alternativa attraverso una combinazione di pratiche culturali e codici estetici, riconoscibili anche nell’abbigliamento: dalla classica maglietta bianca con camicia aperta sopra e il pantalone baggy al baseball cap e la borsa di tela firmata MUBI. Ma il vero indicatore di questo stile – qualcuno chiamerebbe red flag – sono i libri che legge. Ovunque. Il maschio performativo legge le sorelle Brontë, Emily Dickinson e David Foster Wallace, e più in generale testi che vengono culturalmente associati a un’intensità critica, introspettiva o drammatica.

È normale che ogni comportamento venga rapidamente ridotto a stereotipo, segmentato per estetiche, abitudini e consumi, soprattutto quando questo processo serve prima di tutto a generare engagement e like?

Questo modello maschile – che peraltro nasce proprio come rappresentazione online di una vita lontana dai social – cerca di apparire senza filtri, è politicamente schierato a sinistra e sposa le cause femministe. Il performative male è stato inserito nella lista degli stereotipi che internet ha deciso di deridere. Molti utenti e creator hanno iniziato a costruire caricature del maschio performativo, facendosi fotografare mentre leggono libri al contrario o giocano con il filo intrecciato delle cuffiette anni Duemila. Per non parlare dell’accoppiata mullet + baffi, altro tratto estetico ridicolizzato dai social. Per molte pagine infatti avere uno stile del genere o leggere un certo libro in metropolitana o sul bus è sintomo di essere performativi. Basta scorrere i commenti sotto questi tipi di post per vedere come gli utenti di Instagram o TikTok si taggano e si prendono in giro fra loro. 

Instagram conta circa 2,5 miliardi di utenti attivi: una diffusione tale da renderlo, di fatto, uno degli spazi culturali più condivisi del presente. La domanda, allora, è un’altra: sono davvero questi i contenuti a cui vogliamo affidare il nostro intrattenimento? La creatività online si sta davvero riducendo solo a un continuo riciclo di battute e ironie costruite sugli stereotipi, riprendendo schemi che decenni di comicità hanno già consolidato? Oppure i social potrebbero ancora essere utilizzati per scoprire nuovi modi di vestire, musica capace di accompagnare stati d’animo diversi, o più semplicemente forme di espressione che non abbiano sempre bisogno di trasformarsi in categorie riconoscibili? Mode, tendenze, passioni e modelli comportamentali sono sempre esistiti, ed esisteranno anche fuori dalle piattaforme digitali. Il punto, però, è un altro: è normale che ogni comportamento venga rapidamente ridotto a stereotipo, segmentato per estetiche, abitudini e consumi, soprattutto quando questo processo serve prima di tutto a generare engagement e like?

Come detto, non c’è cattiveria da parte di chi crea queste pagine e le alimenta con contenuti che prendono in giro Sofia che lavora a partita iva e viva in un monolocale o Giorgio che ha scelto i weekend in montagna dopo aver compiuto i trent’anni. In un tempo attraversato da un senso di precarietà emotiva e sociale, la persistenza di questi stereotipi smette però di essere un esercizio di ironia e inizia ad apparire come il sintomo di una difficoltà più profonda nel concepire rappresentazioni alternative, tanto nello spazio online quanto in quello offline.


Riccardo Belardinelli

Laureato in lettere moderne, lavora come autore e social media manager per il gruppo Class editori, per cui si occupa di contenuti a tema economico e finanziario. Ha scritto per Milano Finanza, La Gazzetta dello Sport, Rivista Undici, Rolling Stone e MOW Mag.

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