Tradizionalmente all’ombra dell’industria americana, l’animazione asiatica sta ridefinendo il proprio ruolo. Politica e tecnologia hanno cambiato gli equilibri del settore e ora il futuro arriva da Oriente.
Quest’anno il film di maggiore incasso in Indonesia è un cartone animato intitolato Jumbo. Il film di maggiore incasso in Giappone è un cartone intitolato Demon Slayer: Kimetsu no yaiba – Il Castello dell’Infinito (è così ogni anno in quel paese, ma questo film è anche il secondo incasso maggiore di tutta la storia del Giappone). Pure in Cina il maggiore incasso del 2025 è un cartone animato, Ne Zha 2, che è diventato non solo il film di maggiore incasso nella storia del paese, ma anche il cartone animato di maggior successo di sempre a livello mondiale. Sempre quest’anno, è uscito su Netflix quello che è diventato il film più visto di sempre sulla piattaforma: tecnicamente non è asiatico, ma è realizzato da autori asiatici e racconta una storia di personaggi asiatici, con mitologia e musiche asiatiche, un aspetto dichiarato fin dal titolo: KPop Demon Hunters.
Non è un caso: c’è un forte cambiamento nel mondo dell’animazione che è stato frutto degli sconvolgimenti degli ultimi anni, dal Covid alla presidenza Trump (la prima), fino all’intelligenza artificiale, e che ha portato l’animazione a diventare un territorio di conquista perfetto per le produzioni asiatiche. Il successo che questi film d’animazione stanno avendo in patria (e in casi più sporadici anche a livello internazionale) è il primo sintomo di un cambiamento: gli Stati Uniti hanno guidato l’innovazione per decenni impostando uno standard qualitativo che rendeva impossibile la concorrenza locale. Ora non è più così.
Una questione di risorse
La tecnologia, che per anni ha rappresentato un gap incolmabile, a decenni dall’affermazione dell’animazione in computer grafica è diventata molto più accessibile. Al punto che la soglia di ingresso nella produzione a livelli di qualità hollywoodiani è oggi molto più raggiungibile rispetto all’animazione a mano, frenata invece dalla disponibilità di forza lavoro e da costi che, al momento, sono difficili da sostenere. In Giappone, dove gran parte della produzione è ancora realizzata a mano, questi limiti stanno infatti diventando un problema per la crescita.
Le produzioni asiatiche si collocano ormai sullo stesso piano di quelle americane, entrando in concorrenza con esse e risultando più attrezzate per intercettare il gusto locale. La loro promozione, infatti, è spinta da un forte orgoglio nazionale.
Negli ultimi decenni, le differenze tra i software di animazione disponibili sul mercato si sono ridotte così tanto che uno dei film d’animazione più premiati della scorsa annata, Flow, è stato realizzato in Lituania con un budget di appena 3 milioni di euro, utilizzando il software open source (e quindi gratuito) Blender. Se dunque la tecnologia non è più un problema, anzi è una livella, a mancare fino a pochi anni fa era stato il know-how, perché la formazione migliore si concentrava negli Stati Uniti e i talenti più qualificati tendevano a rimanere lì a lavorare. Da quando però l’amministrazione Trump ha reso più difficile la permanenza nel paese per gli stranieri con visto di lavoro, incentivando molti ad andarsene o a non tornare, si è verificato un controesodo. Molti professionisti dell’animazione, come di altri settori, sono rientrati in Cina, Corea, Indonesia e altri paesi, portando con sé le competenze acquisite.
Animazione nazionale
Jumbo, il cartone animato che ha segnato il record di incassi in Indonesia, è pensato per copiare lo stile Pixar nel character design e apparire quindi come una produzione Pixar. Se il risultato è convincente, è anche perché una parte consistente del team ha lavorato per molti anni proprio alla Pixar. Non tutto il film raggiunge però quel livello di perfezione: la qualità e ricchezza dell’animazione (che coincidono con la potenza di calcolo, la quale dipende dall’investimento economico) sono ancora fermi allo standard di dieci anni fa. All’occhio dello spettatore medio, tuttavia, le differenze sono minime, e queste produzioni si collocano ormai sullo stesso piano di quelle americane, entrando di fatto in concorrenza con esse e risultando al contempo più attrezzate per intercettare il gusto locale. Nel segnare questi record, ha ovviamente avuto un peso non trascurabile anche l’orgoglio nazionale.
