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Perché amiamo i meme

Si possono scomporre in mille pezzi. Si possono analizzare, discutere, contestare. Ma non possiamo negare che alla base del successo dei meme ci sia anche il piacere, anzi più d’uno. La cattiveria, il carino, e soprattutto la variazione sul tema.

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Questo articolo è apparso per la prima volta su LINKNUMERO 31 -Chi controlla i meme controlla il mondo? delnovembre 2025

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Questo testo è la traduzione italiana dell’ultimo capitolo di Est-ce que tu mèmes? De la parodie à la pandémie numérique (CNRS Éditions, Parigi 2022), per gentile concessione dell’autore.

Perché amiamo i meme? Il più delle volte, la loro attrazione principale è la vis comica. Ma cos’altro? Oltre a questo, bisogna considerare i vari modi di far ridere o sorridere. La parodia, la satira, la caricatura, eccetera. Fanno tutte parte della comicità, ma hanno effetti diversi. Le forme del riso sono state oggetto di numerosi studi per identificare i diversi generi, le loro caratteristiche formali, le loro funzioni e la loro storia, spesso attribuendo meno importanza a quello che ci spinge a consumarle: il piacere. Se la retorica comica affonda le sue radici al di fuori di internet, nell’immenso territorio delle parole, delle immagini fisse e in movimento e dei suoni, l’uso che ne fanno i meme ci permette di tratteggiare i volti di chi ride attraverso il piacere che ne trae.

Il piacere maligno

Per iniziare questa galleria di ritratti, va data piena attuazione all’affermazione di Bergson nel suo famosissimo saggio sul riso (Le Rire. Essai sur la signification du comique, 1900), per cui “il più grande nemico del riso è l’emozione”. Un’affermazione paradossale, il cui significato sfugge a una prima lettura. Se fossimo indifferenti, come potremmo trovare comica una scena o un gesto? Il filosofo risponde: “Non voglio dire che non possiamo ridere di una persona che ci ispira pietà, per esempio, o anche affetto: solo che, per qualche istante, dovremo dimenticare quell’affetto, far tacere quella pietà”. Oggi diremmo che lo spettatore indifferente è una condizione pragmatica della risata. Gli utenti del web che mettono mi piace ai partecipanti alla Cold Water Challenge che sbagliano il salto e ricadono sulla riva, o a quelli che ricevono litri di ghiaccio sulla testa nell’Ice Bucket Challenge, non si interrogano sui sentimenti e sulla sofferenza di queste vittime consenzienti. Né lo fanno per le vittime di incidenti nella Coffin Dance. La danza della morte è puramente meccanica, senza alcuna emozione. L’“anestesia momentanea del cuore”, come scrive ancora Bergson, può essere vista come il primo stadio della malvagità: “il riso non può essere assolutamente giusto. Non deve essere nemmeno buono. La sua funzione è quella di intimidire umiliando. Non riuscirebbe a farlo se la natura non avesse lasciato a questo scopo un po’ di cattiveria, o almeno di malizia, persino nel migliore degli uomini”.

Più un meme richiede la condivisione di enciclopedie comuni, più rafforza la sua relazione con “ridenti immaginari”. Tanto che spesso sono criticati per il loro elitismo.

Questo “piccolo fondo di cattiveria”, che ho esplorato nel libro La méchanceté en actes à l’ère numérique, è alla base delle reaction faces, di Bad Luck Brian o dello sfortunato Star Wars Kid. Come minimo, questi meme danno un senso di superiorità, spesso segnalato a partire da Hobbes, come nota Gerard Genette: “la passione del riso non è altro che un improvviso senso di gloria che sorge da un’improvvisa consapevolezza di qualche superiorità insita in noi, al paragone con le debolezze altrui, o con una nostra precedente” (Genette riprende C. Lalo, Esthétique du rire, 1949). Nel peggiore dei casi, i meme danno libero sfogo a un sadismo ordinario che talvolta si incontra nei commenti che li accompagnano. Una seconda fonte di piacere dei meme è il loro aspetto sociale, indicato ancora una volta più di un secolo fa da Bergson: “La nostra risata è sempre la risata di un gruppo. […] Per quanto sincera la si supponga, la risata nasconde un retropensiero d’intesa, direi quasi di complicità, con altri che ridono, reali o immaginari”. Questo spirito di comunità, ampiamente diffuso su ciò che a giusto titolo viene chiamato social network, è rafforzato dai tanti ambienti dove gli utenti si riuniscono per sensibilità. Più un meme richiede la condivisione di enciclopedie comuni, più rafforza la sua relazione con “ridenti immaginari”. Tanto che spesso sono criticati per il loro elitismo. I sostenitori del meme elitism si oppongono alla divulgazione dei meme tra le comunità non underground e sui media mainstream. I meme diventano allora una questione da happy few, diffidenti nei confronti dei normies, che credono di essere esenti dal costo di ingresso rappresentato dalla creazione di meme e dalla conoscenza dei codici del gruppo. Alcuni non esitano a proclamare forte e chiaro la loro appartenenza a un gruppo di iniziati, come il canale YouTube che si chiama semplicemente: Memes only understood by higher beings.

