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Narrazioni

Main character syndrome: istruzioni per l’uso

Serie tv e social media condividono la stessa ossessione: l’io al centro di tutto. Dall’estetica aspirazionale di Emily in Paris al mantra do it for the plot, analizziamo il ruolo dell’autonarrazione come filtro privilegiato dell’esperienza contemporanea.

Le serie tv e i social media hanno finito per condividere la stessa ossessione: mettere l’io al centro di tutto. Non si tratta più, o almeno non tanto, di raccontare storie complesse, o di esplorare mondi articolati, ma di costruire narrazioni in cui il/la protagonista diventa il fulcro assoluto attorno a cui ruota ogni evento. È un meccanismo che ha conquistato tanto lo schermo quanto il feed, trasformando l’esistenza quotidiana in un esercizio di autonarrazione perpetua.

Questa dinamica ha trovato espressione in fenomeni come la main character syndrome e la main character energy che incoraggiano le persone a comportarsi come se fossero i protagonisti di un film, trasformando la propria vita in una narrazione dove ogni decisione viene giustificata come parte dello sviluppo del personaggio. Il contenuto viene romanticizzato con edit ad hoc, dove gesti ordinari vengono messi in scena come momenti rilevanti per generare engagement: accettare quell’invito, fare quel viaggio, iniziare quella relazione non tanto per il valore intrinseco dell’esperienza, ma perché “è materiale per la storia”, possibilmente pensato in anticipo come contenuto condivisibile. Do it for the plot è diventato così il mantra-hashtag di una generazione che vive ogni esperienza come materiale narrativo da aggiungere al proprio arco drammatico personale. 

Il mondo come volontà e rappresentazione

La serialità contemporanea non solo intercetta questa logica, ma la amplifica e la legittima, offrendo protagonisti che sembrano vivere dentro una rappresentazione più che dentro un mondo complesso. Emily in Paris rappresenta forse l’esempio più emblematico di questo cortocircuito tra logiche social e narrazione da main character. La centralità assoluta della protagonista non è mai messa in discussione. Emily Cooper, interpretata da Lily Collins, non abita Parigi, o più di recente Roma: le abita come un set infinitamente disponibile per la sua performance identitaria.  

La main character energy di Emily in Paris è la stessa fantasia che alimenta l’economia dell’attenzione sui social: l’idea che la visibilità sia un merito, che il successo sia sempre giustificato, che il riconoscimento arrivi naturalmente a chi “osa” essere al centro della scena.

Oltre l’estetica aspirazionale, dai colori saturi e i costumi elaborati, la struttura narrativa si basa su conflitti che si risolvono rapidamente e facilmente, le conseguenze delle sue azioni vengono minimizzate, i personaggi secondari esistono principalmente come supporto o ostacolo temporaneo alla sua ascesa. Quando Emily pubblica contenuti per il mercato del lusso francese senza parlare la lingua, quando crea campagne improvvisate che ottengono successo immediato, quando risolve crisi di comunicazione con idee spontanee durante aperitivi, i suoi creatori non stanno semplicemente utilizzando espedienti narrativi: stanno attingendo alla main character energy.

La scena in cui Emily, nella prima stagione, risolve una crisi di immagine per un cliente dell’agenzia semplicemente postando una foto su Instagram dal suo account personale è emblematica. Il contenuto diventa immediatamente virale, il problema si risolve, Emily viene celebrata. Non c’è strategia, non c’è lavoro collettivo, non c’è complessità: c’è solo l’intuizione della protagonista che, trasformata in contenuto, genera risultati istantanei. È la stessa fantasia che alimenta l’economia dell’attenzione sui social: l’idea che la visibilità sia un merito, che il successo sia sempre giustificato, che il riconoscimento arrivi naturalmente a chi “osa” essere al centro della scena.

In Emily in Paris l’autonarrazione digitale funziona come un vero e proprio meccanismo di avanzamento drammatico. I suoi contenuti social sono plot point, ma lo strumento attraverso cui gli eventi accadono: generano opportunità professionali, aprono porte, innescano incontri decisivi. La serie tv costruisce così un’equivalenza diretta tra visibilità online e successo reale, tra performance dell’identità e realizzazione personale.  

La vita come contenuto

Questa logica non è un’esclusiva di Emily in Paris. Nella seconda stagione di And Just Like That, il proseguimento di Sex and the City, nell’episodio Trick or Treat, il breve flirt di Carrie con George Campbell – nato da un incidente banale in strada e concluso senza conseguenze reali – è un esempio chiaro di main character syndrome: l’evento, oggettivamente marginale, viene trattato dalla serie come narrativamente rilevante solo perché accade a lei. George non è costruito come un personaggio autonomo, ma come un dispositivo narrativo al servizio di Carrie e della sua auto-narrazione emotiva nel periodo post-Big. L’incontro non ha valore in sé, bensì come micro-capitolo utile a consolidare il suo percorso personale: una dinamica tipica del personaggio-centro, in cui l’altro resta funzionale, intercambiabile e privo di continuità. Ciò che conta non è la relazione, ma la possibilità per Carrie di leggerla come segno ed esperienza simbolica, confermando che l’universo narrativo continua a organizzarsi attorno al suo punto di vista, anche quando la posta in gioco è minima.

