Dalle vendite milionarie alla diffusione del Jolly Roger con il cappello di paglia nelle proteste internazionali: l’immaginario di One Piece alimenta da decenni un universo narrativo condiviso, dando forma a un fenomeno economico e culturale di portata globale.
Tutti conosciamo la bandiera dei pirati: un teschio ghignante con due tibie incrociate che campeggia su sfondo nero: è il cosiddetto Jolly Roger, un simbolo che è rimasto vivo anche nel mondo contemporaneo, per esempio nelle etichette dei prodotti chimici tossici o a rischio di esplosione per indicare il pericolo di morte. Ma cosa succede se aggiungiamo un piccolo dettaglio a questo simbolo, come un cappello di paglia con una banda rossa? Semplice: otteniamo la bandiera pirata issata dai protagonisti di One Piece, il manga scritto e disegnato da Eiichirō Oda. Fino a non molto tempo fa, per vedere questo simbolo era necessario leggere l’opera o guardare l’anime che ne è tratto. Ma, da poco, le cose sono cambiate. E non mi sto riferendo alla serie live action uscita su Netflix nel 2023.
One Piece contro l’oppressione
A partire dall’agosto scorso, la bandiera pirata issata dai protagonisti del manga ha cominciato ad apparire anche nel mondo reale, come simbolo di protesta contro governi ritenuti oppressivi. Per la prima volta è stata usata in Indonesia, durante le manifestazioni contro il governo, come risposta provocatoria all’invito del leader indonesiano Prabowo Subianto, che aveva chiesto alla popolazione di sventolare la bandiera nazionale in occasione della festa dell’indipendenza. Il teschio pirata col cappello di paglia è stato scelto dai manifestanti indonesiani per rappresentare un’invocazione di libertà, in opposizione ai privilegi della classe politica e alla eccessiva militarizzazione del Paese. Anche in Nepal, poi, parte della popolazione ha protestato contro il governo di Khadga Prasad Sharma Oli, in seguito al blocco dei social media e alla censura dei stranieri, decisioni percepite come attacchi diretti alla libertà di espressione.
Il vessillo di One Piece è stato innalzato durante i durissimi scontri che hanno portato alla morte di circa venti persone e centinaia di feriti, e sono culminate con l’incendio del parlamento e le dimissioni del Primo Ministro. Intervistato da Asian News Network, Anup Karki, un giovane manifestante ha dichiarato che: “La bandiera [di One Piece] è una voce contro l’oppressione. Il Jolly Roger alza la voce contro chi è già al potere e sfrutta la propria autorità”. Continuando l’intervista, il giovane Karki ha addirittura citato direttamente il manga, in particolare la frase “la Volontà della D. porterà una nuova tempesta”, che in One Piece si riferisce all’idea che le persone che portano la lettera D. nel nome (proprio come il protagonista, Monkey D. Luffy) siano destinate a creare grandi sconvolgimenti nell’ordine mondiale. “Facendo un parallelo con la nostra realtà”, ha detto Karki, “si potrebbe dire che la volontà dei giovani porterà una nuova tempesta, l’energia collettiva e la determinazione dei giovani possono sfidare lo status quo e innescare un potente cambiamento”.
L’impatto della simbologia di One Piece, capace di estendersi al mondo reale, appare così capillare da sfiorare l’universalità, trascendendo le singole culture di appartenenza dei suoi fan.
L’influenza del Jolly Roger della ciurma di Luffy si è estesa anche in Francia, durante le proteste dello scorso settembre contro il presidente Emmanuel Macron e l’élite politica, in seguito ai paventati tagli alla spesa pubblica: per le strade si sono visti manifestanti con cappelli di paglia, che portavano versioni disegnate a mano della bandiera insieme ad altri simboli tratti dal manga. La stessa cosa è avvenuta nelle Filippine, sempre nel corso di proteste contro la corruzione del governo, per poi ripetersi anche durante i cortei a favore della Palestina qui in Italia, arrivando persino in Madagascar, dove le manifestazioni di piazza hanno portato allo scioglimento del governo, il 29 settembre scorso. Questo impatto della simbologia di One Piece, capace di estendersi al mondo reale, appare dunque così capillare da sfiorare l’universalità, trascendendo le singole culture di appartenenza dei suoi fan. Ciò spinge inevitabilmente a chiedersi come sia possibile che un’opera di fantasia, nata e cresciuta su una rivista rivolta principalmente agli adolescenti giapponesi, abbia ottenuto un’influenza sul mondo contemporaneo che praticamente nessuna altra opera di narrativa ha e forse ha mai avuto in passato.
