Spesso a diventare particolarmente significativi, e a circolare all’infinito negli spazi digitali, sono alcuni frammenti di una televisione italiana minore e sbagliata, imprecisa e banale, brutta, sporca e cattiva. Già pronti a diventare gif e clip video.
Questo articolo è apparso per la prima volta su LINKNUMERO 31 -Chi controlla i meme controlla il mondo? delnovembre 2025
Negli anni Cinquanta e Sessanta, si sarebbe forse tirato in ballo il concetto di “specifico televisivo”, vale a dire quella materia della quale si sostanzia la differenza del piccolo schermo da ogni altro medium. Tra la seconda metà dei Settanta e i Novanta, invece, si sarebbe fatto qualche enfatico riferimento al “bello della diretta”, a tutte le imprecisioni inattese (e spesso prevedibili) che si accompagnavano a un’offerta crescente e disordinata, al liberi-tutti di una neo-tv che conquista il flusso, lo zapping, le ventiquattr’ore consecutive di trasmissione. Da qualche tempo, invece, è la parola “meme”, ancora lei, a raccogliere – a volte in senso proprio, altre forzando un po’ la mano – e a sintetizzare tutti quei momenti televisivi che restano impressi nella memoria di tanti, che diventano moneta circolante di riferimenti e discorsi, e che finiscono per usare per sineddoche la parte invece del tutto, uno screen o una clip invece dei programmi, di interi generi di informazione o intrattenimento, di una rete, di un catalogo. L’offerta sovrabbondante si spezzetta, si frammenta, si riduce, e poi si moltiplica, colonizza altri spazi, diventa lingua quotidiana. Là dove c’erano Blob e Striscia la notizia, ma pure Schegge e Paperissima, trionfo della televisione che guarda al suo ombelico e negli scarti trova altri preziosi significati, ora sono le immagini fisse con sottotitoli in caps lock, le gif animate, i brevi video che raccolgono una frase o poco più, le infinite variazioni sul tema e le rielaborazioni a partire dal già noto, slegate spesso l’una dall’altra, a dare valore all’informe materia audiovisiva. E tra le tante altre cose, attraverso i meme, nei contesti digitali (e di rimbalzo, ancora una volta, sulla tv), di fatto finisce per emergere una storia alternativa della televisione italiana, lontana da quella dei manuali, di musei e celebrazioni: un percorso parallelo che scandaglia lo sfondo per trovare i tasselli a cui dare un inedito valore di figura; e che porta in primo piano imbarazzi, inciampi, curiosi comprimari, momenti minori, aree variamente marginali della programmazione. Una storia alternativa che, sia pure per sommi capi, può essere ricostruita nei suoi snodi, per vedere l’effetto che fa.
Premessa. Quell’esibizione di Milleluci
Un buon punto di partenza si può trovare in qualcosa che non è certo un meme in senso proprio, ma ci va vicino, ed è diventato quasi la costante digitale dello sguardo storico sulla tv italiana. Nella primavera 1974, poco prima che cambi tutto, il sabato sera va in onda Milleluci, varietà diretto da Antonello Falqui e dedicato alle tante forme che assume lo spettacolo, protagoniste Mina e Raffaella Carrà; e in una delle puntate, a celebrare i vent’anni della tv, appare un’esibizione che è presentata come un’anticipazione del piccolo schermo futuro, e che (pur per vie traverse) in fondo si è rivelata tale. Adriano Celentano canta con un inglese inventato “Prisencolinensinainciusol”, vestito di stracci futuribili, in un grande labirinto di specchi in cui perfettamente si muove il corpo di ballo, in testa la scatenata ed entusiasta Carrà. E questo numero tra i tanti, per la sua combinazione di elementi, per la sua particolare cura, è ciclicamente oggetto di scoperta (e riscoperta) da parte dei giornalisti stranieri di passaggio in Italia, di pagine web e di profili Twitter e Instagram che raccolgono curiosità dal mondo, e da lì altrettanto ciclicamente (e un po’ provincialmente) è ripreso ogni volta da stampa, pagine e profili italiani. Come emblema della bella, cara vecchia televisione di una volta, quella “fatta bene”, ma anche per sfruttare il gusto internettiano per le cose buffe, lo stupore, il wtf. Un anello di congiunzione irripetibile tra Techetecheté e il meme.