Troppo carino!

Non tutti i meme derivano però da questo “piacere maligno”, che associa gioia e dolore, condensato nella parola tedesca Schadenfreude. Il Vibing Cat e tutti i Lolcats procurano un piacere provocato dal “carino”, il cute, che Konrad Lorenz spiega nel modo seguente. I bambini, rispetto agli adulti, hanno testa e occhi più grandi, un cranio pro – minente e bombato. Attraverso un “meccanismo di innesco innato”, quando incontriamo questi tratti infantili automaticamente proviamo un’ondata di tenerezza disarmante. E così, quando vediamo animali che condividono questi tratti trasferiamo queste reazioni su di loro. Molti animali, e certamente quelli che sono in questi meme, “hanno caratteristiche condivise anche dai bambini umani, ma non dagli adulti – in particolare, grandi occhi e una fronte arrotondata con il mento arretrato” (S.J. Gould, A Biological Homage to Mickey House). Non serve altro per intenerirci.

Piacere della variazione

Cos’altro mi attira nei meme? Perché ho dedicato gran parte delle mie giornate a studiarli? L’avrei fatto se la loro frequentazione non mi desse alcun piacere? Ovviamente no. Ma allora, quale piacere? Quelli che ho appena evocato? Non proprio. Il giorno dell’investitura presidenziale di Joe Biden è circolata una foto di Bernie Sanders seduto su una sedia, senza nessuno intorno a lui, con braccia e gambe incrociate, delle enormi muffole alle mani. Molto rapidamente, i creatori di meme se ne sono impossessati e hanno creato decine di meme tra i quali Sanders ne L’ultima cena, sul trono fittizio di Game of Thrones o quello reale della corona britannica, accanto alla regina, sul divano di Friends, sul ponte del Titanic, seduto ad Abbey Road, con un cartello Slow in mano, mentre attraversano i Beatles, nel ruolo della giovane donna verso la quale si volta il distracted boyfriend, in quello di Sharon Stone in Basic Instinct, tra Putin e Trump, tra il papa e l’ayatollah Khamenei, travestito da donna o trasportato con la sua poltrona come una scultura in un museo. O ancora ballando il Gangnam Style . Perché questa immagine è diventata un meme? La ragione avanzata da tanti articoli è che l’abbigliamento del senatore democratico contrastava con quello degli altri invitati, vestiti in Ralph Lauren o Prada. Una ragione più profonda può essere che questa immagine era priva di senso e proprio questo vuoto la rendeva affascinante. Cosa faceva questo ex candidato da solo, in disparte in questo giorno di festa? Stava forse tenendo il broncio? Pensava che avrebbe potuto occupare il posto di Biden se le primarie del suo partito lo avessero scelto? Impossibile dirlo. Come ha detto con garbo un giornalista di GQ, non faceva nient’altro che essere Bernie Sanders. La sua impassibilità è enigmatica e aperta a qualsiasi interpretazione. Questa opacità di un mondo privo di sostanza mi ricorda il modo in cui Kafka guarda la realtà nel suo diario. Tutto si risolve in frasi quasi nominali che riducono il mondo a un’apparenza: “Città vecchia: vicolo stretto e ripido che un uomo in camicia discende goffamente. Scale”. O ancora: “Un uomo con alti stivali fa colazione appoggiato al muro” (Tagebücher 1910–1923, 1951). Sanders confermerà più tardi questo grado zero del significato, molto vicino a queste frasi: “Ero seduto lì, cercavo solo di stare al caldo e facevo attenzione a tutto ciò che accadeva”. Il piacere del creatore di meme consiste nell’invenzione di una ricontestualizzazione che costruirà un significato. Questa operazione ricorda l’effetto Kulešov dell’immagine cinematografica che, lo ricordo, mostra come il montaggio possa cambiare il senso di un’inquadratura isolata. In disparte dai gruppi che compongono L’ultima cena, Sanders sembra indifferente alla comunione; seduto tra gli operai che pranzano sulla trave di un grattacielo, sembra al contrario suscitare l’interesse di due di loro, rivolti a lui come se fosse il Messia; seduto sul divano di Friends, circondato dalla loro allegra compagnia, assomiglia a Droopy; portato via dai palloncini nel cielo, simboleggia il possibile rinnovamento della politica americana (“le cose migliorano”, nota il creatore dell’immagine). La consacrazione del meme sarà raggiunta quando, estendendosi oltre la sua regione d’origine, raggiungerà le coste francesi con la foto del ministro delle Solidarietà e della Salute Olivier Véran nei panni di Sanders mentre riceve la propria dose di vaccino anti-Covid. Queste incursioni in ambienti estranei alla scena iniziale sono in genere photobombing, con Sanders che si interpone tra personalità reali o finzionali.