L’impero economico e l’influenza culturale
Martedì 22 luglio 1997 usciva in Giappone, serializzato su Weekly Shōnen Jump – la rivista più importante del settore – il primo capitolo di One Piece, il manga del maestro Eiichirō Oda, con protagonisti il giovane pirata Monkey D. Luffy e la sua ciurma, impegnati nel lungo viaggio alla ricerca del misterioso tesoro che dà il titolo all’opera. Oggi siamo arrivati al capitolo 1167. Nel mezzo, in questi ventotto anni, ci sono stati: un anime che conta ben 1146 episodi, quindici film (di cui l’ultimo, Red, ha guadagnato 246.5 milioni di dollari, rendendolo il quinto film giapponese per incassi nel mondo), più di quaranta videogiochi, e una serie live action su Netflix che ha realizzato 18,5 milioni di visualizzazioni solo nella prima settimana (siamo in attesa della seconda stagione, prevista per il 2026). Nel 2015 One Piece è entrato nel Guinness World Records come serie a fumetti disegnata da un singolo autore con il maggior numero di copie pubblicate (a quella data ammontavano a più di 320 milioni). Nel 2022 ha raggiunto anche il primato di manga più venduto al mondo con oltre 500 milioni di copie.
Pensando anche solo all’aspetto economico, è facile capire l’impatto di un’opera come One Piece sul mondo reale. Intorno al manga gira un business di notevoli proporzioni. Giusto per farne capire la portata, potremmo citare l’ultimo dato utile: nel solo secondo trimestre del 2025, i ricavi totali del franchise hanno superato i 6,1 miliardi di yen (circa 35,6 milioni di euro). E tutto questo si traduce ovviamente in economia reale, con migliaia di persone che lavorano grazie a One Piece. Anche se non si tratta certo di un unicum (tanti altri manga hanno avuto un grande successo al momento della loro serializzazione e anche oltre) questi dati fanno una certa impressione, soprattutto per un’opera così longeva, che non conta più sull’effetto “novità”, ma che continua ugualmente a macinare numeri senza sosta e senza dare il minimo segnale di flessione.
Chi aveva dieci anni quando è uscito il primo capitolo di One Piece, oggi ne ha trentotto. In pratica un’intera generazione è cresciuta insieme a quest’opera. È quindi stupefacente – almeno agli occhi di chi scrive – constatare la scarsità di opere di saggistica, sia accademica che divulgativa, che provino a spiegare approfonditamente la potenza di One Piece, da un punto di vista letterario o socioeconomico. Lo stesso si potrebbe dire parlando degli autori contemporanei: data l’enorme diffusione del manga, la maggior parte degli autori contemporanei, che siano romanzieri, sceneggiatori, o registi, ha sicuramente letto o visto One Piece. Eppure, è difficile anche solo trovare un’intervista in cui qualcuno parli esplicitamente di quest’opera e dell’influenza che ha avuto sulla propria arte. Il mio sospetto, dunque, è che esista ancora una sorta di “vergogna” nell’ammettere l’influenza di un’arte come quella manga/anime sul lavoro di chi si occupa di narrare storie, a causa di un pregiudizio culturale ancora troppo radicato, che vede questi prodotti legati esclusivamente al mondo dell’infanzia e della prima adolescenza.
Un esempio abbastanza clamoroso di questo snobismo è una recente intervista in cui James Gunn, il regista che ha in mano la direzione del DC Universe, ha dichiarato che non sarebbe stato una buona scelta per dirigere la serie live action di One Piece, perché non ne capisce a fondo il successo: “Se dovessi dirigere lo show di One Piece sarebbe difficile per me”, ha dichiarato al podcast The Viall Files, “perché non comprendo fino in fondo ciò che le persone amano di più di One Piece”. L’esempio di Gunn appare particolarmente significativo, perché la sua carriera è incentrata su film di supereroi come i Guardiani della Galassia, The Suicide Squad e Superman; opere, quindi, tratte sempre dal mondo del fumetto, ma che evidentemente hanno già subito un processo di istituzionalizzazione, e non vengono più viste come riservate a un pubblico infantile.
