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Fenomeni

Il fantacalcio come culto

Con milioni di italiani pronti a studiare statistiche e strategie, il fantacalcio è diventato molto più di un gioco: è una liturgia collettiva fatta di aste, sogni di gloria e dibattiti online. 

Il fantacalcio è un fenomeno che vive di una dinamica particolare. Chiunque conosce almeno una persona che ci gioca, ma senza praticarlo in prima persona è difficile coglierne davvero i meccanismi. Da fuori, chi lo vive sembra un tossicodipendente da dopamina (e, a dire il vero, chi non lo è, di questi tempi?), sempre pronto a estrarre il telefono durante il weekend per verificare se è arrivata la sua dose.

Il dealer? Un trequartista trentaseienne della Cremonese, in questo caso rappresentato con una caricatura sullo schermo dell’iPhone. Descritta così, la relazione tra giocatore e gioco può sembrare esagerata, eppure negli ultimi anni il fantacalcio è diventato mainstream: nato sulle pagine di carta della Gazzetta dello Sport, esploso nell’ecosistema del web ed esteso alla comunicazione di massa. Con tanto di dimenticabili film su Netflix.

Una crescita tanto improvvisa quanto irrazionale, che in realtà rivela molto di ciò che ci attrae quando guardiamo e partecipiamo a qualcosa online. E che ha trasformato, senza mezzi termini, il fantacalcio in un vero e proprio cult.

La liturgia del fantasy game

Il fantacalcio è un fantasy game in cui, rispettando un budget fittizio simile ai soldi del Monopoly, si costruisce una squadra composta da giocatori reali della Serie A. In base alle prestazioni dei calciatori acquistati, ogni partecipante ottiene dei punteggi, con bonus per gli eventi positivi (un gol vale 3 punti in più, un assist 1) e malus per quelli negativi (un cartellino giallo, ad esempio, comporta un -0,5). Chi totalizza il punteggio più alto vince. Il successo del gioco risiede nella sua ciclicità, capace di trasformare un passatempo in un rito collettivo.

Nel fantacalcio le probabilità di successo sono pari al lancio di una moneta: non dipende da te. È una fede, appunto. Ma dopo averci investito così tanto impegno, non la lasci andare. Anche perché, come in ogni culto, la posta in palio è alta.

Tutto comincia d’estate, quando gli invasati – pardon, i fantallenatori – studiano. Settimane passate a spulciare la lista dei calciatori, confrontare statistiche, elaborare strategie. Ore passate a scegliere i propri beniamini e a immaginare la squadra ideale. Spesso una squadra impossibile, ma tant’è. Un tempo questa fase si basava soprattutto sulle sensazioni: sui servizi televisivi che presentavano i nuovi arrivi in campionato, corredati da immagini sgranate di talenti brasiliani recuperate da chissà quale VHS. Adesso, però, la musica è cambiata.

Oggi sono circa 2,5 milioni gli italiani che giocano al fantacalcio, un’affluenza che ha moltiplicato i tool a disposizione: analisi dei dati, grafici di rendimento, prezzi medi d’asta. Potenzialmente chiunque può ormai consultare statistiche avanzate sui singoli giocatori, dedicando ore a farsi idee – più o meno fondate – per poi cimentarsi in un gioco che, alla fine, si basa prevalentemente sulla fortuna. È qui che si crea il primo cortocircuito, qualcosa di simile all’effetto IKEA: un bias cognitivo che porta le persone a dare più valore alle cose in cui hanno investito il proprio impegno. Nel caso dell’azienda svedese si tratta di montare mobili, qui di intuire se il giovane attaccante in arrivo dalla Serie B può realizzare dieci gol.

E così si torna alle routine liturgiche. Dopo settimane di overthinking arriva la notte dell’asta. Una cerimonia che si ripete in migliaia di case, regolata da codici non scritti. In sostanza, una serata in cui si mangia, si beve e si fa caciara. Ma è proprio qui che si decidono le sorti dell’intera stagione.

