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intelligenza artificiale

Hollywood Sora

Con l’arrivo di Sora 2, i video generati dall’IA hanno raggiunto un realismo mai visto. Ma l’entusiasmo iniziale sta lasciando spazio al caos, a partire da Hollywood, dove il confine tra creatività e violazione del copyright è sempre più sottile.

A inizio mese OpenAI ha presentato Sora 2, la nuova versione del suo modello in grado di generare video, un po’ come ChatGPT genera testo. La novità non è stata tanto il balzo qualitativo dei risultati prodotti, comunque strabiliante e inquietante, quanto la trasformazione di Sora in uno strumento con duplice funzionalità: un’app e un feed.

Se ne parlava da tempo. A fine settembre, secondo un’informata ricostruzione dell’Hollywood Reporter, i rappresentanti degli studi e delle talent agency, che controllano e gestiscono attori, personalità e proprietà intellettuali coperte da diritto d’autore, bussarono alla porta di OpenAI per avere rassicurazioni sul lancio di questo nuovo prodotto, dato per imminente da molti. L’azienda fu schietta: cercò di rassicurare tutti per poi presentare l’approccio che avrebbe utilizzato nella gestione dei loro attori e personaggi. 

Burning bridges

La strategia prevedeva una parola che era tutto un programma: opt-out. In pratica, Sora avrebbe generato video su qualunque cosa, senza perdere troppo tempo a preoccuparsi del copyright o delle leggi, e sarebbe toccato alle agenzie e agli studios segnalare a OpenAI quali dei loro protetti volevano sottrarre a questo trattamento. Insomma, “dovete essere voi a dirci che non possiamo usare Topolino o SpongeBob, altrimenti noi li usiamo – e non dite che non vi avevamo avvertito!”

L’approccio di Sam Altman, capo di OpenAI, è stato particolarmente aggressivo e ha prodotto gli effetti che tutti potevano prevedere – Altman in primis. Sora ha inaugurato il suo feed con una pioggia di video generati in cui comparivano Super Mario, personaggi Marvel, e tanti attori e volti noti, tra cui anche Martin Luther King. E poi il citato SpongeBob, i Pokémon, scene di noti videogiochi come Grand Theft Auto e Red Dead Redemption. L’anarchica pacchia durò qualche giorno, poi OpenAI arretrò (o era tutta parte del piano?) imponendo limiti d’utilizzo.

Nel nome della disruption si deve andare avanti, e poco importa se chiunque può scaricare Sora e generare in pochi istanti un video in cui Mickey Mouse va in bicicletta e dice cose sceme, o mio cugino che abbraccia Ryan Reynolds. Tale è il prezzo della libertà.

A quel punto, però, come ha detto un rappresentante di WME, una delle più grandi talent agency del mondo, “il ponte era bruciato” e pare che alcune aziende faranno causa a OpenAI, aggiungendosi alla pila di grane giudiziarie accumulate dall’azienda in poco meno di tre anni, e dal cui esito dipende l’industria mega miliardaria delle IA generative. 

Perché è ovvio che il settore Big Tech, in particolare Altman, non voglia accettare l’esistenza del copyright o del diritto all’immagine, che considera vestigia burocratiche, una delle tante manifestazioni dei cosiddetti regulators. Nel nome della disruption si deve andare avanti, e poco importa se chiunque può scaricare Sora (non in Unione europea e nel Regno Unito, dove non è ancora disponibile, sempre per evitare i regulators del Vecchio Continente) e generare in pochi istanti un video in cui Mickey Mouse va in bicicletta e dice cose sceme, o mio cugino che abbraccia Ryan Reynolds. Tale è il prezzo della libertà. 

Per dare un’idea del numero di contenuti ispirati a personaggi realmente esistenti, a pochi giorni dal lancio di Sora, la figlia di Martin Luther King Jr. ha dovuto chiedere agli utenti di smetterla di generare video (spesso ironici) in cui suo padre faceva capolino in contesti bizzarri, tanto da convincere OpenAI a impedire l’utilizzo della sua figura. Lo stesso ha fatto la figlia dell’attore Robin Williams, chiedendo per favore ai “fan” del padre di smetterla di rianimarlo forzatamente con le IA.