Gli ingredienti del successo di One Piece
La domanda nasce quindi spontanea: che cosa rende One Piece così speciale? Com’è possibile che quest’opera sia stata in grado, per quasi trent’anni, di macinare record di vendite senza mai fermarsi? Tutto questo non sarebbe stato possibile senza una narrazione di qualità, che mette insieme diversi fattori, in una combinazione unica ed esplosiva.
Un mondo vasto e profondo. La prima caratteristica che rende straordinario One Piece rispetto ad altre opere dello stesso genere è senza dubbio il world-building, cioè la costruzione del mondo in cui si svolgono le vicende dei protagonisti. Nessun altro manga (e forse nessun’altra opera letteraria o cinematografica) è mai riuscito a creare qualcosa di altrettanto articolato e coerente al tempo stesso, riuscendo a raggiungere parallelamente un simile grado sia di ampiezza che di profondità. Nel mondo di One Piece esistono infinite isole, ciascuna con la propria storia, la propria cultura, la propria flora e fauna: dall’eterea Skypiea, isola che fluttua in cielo, tra le nuvole, all’oscuro carcere di Impel Down (una specie di prigione-fortezza in stile Alcatraz, ma che sprofonda negli abissi marini, girone dopo girone, come un inferno dantesco); dall’isola-cantiere di Water 7 – la cui popolazione è impegnata in una lotta costante per far sì che la propria terra non venga sommersa dall’innalzamento delle acque – fino all’epica Elbaf, patria dei giganti. Oda offre ai suoi lettori ambientazioni sempre diverse, di cui ha curato non solo la geografia e l’architettura, ma persino le dinamiche storiche, politiche e sociali con un grado di approfondimento incredibile. Questo rende il viaggio dei protagonisti entusiasmante anche per i lettori, che vengono spinti a immaginare sempre cosa ci sarà oltre l’orizzonte, proprio come se fossero a bordo della nave pirata insieme a Luffy e ai suoi compagni.
Personaggi e vissuti intensi. Lo stesso principio – cioè il bilanciamento tra ampiezza e profondità – viene applicato anche ai personaggi. Il cast di One Piece è vasto (c’è chi ha provato a contare tutti i personaggi comparsi in questi ventotto anni, e sono ben più di mille), ma ogni personaggio ha un’identità ben definita, con sogni, paure, traumi e spesso una crescita personale nel corso del tempo. E non solo: che siano protagonisti, antagonisti o comprimari, tutti i personaggi portano vissuti intensi, dai quali traggono le motivazioni profonde per le proprie azioni; e quasi sempre viene lasciata al lettore la facoltà di giudicare a livello morale il loro percorso e il loro punto di arrivo. Oda è un maestro proprio nel lasciare delle zone grigie, di solito assenti negli altri manga shōnen, in cui alla fine è impossibile determinare con precisione chi siano i “buoni” e chi i “cattivi”. Anzi, è proprio grazie alle figure degli antagonisti che Oda riesce a far emergere le tematiche riscontrabili sia nella storia narrata che nella società contemporanea: le discriminazioni razziali, il contrasto tra le classi sociali, il pensiero che sia giusto e lecito ottenere ciò che si vuole, anche arrivando a calpestare chi si mette in mezzo, eliminandolo persino, se si crede che i propri valori e i propri desideri siano più importanti di quelli degli altri. Inoltre, grazie alla varietà di situazioni e personaggi, One Piece riesce a mescolare diversi generi con una naturalezza rara, riuscendo a passare da un umorismo quasi surreale, tipico dei gag manga, a episodi drammatici oltre ogni limite: durante i flashback più traumatici, come quelli di Nico Robin o di Bartholomew Kuma, o quando si assiste a colpi di scena tragici come la morte di Ace – impotenti quanto i personaggi stessi – è difficile riuscire a trattenere le lacrime, anche se appena qualche pagina prima si stava ridendo per un classico battibecco tra Zoro e Sanji.
