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Cinquanta sfumature di Sherlock Holmes

La narrazione delle avventure di Sherlock e Watson continua a moltiplicarsi attraverso serie tv, film, reboot e spin-off. Perché non ci stanchiamo mai di rivedere (e riscrivere) la stessa storia?

Scorrendo la classifica delle serie tv più viste lo scorso anno negli Stati Uniti (rilevazioni Nielsen) ci si può rendere conto di almeno due cose. La tv lineare tiene ancora testa alle piattaforme streaming: alcuni dei titoli tra i più visti sono prodotti e trasmessi da canali come CBS e ABC; tra questi Tracker, Matlock e High Potential (remake del francese Morgane – Detective geniale), tutti procedurali con stagioni medio lunghe formate da episodi a cadenza settimanale, contro le miniserie streaming Netflix e Prime (con il fenomeno Squid game davanti a tutti). Il procedurale, come genere e come format, lotta e resiste, ma resta appannaggio della tv lineare. Tra i titoli che non conoscevo, uno in particolare mi ha incuriosito: Watson, di CBS. Un nome quantomeno familiare, campanelli d’allarme: uno spin off di Elementary? No. Però ci troviamo sempre nel regno di Conan Doyle. 

Svizzera, Cascate Reichenbach, Sherlock Holmes e Moriarty sono impegnati in una lotta corpo a corpo, cascano in uno strapiombo e Watson si tuffa per salvare l’amico investigatore, senza riuscirvi; quando il dottore si sveglia, in ospedale, scopre che Holmes gli ha lasciato in eredità una clinica privata a Pittsburgh con a disposizione fondi milionari, dove riprendere la sua carriera medica. In ogni episodio il Dr. Watson (Morris Chestnut) si trova a dover risolvere casi medici misteriosi, con malattia rare, diagnosi impossibili, abusi e omicidi (nella gloriosa tradizione del Dr. House). Con Moriarty, sopravvissuto, che nel frattempo cerca di boicottarlo. Tornerà anche Holmes? Vedremo.

Di Sherlock (non) ce n’è uno

Ma non ne abbiamo abbastanza di Holmes e Watson? Pare proprio di no, e questa ennesima rivisitazione non è che la punta dell’iceberg. Se nel passato (più o meno) recente abbiamo avuto le reinvenzioni cinematografiche di Guy Ritchie (in arrivo a breve il terzo capitolo) e la serie BBC di Steven Moffat e Mark Gatiss – con Benedict Cumberbatch e Martin Freeman – che hanno dato una coolness nuova di zecca al personaggio (anche grazie al terreno fertile trovato dai fandom su tumblr, twitter e sulle piattaforme di fanfiction), a stretto giro sono arrivati Elementary con Jonny Lee Miller e Lucy Liu, i film tv (una volta si chiamavano così) di Enola Holmes e lo sfortunato telefilm Gli Irregolari di Baker Street, entrambi su Netflix.

Oltre a Watson, hanno già preso il via Sherlock & Daughter e la francese Mademoiselle Holmes. In lavorazione ci sono Young Sherlock e True Sherlock, più vari lungometraggi in corso d’opera. Per i più avventurosi, a teatro trovate anche il musical con Neri Marcorè. Insomma, il censimento inizia a diventare piuttosto impegnativo.

Ma anche i telefilm giapponesi Miss Sherlock, Sherlock: Untold Stories, e l’anime Case File nº221: Kabukicho. E ora, prepariamoci a una nuova ondata. Oltre a Watson, hanno già preso il via Sherlock & Daughter (The CW/Discovery+) e la francese Mademoiselle Holmes. In lavorazione ci sono Young Sherlock, prodotta da Amazon e diretta da Guy Ritchie (ancora lui) con protagonista Hero Fiennes Tiffin (giovane star della serie cinematografica After) e True Sherlock: qui il protagonista sarà Oli Higginson (Bridgerton), più vari lungometraggi in corso d’opera. Per i più avventurosi, a teatro trovate anche il musical con Neri Marcorè. Insomma, il censimento inizia a diventare piuttosto impegnativo. 

Quella legata al copyright di Sherlock Holmes è una storia molto lunga e molto complessa, tortuosa ma – in sintesi estrema – i personaggi di Conan Doyle sono diventati di pubblico dominio negli Stati Uniti solo dal 1 gennaio 2023. I quattro romanzi e i 46 racconti pubblicati prima del 1923 sono entrati a fare parte del pubblico dominio già nel 1998, ma gli ultimi 10 racconti della serie sono stati tutelati dal Copyright Term Extension Act, soprannominato “Mickey Mouse Protection Act”, questo teneva legati – in maniera abbastanza ambigua – i loro protagonisti agli “aventi diritti”, ovvero alla Conan Doyle Estate.

