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Reality

DAU. Rimettere in scena la Storia

Un gruppo di persone si è trovato a ricreare la vita ai tempi del regime sovietico. Un materiale enorme che sta ora trovando forma, tra controversie e inquietudini.

“Inventare la verità è un duro lavoro” (Aleksandr Zinov’ev).

In Russia ha scatenato polemiche infinite e anche molto accese. Il Cremlino ha censurato quattro episodi tacciandoli di “propaganda pornografica”. È stato definito dal Guardian il “Truman Show stalinista”, una sorta di reality in costume ambientato in epoca sovietica, esperimento immorale e crudele secondo alcuni, girato tra il 2009 e il 2011 ma in cantiere dal 2005. Risultato a oggi: 700 ore di girato (tutto in pellicola 35mm) e 14 film di varia durata progressivamente disponibili online, dopo la prima alla Berlinale di Natasha e Degeneration (nel 2019 c’era stata un’anteprima a Parigi dove furono proiettati 12 film, in uno spazio a metà strada tra un’installazione e un black site, previo acquisto di un visto al posto del canonico biglietto). La post-produzione è ancora in corso, e in un futuro non meglio identificato dovrebbero uscire una serie tv, alcuni documentari e la versione theatrical di DAU.

Dentro l’Istituto

Originariamente concepito come un biobic sul fisico e Premio Nobel Lev Landau, il progetto si è poi tramutato in un mastodontico esperimento artistico-sociologico che ha rimesso in scena, nonché in discussione, la granitica e kafkiana ambizione del progetto sovietico – ma anche riflesso in controluce la Russia contemporanea, almeno nelle intenzioni. Landau era uno scienziato sui generis, credeva nella felicità e nell’amore libero, che chiamava “patto di non-aggressione coniugale”. Visse la maggior parte della sua vita adulta in un istituto di ricerca semi-segreto alle porte di Mosca, nel 1962 fu coinvolto in un grave incidente d’auto da cui non si riprese mai del tutto e morì nel 1968. La versione cinematograficamente espansa della sua vita è finanziata da Sergey Adoniev, oligarca russo vicino all’opposizione liberal (finanzia anche la Novaya Gazeta, organo principale dell’opposizione anti-Putin). Girato quasi interamente in quello che è stato descritto come il più grande teatro di posa mai costruito in Europa, l’Istituto di Fisica Teorica Lev Landau che il regista Ilya Khrzhanovskiy ha fatto erigere appositamente nella periferia di Kharkiv, in Ucraina orientale, DAU è una creazione proteiforme dai contorni etici tutt’altro che chiari. Migliaia di comparse e attori non-professionisti hanno coabitato per lunghi periodi, addirittura anni si dice, in questo simulacro sovietico dove ognuno interpretava sé stesso in un limbo di anacronismo storico. Un’estremizzazione del Metodo Stanislavski che ha visto la partecipazione anche di celebrità del mondo della scienza e dello spettacolo, come i fisici David Gross e Carlo Rovelli, il drammaturgo Romeo Castellucci, Marina Abramović, Willem Dafoe e Gerard Depardieu (che però non hanno vissuto sul set con le comparse). Tra gli ospiti più controversi dell’Istituto, un gruppo di neonazisti capeggiati da Maxim Martsinkevich, che nel 2017 è stato condannato a dieci anni di reclusione e ai lavori forzati.

Al contrario del Grande fratello, all’interno dell’Istituto non c’erano telecamere nascoste, ma solo il direttore della fotografia Jürgen Jürges (storico collaboratore di Fassbinder) con una troupe di due persone. Per la maggior parte del tempo gli inquilini di questo set permanente hanno vissuto lontani da sguardi indiscreti, completamente immersi nel passato. Anche le 700 ore di girato nell’arco di tre anni risultano relativamente circospette. Tutto, dall’arredo alla biancheria intima, dalla cucina alla valuta, dal packaging dei prodotti alle capigliature è stato accuratamente ricostruito ma anche costantemente aggiornato, dato che l’epopea di DAU si dipana dal 1938 fino al 1968. Trent’anni di storia fitti di avvenimenti: lo stalinismo e le sue purghe, la Grande Guerra Patriottica (così i russi chiamano il secondo conflitto mondiale), l’effimera e rimossa alleanza bellica con gli Alleati (che a Hollywood celebrarono con film filo-sovietici oggi dimenticati e imbarazzanti), la destalinizzazione kruscioviana e il restauro soft del satrapo Brezhnev. Ma anche anni fatti di quotidianità, anonima e ordinaria, deformata dalla paranoia da Guerra Fredda fino ad assumere tratti fantascientifici o addirittura pedo-cannibalici.