Tematiche universali ed evoluzione continua. One Piece è sempre stato in grado, fin dai suoi lontani esordi, di affrontare argomenti che parlano a ogni generazione, anche al di là della cultura di appartenenza del lettore: la ricerca della libertà, l’amicizia, il coraggio di inseguire i propri sogni, la lotta contro l’oppressione e le ingiustizie. Questi valori universali vengono rappresentati da simboli estremamente potenti, come per esempio il One Piece, il misterioso tesoro del Re dei Pirati, di cui tutti sono alla spasmodica ricerca pur senza conoscerne la vera natura, che dunque rappresenta la ricerca stessa della felicità. Un altro esempio è proprio il Jolly Roger con il cappello di paglia, emblema di libertà e di lotta all’oppressione, che, come abbiamo visto, è stato addirittura in grado di travalicare i confini del manga. Ma la vera forza di One Piece è stata quella di riuscire a evolversi nel corso del tempo. Tutti abbiamo letto e apprezzato capolavori manga come Dragon Ball o Ken il guerriero, ma – come tutte le opere concluse – esse appartengono a una certa epoca, e in essa nascono, crescono e si concludono. E dunque, sia per le tematiche trattate che per la caratterizzazione dei personaggi, assistiamo a rappresentazioni di ciò che era significativo e tipico di un passato, che per quanto possa essere affascinante, come tutti i passati, ha un impatto relativo sulla nostra contemporaneità. One Piece, invece, è un’altra cosa. Nel corso del tempo si è evoluto, insieme al mondo reale, di volta in volta seguendolo o addirittura anticipandolo. Durante la saga di saga di Impel Down, pubblicata nel 2008, per esempio, Luffy incontra Emporio Ivankov, uno dei comandanti dell’Armata Rivoluzionaria: il potere speciale di questo personaggio gli permette di trasformare gli uomini in donne e viceversa, e vediamo come Oda riesca a trattare il tema dell’identità di genere connesso alla libera espressione del sé ben prima che diventasse centrale nel dibattito pubblico contemporaneo; o, più recentemente (con la saga di Elbaf, attualmente in corso), il manga si è concentrato sul tema della guerra e della pace – mentre il nostro mondo è di nuovo pieno di conflitti ad alto impatto mediatico – riuscendo a lanciare messaggi importanti, mentre mette in scena la difficile situazione del popolo dei giganti, da sempre feroci e temuti guerrieri, che stanno cercando faticosamente di crescere una nuova generazione che ripudi la violenza in favore dello studio della storia e dello scambio culturale con gli altri popoli.
La vera forza di One Piece è stata quella di riuscire a evolversi nel corso del tempo. Tutti abbiamo letto e apprezzato capolavori come Dragon Ball o Ken il guerriero, ma sono opere che appartengono a una certa epoca, e in essa si concludono. One Piece, invece, si è evoluto insieme al mondo reale, seguendolo o addirittura anticipandolo.
La trama dell’opera è un puzzle da risolvere. One Piece non è costruito tramite archi narrativi autoconclusivi, come è tipico delle opere serializzate per lunghi periodi (per esempio Detective Conan o Golgo 13, per citare manga che ne hanno eguagliato o addirittura superato la durata), nelle quali, dopo una serie di sconvolgimenti che coinvolgono i protagonisti, tutto ritorna alla normalità, se non addirittura al punto di partenza. All’interno di ogni saga, fin dall’inizio dell’opera, Oda ha disseminato enigmi e indizi utili a risolverli, intessendo colpi di scena sconvolgenti e misteri in continua evoluzione, che spesso durano decine o centinaia di capitoli, intrecciando i destini di moltissimi personaggi. Questo tipo di pianificazione (condita ogni tanto – bisogna dirlo – da retcon abbastanza clamorose) presenta ai lettori un’opera che è un vero e proprio puzzle da risolvere, in cui è necessario ricostruire eventi che coprono una storia che precede i fatti narrati anche di migliaia di anni. Ogni scoperta, rivelata nel nuovo capitolo, è un piccolo tassello che va a incastrarsi da qualche parte, gettando un nuovo spiraglio di luce sui tantissimi misteri ancora da svelare e contribuendo – insieme a tutti gli altri fattori citati – a tenere i lettori incollati alle pagine del manga. E questo ci porta all’ultimo punto di questa analisi, che forse è ciò che davvero – più di ogni altra cosa – ha permesso a One Piece di creare attorno a sé una community di lettori che sono ben più che semplici appassionati.