1. Incidenti in onda e fuori onda
Entrando nel campo del meme più letteralmente inteso, un primo insieme di una possibile tipologia è dato da quei momenti in cui la messa in onda registra un’increspatura, una difficoltà che rende visibile l’artificio, la costruzione della realtà televisiva, la macchina del dietro le quinte che spettacolarmente si rivela proprio quando fallisce, quando qualcosa va nel modo sbagliato. Sandra Milo che riceve in diretta una telefonata (falsa?) che le annuncia un incidente del figlio (falso!), scatenando la reazione di angoscia (vera?), l’urlo “Ciroooo!” e la precipitosa fuga durante la pubblicità si è impresso nella memoria di tanti, è stato ampiamente rilanciato come tormentone dalla stessa tv, ed era lì pronto a diventare meme – di quel programma, L’amore è una cosa meravigliosa (1990), invece, ci si ricorda a malapena. La rottura di una regola, il mescolamento inatteso tra quanto sta andando in onda e ciò che dovrebbe stare lontano dalle telecamere è un formidabile dispositivo di costruzione del meme: basti pensare alla lite tra un’Antonella Elia che solidarizza con la concorrente nel rifiuto della pelliccia Annabella e il Mike Bongiorno subito in difesa dello sponsor, a La ruota della fortuna (1996); o alla rovinosa distruzione della scenografia con il bancone-strada di Striscia la notizia su cui salta Gerry Scotti all’inizio di una puntata (1999). E proprio Striscia ha costruito decenni di epica, estetica e (forse) etica del fuorionda, dal “fu-fu” di D’Alema (1996) al caso Giambruno (2023), passando per Emilio Fede, rifornendo di infinito materiale (anche) i meme.
Il frammento televisivo conta in sé, nella sua prima occorrenza, quasi mitologica, ma conta anche per tutte le incrostazioni che dopo il momento iniziale si aggiungono modificandone i significati.
2. Unghie sulla lavagna
In altri casi, tutto si consuma di fronte alla telecamera, all’interno di piccoli rituali, meccanismi rodati e abitudini sonnacchiose che all’improvviso trovano il sobbalzo dell’imprevisto. Ne è esempio il sordo rumore metaforico di unghie sulla lavagna, anzi sul tabellone del cruciverbone di Non è la Rai (1991), quando Enrica Bonaccorti si accorge che la spettatrice al telefono ha dato la risposta esatta prima che ne venisse indicata la definizione, con il conseguente, epico e mem(or)abile “io non ti ho fatto nessuna domanda, Mariagrazia, e adesso mi devi dire come la sai la risposta”. O la situazione analoga, qualche anno dopo a Domenica In (1997), quando il concorrente al telefono reagisce con tutt’altro alla domanda del gioco, e questo tutt’altro (“Juliette Maynel”) è la soluzione a una domanda preparata dagli autori ma mai formulata in trasmissione, in una possibile truffa subito svelata dall’appassionata Mara Venier (“eh no, c’è qualcosa che non va, e io pubblicamente dico questo!”). E si aggiungono qui l’ultimo annuncio con pianto a dirotto di Alessandra Canale (2003), o quello della stessa arrivata davanti alla telecamera con il fiatone (1993), due momenti in cui l’appuntamento sempre uguale con l’elenco dei programmi si rinnova e si distingue, tra empatia e senso del ridicolo. O ancora il dialogo teso, a L’eredità, tra Pedro, il concorrente che con strafottenza dà risposte nonsense e cita titoli della concorrenza, e Amadeus (“questo non è un villaggio turistico”). La formula ripetitiva del gioco è terreno fertile per frammenti inattesi di improvvisa viva – cità e relativa popolarità online, non solo nelle liti occasionali o nei tentativi di copia (i bigliettini a TeleMike, 1990), ma anche nella scelta di concorrenti freak o nella composizione malandrina dei tabelloni, con liste di parole o caselle mancanti completabili in altri modi – e perciò screenshottabili.