La comicità della ripetizione è alla base di molte commedie. La ripetizione di cui si parla qui è più sottile, poiché si basa sulla differenza. Come dice Deleuze “la ripetizione è potenza della differenza, non meno che la differenza è potere della ripetizione” (Proust et les signes, 1964). Quello che mi piace è questa riduplicazione indefinita dello stesso cambiamento sotto l’effetto delle variazioni di contesto. La foto iniziale colpiva per la calma e la solitudine di Sanders, la sua moltiplicazione lo rende un uomo davvero impassibile, non influenzato in alcun modo dal contesto, qualunque esso sia. Da questa ripetizione nasce una simpatia che costruisce, per il democratico, un ethos positivo che lo definirà per sempre. Così com’è in se stesso, l’eternità lo cambia…

Quello che Queneau fa con le parole, i meme lo fanno con le risorse del linguaggio audiovisivo, creando variazioni su una situazione, un personaggio, una caratteristica, come lo scrittore con la lingua.

Per rispondere all’interrogativo iniziale sul mio amore per i meme, devo ammettere che questa dialettica tra ripetizioni e variazioni è stata al centro di tutte le opere che mi hanno più affascinato. Bergson nota che il comico “non appartiene né del tutto all’arte né del tutto alla vita” e, rilancia Genette, “il piacere che comportano gli effetti comici può sublimarsi in quell’altro piacere propriamente estetico che comunemente, e per mancanza di meglio, si chiama ammirazione”. Sebbene ritenga eccessivo fare una “valutazione estetica positiva” di una battuta o una gag, mi piace osservare le variazioni di un tema all’infinito, sia che guardi i meme o i dipinti, sia che legga o ascolti la musica. Se un meme isolato può divertire come il disegno umoristico di un giornale, è solo a cascata che nasce il piacere della ripetizione. Prendete gli Esercizi di stile di Queneau (1947). All’inizio si tratta di una storia semplice e banale, raccontata sotto forma di “Notazioni”: su un autobus, in un giorno di grande affluenza, “un tipo […] cappello floscio con una cordicella al posto del nastro […] si arrabbia con un vicino […]. Due ore più tardi lo incontro alla Cour de Rome, davanti alla Gare SaintLazare”. Ometto alcuni dettagli di questo testo per conservarne solo la struttura. Raccontato così, suscita a malapena un sorriso. Al contrario, più ci si addentra nelle altre 98 versioni, che variano l’ordine del racconto, l’obiettività o la soggettività, le figure retoriche (litote, metafora, apocope, ecc.), i generi (lettera ufficiale, comunicato stampa), i tempi verbali (presente, passato remoto, imperfetto), più il testo diventa esilarante: “Non s’era in pochi a spostarci. Un tale, al di qua della maturità, e che non sembrava un mostro d’intelligenza, borbottò per un poco con un signore che a lato si sarebbe comportato in modo improprio. Poi si astenne e rinunciò a restar in piedi. Non fu certo il giorno dopo che mi avvenne di rivederlo: non era solo e si occupava di moda” (il riferimento è alla versione dal titolo “Litote”, nella traduzione di Umberto Eco, 1983).

Quello che Queneau fa con le parole, i meme lo fanno con le risorse del linguaggio audiovisivo, creando variazioni su una situazione, un personaggio, una caratteristica, come lo scrittore con la lingua. Per quanto io ricordi, molte opere che ho amato sono state variazioni su un tema. È iniziato con Robbe-Grillet, su cui ho scritto i miei primi articoli. Quando ho scoperto La Jalousie, su un piccolo quaderno ho annotato con diletto le minuscole varianti di una delle scene centrali del romanzo, di cui un critico poco ispirato aveva scritto: “Eliminate da La Jalousie tutto ciò che non riguarda direttamente o indirettamente l’argomento e tutto ciò che è solo ripetizione, ridondanza: rimarranno venticinque pagine”. Prova ne sia che il gusto di ripetizione e variazione non è affatto universale. Né è un’esclusiva della modernità: tornano in mente i commenti della guida davanti alle colonne di un convento, che sottolineava come tutti i motivi dei capitelli fossero diversi, nonostante l’apparente somiglianza. Forse lo troverete sorprendente: ma, per me, il piacere dei meme è paragonabile a quello che provo ascoltando L’offerta musicale di Bach. Seguire il percorso di un tema, dato all’inizio, attraverso le sue imitazioni, le sue variazioni, i suoi aumenti, i suoi capovolgimenti, i suoi passaggi da uno strumento all’altro. Le parodie pittoriche lavorano certamente materiali diversi, ma vi ritrovo ancora questo gioco tra la persistenza e le modifiche fino al punto che a volte si dimentica l’opera parodiata. Sono dovuto arrivare fin qui per scoprire finalmente come, nella diversità dei temi che ho studiato, delle opere che ho amato, cercassi lo stesso piacere di cui i meme erano l’ultima fonte o, almeno, una fonte in più. 


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