Un fandom alla ricerca del One Piece. L’aspetto che più di ogni altro rende One Piece così popolare in tutto il mondo è senza dubbio la forza della sua community. I fan non si limitano a leggere l’opera, ma (e questo vale per molte altre opere analoghe) realizzano fanart, cosplay, eventi a tema e forum dedicati. C’è però un’attività che rende unico il fandom di One Piece: proporre e discutere, capitolo dopo capitolo, ipotesi e teorie a proposito dei misteri ancora insoluti e dei possibili sviluppi della storia. Come detto, gli enigmi che popolano l’opera di Oda sono innumerevoli: ci si interroga su cosa sia esattamente la sopracitata “volontà della D.” e su quale sia la vera identità di alcuni personaggi chiave (come Im o Joy Boy); si cerca di scoprire, prima ancora dei protagonisti stessi, che cosa sia accaduto durante il cosiddetto “secolo vuoto”, ovvero i cento anni che il Governo Mondiale ha fatto “sparire” dalla storia, vietandone lo studio; si mettono a confronto i racconti fatti dai diversi personaggi, cercando di scoprire chi dice la verità e chi mente, e se – in questo caso – lo stia facendo in buona fede o per uno scopo preciso. Ci si chiede che cosa sia davvero il One Piece, il tesoro che il Re dei Pirati, Gol D. Roger, ha nascosto sull’«ultima isola», Laugh Tale. Questa ricerca – che si basa sull’analisi maniacale di ogni singola tavola del manga, nel tentativo di scovare tutti gli indizi lasciati da Oda sia in forma di parole che di immagini e sulla formulazione, appunto, di teorie su cosa si nasconda dietro tutti i misteri – ha dato origine a migliaia di blog, forum e canali dedicati su YouTube, in tutte le lingue del mondo, che vengono costantemente aggiornanti in un infinito dialogo con l’opera. Questo grande gioco, voluto dall’autore stesso, è l’infinite jest in cui Oda ha deciso di “intrappolare” i suoi lettori, spingendoli a vivere – per certi versi – gli stessi dubbi e le stesse angosce dei protagonisti; mettendoli, proprio come loro, alla ricerca del One Piece, ovvero la risposta a tutte le domande, rendendoli in questo modo quasi parte integrante dell’opera stessa e creando un’esperienza iper-immersiva che trascende la semplice lettura del manga.
E non finisce qui. Nel corso di questi ventotto lunghissimi anni, persino Oda è caduto nella sua stessa trappola: in diverse interviste ha dichiarato di seguire con interesse le teorie formulate dai fan, con la speranza che non riescano ad anticipare troppi dei colpi di scena che ha previsto. Ma c’è chi dice che il suo interesse non si limiti a questo, e che l’autore abbia spesso modificato la trama in corso d’opera, a volte per distogliere l’attenzione da certe teorie che si stavano avvicinando troppo alla scoperta di alcune verità, e in altri casi cambiando addirittura alcuni eventi già previsti, e che sarebbero risultati ormai troppo “scontati” dopo essere stati previsti con largo anticipo dalla community. Siamo quindi di fronte a un caso davvero singolare nella storia della narrativa, in cui l’autore è costretto a confrontarsi costantemente con i suoi stessi fan, non solo in quanto fruitori dell’opera, ma come una parte in qualche modo attiva della sua composizione.
Quando parliamo di One Piece, dunque, siamo di fronte a un’opera che riesce a mettere insieme un enorme successo commerciale e un’altissima qualità narrativa e che – nonostante lo snobismo della critica – è riuscita, nel corso della sua lunghissima vita, ad appassionare milioni di lettori in tutto il mondo oltre i normali limiti, riuscendo a ispirare addirittura movimenti di protesta contro sistemi ritenuti corrotti e illiberali.
Che cosa ci riserverà il futuro di quest’opera non ci è dato saperlo, anche se ogni lettore continua a formulare le proprie teorie sull’evoluzione della storia, sperando che vengano presto svelati tutti i misteri che si sono accumulati capitolo dopo capitolo. Nel corso degli anni e delle varie interviste, lo stesso Oda non è stato in grado di dire quanto tempo impiegherà ancora per finire la sua storia, smentendo spesso le sue stesse dichiarazioni. L’unico augurio che possiamo farci è che questa grande avventura continui a intrattenerci, come ha fatto negli ultimi ventotto anni, fino all’ultima, fatidica pagina.
Giuliano Pesce
Giuliano Pesce nasce a Monza nel 1990. Insegna e scrive. I suoi romanzi, Io e Henry (2016) e L'inferno è vuoto (2018), sono pubblicati da Marcos y Marcos.
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