Infine, il rito settimanale. Il venerdì sera la scelta della formazione, poi la speranza che i propri giocatori segnino e, al lunedì sera, la delusione o l’esaltazione tipici del termine del turno di campionato. Un ciclo che scandisce il calendario calcistico e dà forma alla comunità di praticanti. Questa calendarizzazione alimenta hype continuo, in una sorta di involontaria strategia push and pull: un picco di interesse da luglio a settembre, che poi si frammenta ogni weekend seguendo il ritmo del campionato.

Intanto preghi: non puoi prevedere quando i tuoi giocatori renderanno abbastanza da farti vincere, né puoi influenzare le prestazioni dell’avversario. Le probabilità di successo sono pari al lancio di una moneta: non dipende da te. È una fede, appunto. Ma dopo averci investito così tanto impegno, non la lasci andare. Anche perché, come in ogni culto, la posta in palio è alta.

Di nostalgia, partecipazione e status sociale

Per lungo tempo, il rituale è rimasto in ombra. Fino a pochi anni fa, il fantacalcio restava confinato alle pagine della Gazzetta dello Sport, tra le discipline considerate “minori”. Era un gioco da iniziati, etichettato come passatempo-da-nerd, in un’epoca in cui essere nerd era sinonimo di esclusione.

La svolta è arrivata con gli smartphone e lo storytelling sui social. All’inizio sono state pagine come Calciatori Brutti o Chiamarsi Bomber a occuparsene in modo sommario, con quell’ironia da cinepanettone che li contraddistingue. I primi contenuti sul fantacalcio sono essenziali: una foto in primo piano di un giocatore, accompagnata da un copy stringato tipo: “Anche stasera attaccantebomberfortissimo ci ha fatto godere con un gol, +3”.

Con l’esplosione dell’app Fantacalcio – un brand che è stato capace di trasformare il fantasy game in un vero evento – la fanbase di partecipanti si è allargata ulteriormente. Un aumento del numero di giocatori dettato da due aspetti distinti e sinergici. In primo luogo, si parla di un gioco con storia pluridecennale che alimenta nostalgia e senso di appartenenza. In un mondo passatista e reazionario come quello del tifo calcistico, partecipare a qualcosa con uno storico diventa un gancio emotivo potente. In secondo luogo, l’idea di vincere la propria Lega rappresenta una promessa di status sociale. Si gioca per un piccolo montepremi in palio e, soprattutto, per essere il più esperto del proprio gruppo, il “profeta” che azzecca l’acquisto sottovalutato, il campione da esibire nei post e nelle discussioni online. Trasferita dalle chat private ai social network, questa dinamica si amplifica fino a diventare una spirale competitiva sempre più estesa.

L’ambizione quasi mistica di essere il migliore del proprio gruppo di amici può facilmente evolvere nel desiderio di dimostrarsi “il migliore in assoluto”, spesso nelle sezioni commenti di qualche fantaguru. Un’ambizione irrealizzabile, capace di generare polarizzazioni continue e dispute senza fine nelle community fantacalcistiche. Engagement allo stato puro, che alimenta e intensifica il dibattito.

Il fantacalcio come generatore di contenuti

Questa tendenza al riconoscimento sociale che i giocatori di fantacalcio ricercano nel privato e nel pubblico, rende il fantagiuoco una leva irresistibile per la produzione dei contenuti. La distribuzione algoritmica dei video ha cambiato il paradigma del content: i dati sono diventati fondamentali per capire in anticipo cosa può funzionare sui social, ben prima di premere rec sul microfono, lo smartphone o la videocamera. Per questo è molto più conveniente riproporre schemi già collaudati: meno fertili culturalmente, ma anche meno rischiosi.