Più che la storia con la “S” maiuscola, a Khrzhanovskiy interessa la rievocazione delle consuetudini sociali dell’epoca, per osservare da vicino come un sistema politico si articoli nella vita di ogni giorno. Da qui l’idea di una ricostruzione totale, senza ciak, motore e azione – una messa in scena perenne. Quando il produttore scozzese Eddie Dick visitò il set nel 2011 per discutere una possibile collaborazione tra Khrzhanovskiy e il regista britannico Nicolas Roeg, gli furono forniti abiti e persino occhiali da vista di epoca sovietica. Prima di entrare nell’Istituto, gli fu consegnata una scheda informativa sul 1953, l’anno corrente all’interno di DAU, e all’ingresso delle guardie armate lo interrogarono circa il proposito della sua visita. Una volta dentro, ha raccontato il produttore, tutti sono rimasti nel personaggio: c’era la redazione di un giornale che stava lavorando al numero del giorno dopo, scienziati impegnati in una conferenza, gente che mangiava nel refettorio. Nessuno ha filmato la sua visita. Il tentativo era di ricreare uno spaccato di società sovietica il più fedelmente possibile, con il rischio annesso di replicarne i soprusi in caso di successo. Un sistema di contravvenzioni all’interno dell’Istituto pare aver creato un clima di sospetto reciproco dove la delazione regnava suprema. “In un regime totalitario la repressione porta al tradimento”, dichiarò il regista a lavori in corso, “è un aspetto che mi interessa molto”. Quando le porte del set erano ancora chiuse infatti, già si vociferava di una situazione degenerata ben oltre i limiti del consenso e di un regista manipolatore e assetato di potere.

Fuori controllo

Le prime indiscrezioni a riguardo fuoriuscirono in un articolo di GQ dell’ottobre 2011, firmato dallo sceneggiatore americano Michael Idov, originario della Lettonia. Ospite sul set di DAU per tre interi giorni, Idov riportò la sua surreale esperienza e cercò di verificare le voci che circolavano circa le dinamiche proto-dittatoriali all’interno dell’Istituto. Il giornalista, poco incline a rivivere la sua gioventù lettone passata sotto il regime sovietico, ammise di essersi trovato implicato abbastanza velocemente in una situazione tanto chimerica quanto vischiosa. Nonostante l’irrealtà del set e il suo presupposto ucronico, Idov non riuscì a sottrarsi alla messa in scena e fu sorpreso dal labile confine tra realtà e finzione storica. Khrzhanovskiy, a suo dire, si aggirava dietro le quinte assertivo e spigliato, ma una volta dentro l’Istituto anche il suo deus ex machina era trattato alla stregua di una qualsiasi comparsa. A seconda delle testimonianze di ex partecipanti e collaboratrici, il regista era un genio o un approfittatore. Agli aspiranti inquilini di sesso femminile, durante i provini, erano poste domande molto dettagliate sulla loro sessualità e disponibilità. C’è chi è scappato a gambe levate e chi è rimasto. 

Ma se il mito del genio megalomane, maschio e “seduttore”, era ancora spendibile sul mercato cinematografico nel 2011, le cose sono cambiate nell’era post-Weinstein. Durante il festival di Berlino, il giorno delle premiazioni, un gruppo di critici russi hanno pubblicato una lettera aperta al direttore artistico, rilanciata da Variety, mettendo in discussione l’integrità etica del festival per aver selezionato DAU. Alla dirigenza del festival era rimproverato l’aver incluso nella line-up un film realizzato in condizioni tutt’altro che opportune e contenente scene di sesso non simulato e all’apparenza non consenziente. Non è da escludere che il regista abbia in questa e altre occasioni cercato lo scandalo a fini pubblicitari, dato che i due “episodi” mostrati a Berlino sono i più controversi di quelli usciti finora (Khrzhanovskiy ha di recente destato nuovamente scalpore per la sua “curatela” del monumento commemorativo di Babi Yar, accusato di averlo trasformato in una “Disneyland dell’Olocausto”). 