3. Fucine di meme
Alcuni generi, come l’infotainment o tutta la vasta gamma della tv della realtà, dal reality al talent e al factual, si rivelano particolarmente adatti a individuare momenti e a sfruttare fenomeni in grado poi di circolare altrove, ancor più slegati del solito dal contesto della loro prima messa in onda. A un lato dello spettro, direzione true crime, ci sono eccessi come la donna che tiene in bocca il microfono o la poesia pronunciata dal mostro di Firenze, in entrambi i casi davanti alle telecamere di Un giorno in pretura: la serietà, se non brutalità, dei contesti, si stempera nel ridicolo del frammento. Sull’altro versante, invece, c’è un intero demi-monde di famosi e semi-tali che si rivelano fin troppo umani nelle loro reazioni fuori-dal-mondo, negli scontri (letteralmente) per un tozzo di pane, nella capacità di covare rancore. Elenco tutto fuorché esaustivo: la lite in spiaggia tra le concorrenti Aida Yespica e Antonella Elia a L’isola dei famosi (2004); la lite in studio tra Zequila e Adriano Pappalardo sempre a L’isola dei famosi (2005); il “ma chi?” di Valeria Marini a Pomeriggio Cinque, così potente e tanto caricabile di significati da rendere del tutto superflue le circostanze tv della prima pronuncia; la fabbrica di incidenti delle ospitate di Pamela Prati decisa ad annunciare il suo matrimonio con Mark Caltagirone (“buona primavera”, “e mamma fai questo, e mamma fai quest’altro, bellissimo”) e poi dello svelarsi di una catena di catfish inverosimili (“mi sono sentita sposata”) durata un’intera stagione tv, nel 2019; o la vendetta della conduttrice Ilary Blasi verso Fabrizio Corona, a lungo covata ed esplosa nel 2018 al Grande fratello vip; o l’ampia lista di defunti sciorinata senza sensibilità da Signorini sempre al GFvip nella diretta del Capodanno 2021, di fronte alle reazioni addolorate dei concorrenti chiusi in Casa. E tra i due poli ci sono gli sconosciuti divenuti dei personaggi per le attenzioni della Gialappa’s Band, i talenti incompresi di X Factor, i ritorni nei factual.
4. Scendere (fin troppo) sulla terra
Un capitolo a parte nella storia della tv italiana che si è resa meme è occupato dalla politica, via via che i politici si sono sempre più sporcati le mani con la materia televisiva: le partecipazioni nei talk, le torte in faccia del varietà, i turni da concorrente a Ballando con le stelle. In parallelo a Dagospia e Blob, e talora con loro pieno sostegno, diventano meme i piani di reazione buffi, le frasi pompose ma prive di sostanza, i tentativi malriusciti di sembrare come noi canticchiando, spadellando o piangendo, le vecchie ospitate di politici ancora adolescenti nei quiz della tv commerciale (quali Doppio slalom o La ruota della fortuna). Come sempre, è l’incongruenza tra il dover essere previsto da un ruolo importante e quello che invece davvero succede, registrato senza pietà dalle telecamere, a modellare il meme. Che in alcuni casi assume un valore eccezionale, cumulando senso dello spettacolo e valore politico. Silvio Berlusconi crea meme prima ancora che questi avessero un nome, tra scrivanie di mogano, battute finali nei dibattiti elettorali, barzellette e risposte sempre pronte, canzoni appiccicose; con due momenti cardine, per paradosso tutti e due nella concorrenza economicamente e politicamente ostile di La7: la telefonata in diretta a L’infedele di Gad Lerner in cui invitava l’allora europarlamentare Iva Zanicchi ad abbandonare quel “postribolo televisivo” (2011); e lo scontro finale con Michele Santoro nella fossa dei leoni di Servizio pubblico, e con la sedia ripulita perché vi si era seduto Marco Travaglio (2013). Tutti gli altri, anche oggi, sono costretti a inseguire. Ma si possono almeno citare la consegna a sorpresa del cagnolino Empy a Mario Monti nello studio de Le invasioni barbariche di Daria Bignardi (2013), il chiodo di Matteo Renzi ospite di Maria De Filippi ad Amici (sempre nel fruttuoso 2013), o ancora, e soprattutto, l’indimenticabile bloccarsi di un ormai anziano Giulio Andreotti che smette di rispondere alle domande di Paola Perego per secondi che paiono eterni, costringendo a una pausa pubblicitaria di emergenza (Questa domenica, 2008).