Jumbo è stato visto come una rivoluzione e qualcosa di cui l’Indonesia poteva andare fiera (era capitato lo stesso con Flow in Lituania, anche se in quel caso lo standard tecnico è molto inferiore a quello americano). Anche la Cina, però, ha segnato il maggiore incasso della sua storia per un film d’animazione, sostenendo Ne Zha 2 come opera-simbolo dell’orgoglio nazionale. Si tratta del sequel di Ne Zha, film d’animazione che adatta una storia tradizionale della mitologia cinese in una forma moderna, umoristica e adatta a tutta la famiglia, di nuovo imitando il character design americano (questa volta più DreamWorks che Pixar).
Ne Zha già era stato un grandissimo successo, per il sequel è stato deciso a livello governativo di creare un caso e usare il film per una dimostrazione di forza: sono stati stanziati finanziamenti per raggiungere un livello qualitativo tecnico molto alto, è stato distribuito nel momento di massimo incasso dell’anno, il capodanno cinese, e senza concorrenza. La visione del film è stata promossa come un’attività “da bravi cittadini cinesi”, e nessuno poteva dirsi all’oscuro: il suo incasso è stato seguito con un contatore in sovrimpressione fisso sulla televisione nazionale.
A differenza del caso indonesiano di Jumbo, Ne Zha 2 non è un esperimento isolato. Anzi, da anni l’industria dell’animazione cinese viene sostenuta per crescere, e prima di Ne Zha altri cartoni come White Snake o Chang’an hanno incassato molto, contribuendo allo sviluppo dell’intero settore. Almeno internamente. Perché tutti questi casi (tranne quello giapponese) sono storie di film che vanno bene nel loro paese ma non all’estero. Infatti dei 2,2 miliardi di dollari incassati da Ne Zha 2 solo il 10% viene da fuori la Cina.
Per arrivare a questo però non bastano propaganda, esuli dagli Stati Uniti e orgoglio nazionale, ci vuole anche un pubblico. Durante il periodo dei lockdown e dell’alto contagio da Covid, l’audiovisivo in generale è diventato una delle forme di intrattenimento più popolari, perché una di quelle a costo minore. Le piattaforme di streaming hanno aumentato di molto i propri abbonati e in tanti hanno guardato molti più film, serie e anche cartoni animati di quanto non avrebbero fatto altrimenti. Quelle persone, finiti i lockdown, sono state quindi più inclini ad andare a vedere questi film al cinema. Non a caso anche in America l’animazione ha attirato molti più bambini (e adulti accompagnatori) di prima.
AI-nime giapponesi
Con una nuova industria dalle grandi potenzialità e la forza lavoro qualificata tornata dagli Stati Uniti, paesi come Indonesia e Cina hanno fatto un grande salto in avanti. Invece in Giappone, dove ogni anno il film più visto è un cartone animato e dove tra i 20 più grandi incassi di sempre 17 sono film d’animazione, il problema è l’animazione a mano. La computer grafica non incassa quanto l’animazione 2D e, sebbene anch’essa non sia più interamente realizzata a mano ma fortemente supportata dalla tecnologia, resta una produzione complessa e costosa. Il problema si fa particolarmente evidente ora, perché anche l’animazione giapponese sta vivendo un successo senza precedenti: gli anime stanno finalmente conquistando il mondo.
A partire dal 2001, quando La città incantata vinse l’Oscar come miglior film animato e l’Orso d’oro alla Berlinale, i film d’animazione sono arrivati con sempre maggiore regolarità nei cinema di tutto il mondo, facendo un salto in avanti importante negli ultimissimi anni. Nello specifico, nel 2023 l’associazione dei produttori di animazione giapponesi ha dichiarato che la loro era diventata un’industria basata più sui guadagni dall’estero che su quelli nazionali. Di nuovo, c’entra il Covid, il successo dello streaming e quanto queste due componenti abbiano avvicinato all’animazione giapponese un pubblico che prima non la conosceva, anche in paesi dove non c’era una tradizione in merito.
È stato un successo veicolato prima di tutto dalle serie animate e di cui hanno beneficiato i film a esse collegati. Il grandissimo successo dei due film tratti dalla serie animata Demon Slayer (a essa collegati narrativamente), è la parte più evidente di questo cambiamento, ma i film d’animazione giapponesi che raggiungono buoni risultati sono sempre di più. Da quelli di Makoto Shinkai fino ai film su titoli storici come One Piece o Dragon Ball. E parallelamente le serie anime sono sempre più importanti per le piattaforme anche fuori dal Giappone. Non solo Crunchyroll, piattaforma dedicata ai soli anime, è stata acquistata da Sony, ma Netflix, la più attenta di tutte ai trend mondiali, ha recentemente dichiarato di essere “un servizio pronto per il futuro degli anime” perché “il 50% degli abbonati Netflix nel mondo guarda anime”. Quindi se non è il vostro account, è quello del vostro vicino.