La maggior parte dei film a oggi disponibili sono chamber piece dedicati allo studio dei personaggi e delle loro interazioni, del tutto privi di elementi eticamente sospetti, almeno all’apparenza. Quello che più colpisce e a tratti inquieta è la naturalezza dei personaggi, per nulla intenti a recitare. L’impressione è di trovarsi al cospetto di dinamiche relazionali unscripted, genuine, esito di una simulazione protratta a tal punto da sfociare in realtà. In Three Days, ambientato nel 1956, Dau (interpretato dal compositore greco Teodor Currentzis) riceve una visita di un vecchio amore di gioventù. L’intero film consiste in una lunga e straziante conversazione notturna dove i vecchi amanti rivangano il loro trascorso amoroso tutt’altro che risolto. Nonostante l’assenza di trama, le quasi due ore di film hanno un loro magnetismo ipnotico. È difficile stabilire se la fascinazione da parte dello spettatore è dovuta anche o soprattutto all’allestimento anti-drammaturgico e al suo effetto di straniamento iperrealistico. La sensazione, tangibile, è di trovarsi al cospetto di un esperimento folle ma riuscito. Nessuno sembra recitare, neanche gli attori. In Nora Mother, per esempio, la moglie di Dau (interpretata dalla sola attrice professionista presente sul set, Radmila Shegoleva) ha un diverbio scostante e dolente con la madre. Anche qui si ha l’impressione di assistere a uno sclero da reality nobilitato, un romanzo russo scritto da John de Mol. La stessa verosimiglianza comportamentale ed emotiva la si ritrova in tutti gli “episodi” di Dau, almeno in quelli da noi visionati, a cui però si aggiunge una riflessione politica e sociale non altrettanto riuscita. Il sotteso parallelo tra socialismo sovietico e (neo)nazismo non spicca per originalità e Khrzhanovskiy non è in grado di approfondirlo in maniera inedita. 

Questioni irrisolte

DAU ritorna più volte sul tema dell’antisemitismo, mai sopito nella Russia socialista, ma in maniera un po’ sconclusionata. Degeneration, tra gli “episodi” più contestati, si apre con le parole del rabbino talmudico Adin Steinsaltz e si conclude con la conquista dell’Istituto da parte dei neonazisti. Stalin fu il primo, anticipando le destre a venire, a coniugare sionismo e antisemitismo nel suo iniziale appoggio allo stato di Israele che coincise con la persecuzione degli ebrei sovietici. Ciò detto, l’antisemitismo tra le fila del neofascismo russo, ma non solo, è ormai residuale, rimpiazzato dall’odio islamofobo e anti-migrante, nonché da un’improvvisa infatuazione con la civiltà giudaico-cristiana, o presunta tale (a triste riprova che il capro espiatorio è spesso contingenza storica più che atavico nemico).
Notevole, se così si può definire, è il ritratto del KGB che emerge in Brave People e Degeneration, come eminenza grigia dedita alla violenza psicologica più che fisica. Anima di ferro manipolatrice che tiene tutti sotto scacco, agenti compresi. Inquietante la presenza di Vladimir Azhippo, ex guardia carceraria, nel ruolo di se stesso mentre scala i vertici della polizia segreta a testa bassa e spalle larghe, inesorabile come la morte. Ma l’aspetto più angosciante che trapela dalle mura dell’istituto sullo schermo è la sua attualità preterintenzionale. Se all’arredo soviet-kitsch si sostituissero tavoli da ping-pong e calcetto colorati, le dinamiche accentratrici, monopolistico-concorrenziali parrebbero simili a un qualsiasi colosso della Silicon Valley. Gli internati, costretti dalle circostanze a un individualismo survivalista anche se intriso di retorica comunitaria, poi così diversi non sono dalla manovalanza smart che vive, mangia, dorme e sogna in ufficio, sempre al lavoro. Il mostro del comunismo sovietico, in apparenza sepolto dal trionfo della democrazia occidentale, non sembra così diverso dalle distopie multinazionali del capitalismo digitale. Al massimo quello che cambia è la tavolozza cromatica dell’incubo, grigio triste e verde smorto da una parte, a tinte vivaci ed ingannevoli dall’altra. La sostanza, ahinoi, sembra sempre più la stessa. Lavoratori in stato di semi-schiavitù, culto della personalità, un’ideologia avariata spacciata per utopia riflettono in DAU l’ombra di un modello in teoria opposto, ma spaventosamente speculare.


Giovanni Vimercati

Ricercatore presso l’American University of Beirut, ha scritto di cinema e tv (spesso con lo pseudonimo Celluloid Liberation Front) per Variety, The Guardian, Sight & Sound, LA Review of Books, New Statesman, Indiewire, Filmidee, Huffington Post, Cinema Scope, Film Comment, The Independent e altri. Collabora come consulente per Camera CDI, società di distribuzione in ambito televisivo.

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