In Sex and the City gli incontri sentimentali on-off erano già, senza dubbio, dispositivi narrativi: uomini spesso poco approfonditi, pensati per far avanzare la riflessione di Carrie e delle altre. La differenza cruciale è che quei pretesti generavano conflitto. Ognuno incarnava una tensione riconoscibile – dipendenza contro autonomia, desiderio contro sicurezza, romanticismo contro cinismo – e quella tensione veniva discussa, contraddetta, talvolta ridicolizzata. Carrie non usciva quasi mai “intatta”: veniva smentita, messa in difficoltà, costretta a riformulare la propria posizione.

Euphoria, la serie HBO creata da Sam Levinson, segue principalmente Rue Bennett nel suo percorso di recupero dalla dipendenza da droghe. Uno dei personaggi chiave del teen drama è Cassie Howard, interpretata da Sydney Sweeney. Sebbene la sua storyline sia marginale all’inizio, nella seconda stagione, Cassie diventa l’incarnazione perfetta della main character syndrome applicata alle dinamiche adolescenziali. Il suo arco narrativo ruota interamente attorno alla sua necessità di essere al centro dell’attenzione, di essere desiderata, di essere vista come la protagonista di una storia romantica anche quando questo significa tradire la sua migliore amica Maddy iniziando una relazione segreta con il suo ex ragazzo Nate.

Quello che rende Cassie particolarmente interessante come caso di studio è il modo in cui la sceneggiatura fa emergere la sua ossessione per la performance identitaria. Le scene mattutine in cui Cassie si sveglia alle quattro del mattino per prepararsi ore prima della scuola, provando diversi outfit, trucco e acconciature nel tentativo di intercettare l’attenzione di Nate, mostrano esplicitamente il lavoro della costruzione dell’identità come performance. La scena finale della seconda stagione Cassie è ritratta circondata da fiori in un contesto quasi onirico che riflette la sua fragilità e la sua ossessione per l’apparenza e l’amore romantico. L’ennesima rappresentazione che dimostra come lei fatichi a distinguere se stessa dalla narrazione che desidera vivere.

Ma non è un fenomeno esclusivamente femminile, e You lo dimostra bene. Joe Goldberg, interpretato da Penn Badgley, si vede come un eroe romantico che deve proteggere le donne di cui si ossessiona. La serie Netflix utilizza il dispositivo della narrazione in prima persona per metterci nella prospettiva delirante di Joe, sfumando il confine tra romanticismo e ossessione. Joe non vive semplicemente la sua vita: la narra costantemente, trasformando ogni comportamento criminale in gesto d’amore, ogni violazione della privacy in dedizione profonda. “Sto facendo questo per te” ripete mentre spia, manipola, elimina chiunque ostacoli la sua trama.  

L’identificazione con personaggi costruiti attorno a una centralità assoluta rafforza l’idea che anche la vita debba seguire gli stessi schemi, dove i problemi si risolvono per intuizione e la giusta attitudine sostituisce la complessità.

Quello che You mette in scena con precisione è l’aspetto più oscuro dell’autonarrazione continua: quando diventi così convinto di essere il protagonista della tua storia, le altre persone smettono di essere persone e diventano personaggi secondari, funzionali al tuo arco drammatico. Le donne nella vita di Joe non hanno agency reale nella sua narrazione: esistono per farlo crescere, per testarlo, per amarlo o tradirlo. Quando non si conformano alla storia che Joe ha scritto per loro nella sua testa, diventano ostacoli da rimuovere. Il mondo deve piegarsi alla trama che Joe ha deciso di vivere.

Dal feed allo schermo e ritorno 

Il mantra del do it for the plot attraversa molte di queste narrazioni: i personaggi accettano situazioni assurde, prendono decisioni discutibili e si espongono al rischio perché tutto può essere giustificato come parte della propria storia personale, come arricchimento del proprio arco narrativo. Questa logica non resta confinata alla finzione, ma influisce sul modo in cui le audience si relazionano alle serie tv e, per estensione, a se stesse. L’identificazione con personaggi costruiti attorno a una centralità assoluta rafforza l’idea che anche la vita reale debba seguire gli stessi schemi, dove i problemi si risolvono per intuizione e la giusta attitudine sostituisce la complessità. Il rischio non risiede nella singola serie, ma nell’ecosistema che si produce quando serialità e social media finiscono per alimentarsi a vicenda.

Il mondo complesso, con le sue contraddizioni e ambiguità, scompare dietro la necessità di mantenere una coerenza narrativa. I personaggi secondari – nella serie come nella vita – esistono funzionalmente al proprio arco drammatico. Le esperienze vengono selezionate non per il loro valore intrinseco ma per come si inseriscono nella trama che si sta costruendo. E la domanda che attraversa tanto il feed quanto lo schermo diventa sempre la stessa: “Come mi fa apparire questa storia? Come mi posiziona? Sto interpretando bene il mio ruolo di protagonista?” “Se faccio questa cosa di cui non sono convinta potrei trarne comunque beneficio?”. 

La vita si trasforma in trama, e la trama non può mai finire, perché smettere di narrarsi significherebbe smettere di esistere nello spazio pubblico che è diventato l’unico spazio in cui l’identità può manifestarsi e ricevere validazione. La storia continua, stagione dopo stagione, e noi con lei.


Lucia Antista

Giornalista pubblicista, scrive di cultura, arte e fenomeni digitali per diverse testate, tra cui Lampoon, Siamo Mine, Artribune e Artslife. Come autrice televisiva ha lavorato per i programmi di La7 e del gruppo Class editori.

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