Tra il 1998 e il 2023, per evitare di imbarcarsi in una cause legali lunghe e dispendiose, produttori ed editori hanno preferito corrispondere agli eredi dei “modesti” corrispettivi, preoccupati delle controversie legali precedentemente sollevate in diverse occasioni, come successo per Nicholas Meyer e i suoi romanzi (La soluzione 7 per cento e sequel), per Mr. Holmes, film del 2013 con Ian McKellen, e per Enola Holmes. Ci sono stati grattacapi anche per Guy Ritchie e per Robert Doherty, il creatore di Elementary, che – in merito alla questione – ha definito “torbida” la situazione dei diritti per la serie CBS. Ora, nessuno deve più preoccuparsi dell’occhio vigile della fondazione. 

Un caso di identità

Al di fuori dal canone il detective violinista ha dimostrato di essere in grado di dar vita a infinite variazioni sul tema, da quelle più aderenti al personaggio originale a quelle più fantasiose, in grado di trasportare i suoi protagonisti in altre nazioni (dal Brasile di Una samba per Sherlock Holmes di Joe Soares all’Estremo Oriente di Strane avventure di Sherlock Holmes in Giappone di Dale Furutani), in altre vesti (nella serie animata italo/giapponese Il fiuto di Sherlock Holmes, con lo zampino di Miyazaki, diventa letteralmente un segugio), in altre epoche. Eppure ognuna di queste manifestazioni ha ragione d’essere solo in funzione del “mito originario”, dell’alone di fascinazione che si porta appresso l’investigatore creato da Conan Doyle, ma poi plasmato e colorato da lettori, appassionati, sherlockiani. Alcuni dei tratti più peculiari che associamo al personaggio non sono merito del suo autore, ma di “abbellimenti” successivi: l’investigatore, in nessuno degli scritti originali, ha mai pronunciato quella che è diventata la sua catch frase, “elementare, Watson”, così come il caratteristico berretto da cacciatore (l’inconfondibile deerstalker) è opera della fantasia dell’illustratore Sidney Paget. 

Holmes si può reincarnare in mille forme – vittoriano, animale, donna, queer, hacker – ma il suo ruolo strutturale, quello di garantire che il mondo abbia un ordine e che il crimine si possa tradurre in soluzioni, resta intatto.

Holmes non è un semplice detective: è un dispositivo dell’ordine, colui in grado di trovare – attraverso la logica – la soluzione a ogni enigma, un’origine razionale a ogni evento traumatico, attraverso la lettura della realtà dà senso al disordine che ci circonda. Noi non siamo in grado di vedere ciò che può vedere lui (cioè, lo vediamo e non lo capiamo), ma attraverso il suo sguardo possiamo intravedere l’ordine del mondo. Sherlock è una figura mitica che prende vita dalla razionalità illuminista e trova la sua forma nei codici mass mediali postmoderni. Si può reincarnare in mille forme – vittoriano, animale, donna, queer, hacker – ma il suo ruolo strutturale, quello di garantire che il mondo abbia un ordine e che il crimine si possa tradurre in soluzioni, resta intatto.

Il successo di tutte le sue reinvenzioni è la prova che ci piace godere sempre delle stesse storie, che siamo refrattari al nuovo. Al contrario, la familiarità ci consola e ci eccita al tempo stesso, e ogni sua nuova incarnazione preserva il nucleo mitico originario, ammantandolo di volta in volta con nuovi travestimenti, perché la realtà parla, ma solo se sai leggerla, come un sogno o un sintomo. Ma quello che lo rende completo è Watson, la sua controparte imperfetta, il garante della logica diventa a noi accessibile tramite il garante dell’imperfezione (il lato “umano”). Il dottore, curioso e – in confronto – un po’ ottuso, mitiga il vuoto al centro di Holmes, caratterizzato più come una funzione simbolica, che come un personaggio. Cosa prova? Cosa sogna? Da dove viene il suo tormento? Cosa si nasconde nella sua interiorità? Non lo sappiamo.

I suoi aspetti umani (la droga, il violino) sono indizi, non soluzioni. Ed è proprio questo vuoto centrale che permette la sua infinita riscrittura: non è necessario rispettare un’identità fissa, univoca, ma “solo” rimettere in scena la sua funzione – cioè colui che trasforma il caos in verità, il dettaglio in senso, compiuto, il delitto in soluzione. Questa ripetibilità è ciò che lo rende mitico, e quindi eternamente riattivabile nei media: ecco allora, che per riempire questi vuoti, possiamo proiettare al suo interno ciò che preferiamo, possiamo far germogliare avventure passate, laterali, alternative, creare nuovi mondi narrativi, stravolgerne l’aspetto, le ambientazioni, tutto attorno al suo guscio, nel tentativo di penetrare il mistero della sua natura, l’unico enigma irrisolto di Sherlock Holmes. 


Lorenzo Peroni

Storico dell'arte con una lunga storia d'amore per il cinema e la scrittura, non sempre corrisposto. Scrive per Artslife e Doppiozero.

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