Se però per la Cina e l’Indonesia Covid e Trump hanno cambiato la produzione, per il Giappone questo può farlo solo l’intelligenza artificiale. Il problema della produzione di anime non è la creatività, ma i ritmi di lavoro. Sia per i film che per le serie, spesso le società di animazione sono in ritardo con le consegne e le date di uscita slittano in avanti. Il settore è in costante stato di emergenza, anche perché tutta una generazione sta andando in pensione e non è chiaro se ci saranno sostituti. Ora, però, l’intelligenza artificiale e la possibilità di accelerare o appaltare alla tecnologia parti del processo di animazione a mano (che non erano mai state svolte tecnologicamente), potrebbero cambiare i tempi di realizzazione. È già uscito un primo esperimento di lungometraggio d’animazione dichiaratamente realizzato interamente con l’ausilio dell’intelligenza artificiale, per le parti non creative: Twins Hinahima.
Nuovi orizzonti
Così di successo e così in crescita è la qualità della produzione asiatica, che sta cominciando a entrare anche nell’industria americana. Non solo perché il pubblico statunitense guarda anime come mai prima d’ora, ma anche perché, per la prima volta, tra i cartoni americani di maggior successo ci sono opere asiatiche o realizzate da autori asiatici. Storicamente, Hollywood ha appaltato a paesi asiatici (principalmente la Corea del Sud) la parte industriale del processo di animazione, cioè la forza lavoro. I cartoni venivano concepiti, lavorati, disegnati e scritti negli Stati Uniti, ma per animarli – e quindi per fare uno a uno tutti i disegni necessari – ci si rivolgeva alla forza lavoro più economica in Corea. Nessun lavoro intellettuale, solo lavoro manuale. Adesso invece anche le parti più qualificate vengono appaltate lì.
Anche un prodotto nordamericano come KPop Demon Hunters è ambientato in Corea del Sud ed è stato concepito da americani di origini coreane. Il risultato è stato un grandissimo successo, il più visto nella storia di Netflix.
È stato il caso di The King of Kings, un film d’animazione prodotto da Angel, una delle molte società di produzione americane specializzate in film o serie a tema religioso cristiano. Sono produzioni a basso costo solitamente, ma hanno un mercato estremamente solido, almeno all’interno degli Stati Uniti. The King of Kings è uno dei primi film d’animazione pensati per quel pubblico ed è stato un successo. Racconta la vita di Gesù Cristo nello stile di Charles Dickens, un’idea che, va ammesso, oscilla tra l’assurdo e il geniale. Visivamente ricorda un film Pixar (di nuovo!) ed è stato diretto e co-sceneggiato da un coreano – un ex responsabile degli effetti visivi digitali al suo primo lavoro autoriale – e realizzato in Corea del Sud.
Ma anche un prodotto completamente nordamericano come KPop Demon Hunters è ambientato in Corea del Sud ed è stato concepito da americani di origini coreane, per rappresentare correttamente quella cultura, quella parte dell’industria musicale e il tono dell’animazione coreana. Il risultato è stato un grandissimo successo, il più visto nella storia di Netflix, e un film che combina lo storytelling americano e hollywoodiano con trame, personaggi e mitologia tradizionale coreana. KPop Demon Hunters racconta la storia di una girl band KPop di grandissimo successo, che in realtà è un trio di guerriere impegnate a tenere lontani i demoni. Quando scoprono che una boy band KPop, che minaccia il loro successo, è in realtà composta da demoni sotto mentite spoglie, non sanno se combatterli o baciarli. Per Netflix doveva essere un modo per cavalcare la moda del KPop e la sua forza musicale a livello globale – cosa che le canzoni del film rispecchiano – sperimentando anche la popolarità dei modelli di bellezza e dell’idolatria tipici della Corea del Sud. Inaspettatamente, il film è diventato un modello di produzione animata e oggi è un franchise coreano-americano di Netflix, il cui design non ricorda affatto quello della Pixar.
È evidente che la concentrazione proprio nel 2025 di film animati asiatici (o prodotti in Asia) di grande successo – o comunque superiori alle aspettative – sia stata in parte frutto del caso. Alcune produzioni sono durate pochi anni, altre anche dieci, e tutte sono arrivate a conclusione nello stesso anno. È però altrettanto evidente che le ragioni del loro successo non sono casuali, così come non lo è la tendenza più ampia: l’animazione sta diventando sempre meno una questione americana e sempre più un fenomeno globale.
Gabriele Niola
Giornalista e critico di cinema, videogiochi e webserie, è stato selezionatore della sezione Extra del Festival del Film di Roma e per il Taormina Film Fest. Scrive per MyMovies, BadTaste, Wired, Leggo, Fanpage e i 400calci.
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