La narrazione sul fantacalcio, quando il gioco iniziava a cavalcare un hype crescente, si è imposta come qualcosa di del tutto inedito per il mondo del calcio. Creator come lo youtuber Ludovico Rossini – con il suo approccio autoriale, capace di partire dal fantacalcio per riflettere su sociologia e attualità – o CarmySpecial e il team di ZonaFanta – con Nicolas Cariglia e Samuele Mandarò host del podcast OnlyFanta e ora tra i volti social de La Gazzetta dello Sport – hanno introdotto una prospettiva radicalmente nuova nella narrazione del calcio online. La dimostrazione che, con budget ben lontani da quelli televisivi, il fantacalcio (e quindi il calcio) offriva molti più spunti narrativi di quanti i media tradizionali fossero in grado di cogliere.

Giochisti contro risultatisti. Nostalgici del calcio da bar contro adepti del data-driven. Una versione sbiadita del duello progressisti contro conservatori. Così il culto, nato sotto una buona stella, comincia a perdere intensità.

Dopo l’avvento dei pionieri, a diventare dominante è stata soprattutto la tendenza a creare contenuti data-oriented. Sempre più creator sono arrivati sul mercato producendo reel in serie a partire da statistiche improbabili: un metodo che non offre vero valore aggiunto e che sta saturando il settore dei fantacreators. Lo stagnamento della proposta divulgativa attorno al fantasy game ha reso il fantacalcio stesso un campo da gioco perfetto per un certo tipo di narrativa digitale: polarizzata, memetica, già pronta per essere incastrata in schemi collaudati. Una dicotomia continua tra i giocatori delle origini, che fanno ancora le aste con carta e penna, e i fantaguru, “che rovinano questo gioco con le loro info da capiscers”!

Giochisti contro risultatisti. Nostalgici del calcio da bar contro adepti del data-driven. Una versione sbiadita del duello progressisti contro conservatori. Così il culto, nato sotto una buona stella, comincia a perdere intensità.

Le prospettive future

Negli ultimi anni, il fantacalcio ha fatto ciò che il calcio vero non è mai riuscito a fare. Educare a una visione più tattica, analitica e, a tratti, persino matura del pallone. Una visione in cui la materia della disputa viene osservata nella sua essenza, non filtrata dalla ressa a cui ci si abitua guardando le principali trasmissioni mainstream.

Spinto inizialmente da questa nuova ondata, ora che è un fenomeno di massa il fantacalcio si muove su un equilibrio particolare. Da un lato la ritualità che lo lega alle abitudini dei tifosi, dall’altro la sua trasformazione in linguaggio mediale, capace di generare format, meme ma anche discussioni senza fine, prendendo in prestito i toni da bar tipici dei confronti sul calcio reale. È proprio questa duplice natura a renderlo un osservatorio interessante, un dispositivo culturale che riflette i meccanismi della comunicazione contemporanea.

Un gioco che oscilla tra dimensione privata e spettacolo pubblico. Il boom mediatico ha portato all’interno della bolla fantacalcistica la dose di dibattito tossico che caratterizza i discorsi sul calcio. E i giocatori, che avrebbero potuto sfruttare questa occasione per farsi apprezzare anche da chi non tifa per la loro squadra, diventano oggetto di pressioni e sfottò, non più per un gol in uno scontro diretto, ma per aver “underperformato” in un fantasy game.

La tenuta del gioco, al di là delle mode, dipenderà dalla capacità di restare un rito collettivo sentito ma pur sempre ludico, allontanandosi da schemi abusati e tornando al tono approfondito, originale e disteso che lo caratterizzava in passato. Qualunque sia il suo futuro, il fantacalcio resta un esempio concreto delle leve e dinamiche che regolano il consumo dei contenuti e il modo in cui ci relazioniamo su internet.


Matteo Coral

Matteo Coral cresce a Casarsa della Delizia (Pordenone), paese d'infanzia di Pier Paolo Pasolini. Interessato ai temi di internet e dei linguaggi digitali, di giorno lavora nel digital marketing mentre di notte è autore e giornalista.

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