Talvolta la programmazione finisce per ripetersi almeno tre volte: la prima come “tragedia” in diretta sullo schermo, la seconda come memoria e ricordo nel passaparola, e infine la terza (dalla ripetibilità infinita, dallo slittamento di senso continuo) come meme, o catena di meme.
5. Risemantizzare l’assurdo
In alcuni casi, il frammento televisivo fa dei giri immensi. Conta in sé, nella sua prima occorrenza, quasi mitologica, ma conta anche per tutte le incrostazioni che dopo il momento iniziale si aggiungono, che spesso ne vanno a modificare (consapevolmente, colpevolmente) i significati, a selezionare la parte più gustosa, a enfatizzare un aspetto trascurando il resto. Così il meme diventa valanga, l’assurdità di partenza si ingigantisce, si deforma, e la parodia si sostituisce alla ben più prosaica realtà. È il caso della scena di Iva Zanicchi dietro al divano di Carràmba! che fortuna (2000), di cui poco a poco si perde l’intorno – il trucco di un illusionista, l’allora solo cantante che sta al gioco – per trasformarlo in un incidente imbarazzante, un impazzimento. O del gioco al telefono di Antonella Clerici a La prova del cuoco (2006) con definizione “Fa schiuma ma non è un sapone”, in cui la malizia autoriale, la volgarità di chi risponde e la sorpresa e l’apparentemente ingenuo imbarazzo della conduttrice creano un mix perfetto, pronto a restare oggetto di racconto, discussione e persino remake per quasi due decenni. O ancora la prima ospitata di un’ancora esordiente Lady Gaga sulla tv italiana, a Quelli che il calcio (2009), dove si mescolano l’incedere aggressivo della conduttrice Simona Ventura, l’inglese incerto, il nonsense (“Sibeleiba!”), la domanda ripetuta “Ci sarà un tour?”, le facce stranite della cantante, le sue risposte monosillabiche, esempio eccellente della fretta e dell’approssimazione delle dirette tv; poi riappropriato con autoironia da Ventura che sottolinea la sua abilità nello scoprire, prima di tanti altri, una futura superstar. Certe volte il pezzetto di televisione diventa puro gesto, e così puro meme, per esempio il distintivo “capra!” di Vittorio Sgarbi, ripetuto 24 volte di fila a Live! Non è la d’Urso (2019), ed echeggiato infinite altre nelle vaste praterie del meme.
6. Imprevisti e cerimonie nazional-popolari
Last but not least, un altro luogo – fisico e immaginario – in cui la tv italiana diventa meme è Sanremo: il più importante appuntamento annuale, la summa dello spettacolo nazional-popolare, la lunga maratona in diretta che si apre inevitabilmente a errori, sorprese e imprevisti. Ogni edizione ha i suoi momenti identificativi, non solo legati alle canzoni ma anche al contorno: le imprecisioni nella conduzione, gli inciampi sulla scalinata, le parolacce e le farfalline, gli ospiti liquidati in fretta e furia, le Alba Parietti in prima fila all’Ariston, l’enorme panna montata di quei giorni dove il resto sembra più o meno fermarsi. Memorabili e memabili sono l’invasione sul palco di Cavallo Pazzo (1992), il salvataggio di un presunto suicida dal loggione (1994) e l’ingresso con dodici sosia (2008) nei Festival di Pippo Baudo, le faccette di Vianello con Herzigova e Pivetti (1998), l’ingresso in veste d’angelo volante di Chiambretti con Mike Bongiorno e lo strascico di Valeria Marini (1997), e tanto altro. Nulla ha ottenuto la potenza di fuoco però di quello che forse è l’ultimo meme davvero nazional-popolare, capace di diventare lingua comune già per le sue qualità intrinseche e rafforzato dal lockdown subito successivo fino a renderlo l’“ultimo momento felice” (2020): Morgan che inizia il brano in gara cambiandone il testo (“Le brutte intenzioni, la maleducazione, la tua brutta figura di ieri sera […] ringrazia il cielo sei su questo palco, rispetta chi ti ci ha portato dentro”), Bugo che se ne accorge e abbandona il palco, l’orchestra che si ferma di colpo, Antonella Clerici, Amadeus e Fiorello che si avvicendano sul palco (“dov’è Bugo?”), Morgan che dopo aver tirato il sasso nasconde male la mano (“che succede?”), e Fiorello che suggella il momento dicendo che “questo Festival se lo ricorderanno tutti”, anticipando e prefigurando il mare di meme in arrivo.