Che poi, come detto, questo Far West è durato qualche giorno, prima che l’azienda fosse costretta a chiudere i rubinetti. Più che una ritirata – e quindi una sconfitta per OpenAI –, però, potrebbe trattarsi di una scaltra tecnica di espansione: ogni volta si tira dritti e si fa qualcosa in più, fregandosene delle regole, e quando si viene ripresi da qualcuno si chiede scusa e si torna indietro. Mai del tutto, però. E soprattutto: ogni volta si fissa un precedente pesante, in grado di rendere più digeribile e meno sorprendente la prossima invasione di campo. Basta avere un po’ di pazienza (e un solido team legale) e nel giro di un paio d’anni la prassi può cambiare, eccome, specie se alla Casa Bianca siede la persona meno incline al rispetto delle regole.

Deepfake per tutti

Non è solo Hollywood, comunque. Se si guarda il panorama da lontano, il piano sembra chiaro, ed è stato riassunto da un titolo del Wall Street Journal, secondo il quale “grazie alle IA, la nostra faccia non ci appartiene più”. Con Sora, infatti, non è solo possibile creare video con personaggi famosi e iconici; lo stesso può essere fatto con le fattezze degli utenti, delle persone qualunque, grazie a quella che è forse la funzione più importante del servizio: Cameo. 

Con Cameo è possibile creare un proprio avatar digitale da inserire poi in situazioni d’ogni tipo, ottenendo clip da condividere con gli amici. I quali, a loro volta, possono fare lo stesso con le loro fattezze, ricreando un gruppo di amici nel mondo digitale: immaginate che spasso, essere ragazzini e poter creare video della propria compagnia… in qualsiasi situazione, con qualsiasi personaggio della cultura pop. Non stupisce che dal momento della sua messa online Sora sia in cima alle classifiche dei download di app degli Stati Uniti (e non solo).

Non è ancora finita, perché ogni utente può decidere come trattare il proprio Cameo, rendendolo disponibile solo a se stesso, ai propri contatti o a qualche prescelto. Oppure, addirittura, a tutti. Cioè, tutti-tutti: all’intero social network. È quello che ha fatto Altman dando vita a innumerevoli video con lui come protagonista (tra cui uno, virale, in cui lo si vede rubare GPU Nvidia dicendo che gli servono per i data center. Chi lo ha pubblicato? Un utente OpenAI, ovviamente.)

Con Sora non è solo possibile creare video con personaggi famosi e iconici. Lo stesso può essere fatto con le fattezze degli utenti, delle persone qualunque.

Anche lo youtuber Jake Paul ha preso la stessa decisione, dandosi in pasto alla macchina di Sora nella speranza di ottenere attenzione da un pubblico enorme. Così è stato, anche se, complice la giovanissima età dell’utente medio di Sora, Paul è finito per diventare protagonista di video in cui dice di essere gay. Da morire del ridere, insomma, ma questo è il rischio insito nel rinunciare al controllo della propria faccia e della propria identità, cedendolo a una macchina pensata per produrre in massa deepfake d’ogni tipo. 

Aprire il proprio Cameo al mondo intero è la classica scelta che solo un dodicenne (o Jake Paul) potrebbe fare. Sam Altman, quindi, che ci fa in questo gruppo? Il suo compito, immaginiamo, sia quello di dare il buono (anzi, cattivo) esempio, dimostrando che a) sa stare al gioco e b) non ha paura della propria invenzione né della sua community. Rimane difficile credergli, visto che Altman è lo stesso che da tre anni piagnucola sul “pericolo estinzione causato dalle IA”, per poi trasformare ChatGPT in un bot erotico e aprire le gabbie di Sora.

Eppure i limiti e i blocchi di sicurezza esistono anche qui. Nel gergo tecnico vengono detti guardrails: una serie di impostazioni pensate per impedire agli utenti di generare contenuti coperti da copyright, o di trasformare Sora in uno dei tanti “nudificatori” presenti online (app di ogni tipo pensati per creare versioni erotiche o pornografiche di chiunque). Limiti di buon senso a cui OpenAI è arrivata un po’ forzatamente, e che non sono stati accolti positivamente da parte della community di Sora. Sull’App Store, infatti, Sora è stata bombardata da recensioni negative a una o due stelline, firmate da utenti frustrati dalla presenza di blocchi. 

Molti di loro, ha notato Business Insider, sono giovanissimi che usavano questa app per gli sghignazzi ma è interessante notare come il minimo della decenza – e del rispetto di norme secolari quali il diritto d’autore – siano un fastidioso impedimento. Non solo per le aziende del settore, che non vedono l’ora di travolgerle, ma anche per una parte del pubblico che vuole generare tutto. E subito.


Pietro Minto

Nato a Mirano, in provincia di Venezia, nel 1987; vive a Milano. Collabora con Il Foglio, Il Post e altre testate. Dal 2014 cura la newsletter Link Molto Belli.

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