La televisione che resta
Quello che emerge da questa frammentaria rassegna di frammenti televisivi divenuti meme è un tragitto intrecciato ma parallelo, e spesso alternativo, rispetto a quello dell’evoluzione di linguaggi, immaginari, reti e consumi: una contro-storia rapsodica, sproporzionata, corsara e deforme della tv italiana. In cui, per parafrasare il detto, talvolta la programmazione finisce per ripetersi almeno tre volte: la prima come “tragedia” in diretta sullo schermo, la seconda come memoria e ricordo nel passaparola, e infine la terza (dalla ripetibilità infinita, dallo slittamento di senso continuo) come meme, o catena di meme. Man mano che ci si avvicina ai giorni nostri, la dimensione della memabilità è consapevole, attivamente ricercata da chi scrive, produce e confeziona i programmi, costruita industrialmente: la social television, lo sfruttamento del discorso online per creare attesa, curiosità, attaccamento su un contenuto televisivo, è in buona sostanza una fabbrica di meme, con schiere di creator e strategist pronti subito a fare screenshot, a condividere gif, a preparare cartelli, a condividere i brani che più si prestano a diventare virali o a essere usati come reaction nelle conversazioni. Qualche volta genuinamente dal basso, altre stimolati top-down, ci sono casi che diventano subito meme. Ma sono fiammate, che durano poche ore, una manciata di giorni, in alcuni casi qualche settimana o mese (Suor Cristina a The Voice, “Carote” a X Factor), sostituiti dalla next viral thing nell’inesausta catena di montaggio del content. La tessitura dei meme è sempre presente, in diretta, ma ha il fiato corto, si fa evanescente. E paradossalmente a restare sono invece quei tasselli che hanno un respiro storico, i lacerti del “mondo di prima”, quei brani non pianificati ma del tutto inattesi che soli finiscono per ambire casualmente alla lunga durata, che riescono a resistere nell’uso. So random. Se si guarda a quello che resta nel tempo in forma di meme, colpisce soprattutto quanto sia costante la sottovalutazione di quel materiale. Sono pezzi a caso di una televisione a caso. Sono lacerti a cui si può guardare con superiorità e scherno, che confermano i pregiudizi di tanti sul piccolo schermo (bassezza, improvvisazione, furbizia, inutilità, e così via), che si possono far circolare sentendosi migliori usando la scusa del guilty pleasure; e il paradosso è che è proprio questa ragione a renderli onnipresenti, trasversali, pervasivi anche in spazi molto lontani dalla visione classica, dal pubblico di riferimento. La perdita del contesto, poi, e quindi l’uscita da un sistema di regole non scritte, di patti comunicativi con chi sta a casa, dalla sequenza di altre trasmissioni simili e diverse, contribuiscono ulteriormente ad aggiungere potenza, a trasformare il banale, e banalissimo, in un materiale alieno, degno di nota, importante. La storia della tv italiana riscritta dai meme è allora una storia di deviazioni dalla regola fatte da chi spesso la regola neppure la conosce, di riscatto di quel popolare vero che troppo spesso non è preso seriamente in considerazione se non di straforo. È una vicenda che passa solo tangenzialmente dai grandi nomi e dai titoli significativi per concentrarsi sulle comparse, sugli incidenti, sui piccoli e buffi inciampi, sugli eccessi bonariamente ridicoli della programmazione più corrente. Fino all’ultimo paradosso: e se, in un contesto in cui gli archivi digitali sono sovrabbondanti di ore di registrazione e al tempo stesso quasi inaccessibili (perché troppi, perché coperti da diritti d’autore), agli archeologi del futuro per farsi un’idea della nostra tv e del suo impatto sociale e culturale restassero solo questi frammenti–meme?
Luca Barra
Coordinatore editoriale di Link. Idee per la televisione. È professore ordinario presso l’Università di Bologna, dove insegna televisione e media. Ha scritto i libri Risate in scatola (2012), Palinsesto (2015), La sitcom (2020) e La programmazione televisiva (2022), oltre a numerosi saggi in volumi e riviste.
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