Paranoia, tradimenti, drammi famigliari. Il genere spionistico trova nuova linfa nelle serie tv, dove le trame si complicano e le identità si moltiplicano. E la missione impossibile diventa solo una: smettere di guardare.
James Bond, passato dalla famiglia Broccoli a Amazon MGS Studios, ha un futuro incerto; Mission: Impossible si avvia verso la sua conclusione (dopo aver mostrato segni di cedimento al botteghino con la prima parte di quest’ultimo mastodontico capitolo); Argylle – La super spia, blockbuster Apple Studios, è stato un flop epocale. Sul piccolo schermo però, per spie e agenti segreti, le cose stanno andando diversamente.
Nell’era delle piattaforme, con il proliferare di nuovi titoli, stiamo assistendo alla ristrutturazione di un genere fino a qualche anno fa caduto un po’ in disuso, o – per lo meno – visto come meno d’interesse. Da Mr. & Mrs. Smith a The Jackal, da Black Doves a Slow Horses, le spie hanno invaso i palinsesti dei principali streamer. Agenti speciali e storie di spionaggio stanno diventando sempre più popolari sul piccolo schermo, dalle soluzioni più (apparentemente) tradizionali, fino a pastiche di ambientazione storica o fantascientifica. Una fortuna che, oltre alla nascita di nuove serie, ha riportato in auge anche quelle ferme da anni, come nel caso di The Night Manager, tratta dall’omonimo romanzo di John le Carré e diretta da Susanne Bier nel 2016, rinnovata ora, dopo quasi dieci anni, per una seconda e terza stagione.
Che il genere trovi spazio nella serialità, di lunga o media durata, non è una novità, i precedenti sono illustri: da Homeland a The Americans (con Keri Russell, ora impegnata in The Diplomat, serie di spionaggio diplomatico per Netflix), dai classici anni ‘60 Mission Impossible e Agente speciale (The Avengers), a serie leggere e meno fortunate come Scarecrow and Mrs. King (da noi Top Secret, con l’ex Charlie’s Angels Kate Jackson nel ruolo della casalinga pasticciona). Ora però, nell’arco di poche stagioni televisive, il censimento sembra essere diventato particolarmente impegnativo. Lo so perché le ho guardate tutte, o quasi.
Il traditore tipo
Il motore propulsore della spy story è la paranoia: non a caso ha avuto grande fortuna durante la Guerra Fredda: sono gli anni di John le Carré (La spia che venne dal freddo, La talpa), Len Deighton (La pratica Ipcress, Gioco a Berlino) e, ovviamente, Ian Fleming (tutto 007). La risposta della produzione massmediale alla realtà socio culturale può essere diversa a seconda della declinazione con cui una storia viene raccontata. Un taglio cinico? Esacerbare. Un taglio brillante? Stemperare. In ogni caso si tratta di una risposta, di una manifestazione, a una situazione di tensione, di incertezza, e le spy story mettono in discussione lo status delle istituzioni: lo schema ricorrente è quello dell’agente segreto ingannato dalla propria agenzia di appartenenza (Alias, di J. J. Abrams porta questo meccanismo all’esasperazione, in un gioco vertiginoso di scatole cinesi e parrucche). L’eroe (che si sovrappone all’antieroe) deve quindi riabilitare sé stesso e salvare il mondo guardandosi sia dai cattivi che dai “cosiddetti” buoni; c’è un’identità da ricostruire, un’integrità da riconquistare, un nome da riabilitare. Ecco allora prendere forma, disvelandosi ai nostri occhi, un mondo in cui non ci si può fidare di nessuno (Trust no one recitava il claim di Damages, legal thriller con Glenn Close e Rose Byrne con tutti i crismi delle storie di spionaggio), un contesto in cui tutto è fittizio, i legami che prima davamo per assodati diventano ambigui, i valori vengono ribaltati.
Le spy story mettono in discussione lo status delle istituzioni: lo schema ricorrente è quello dell’agente segreto ingannato dalla propria agenzia di appartenenza, impegnato a salvare il mondo guardandosi sia dai cattivi che dai “cosiddetti” buoni.
Sfiducia nelle istituzioni, strapotere delle fake news, proliferare di cospirazioni, trolls, deep fake, avatar virtuali, truffe romantiche, instabilità geopolitica a livelli caldissimi e invasione tecnologica: oggi ci sentiamo tutti osservati, circondati da identità fittizie (le nostre, in primis?), ci percepiamo all’interno di una grande complessa cospirazione contro di noi (non ce lo vogliono dire, l’ho letto su internet, me l’ha detto mio cugino), l’umore quindi è il migliore possibile per godere di storie turpi, violente, di doppi giochi, di tradimenti, di falsità.
Casino totale
Tratto dall’omonimo romanzo di Matthew Quirk, The Night Agent (Netflix) è un thriller che vede un giovane agente dell’FBI (Gabriel Basso, il figlio di Laura Linney in The Big C) coinvolto in una cospirazione all’ombra della Casa Bianca; un attentato dinamitardo in metropolitana, una traditore nell’ufficio presidenziale, una caccia alla talpa per salvare il Paese. Prime Target (Apple+) trova invece come eroe un matematico in fuga (Leo Woodall di The White Lotus) per aver teorizzato un modello sui numeri primi in grado di decriptare tutte le password del mondo (o qualcosa del genere, la questione non mi è chiarissima).
Con i dovuti aggiornamenti, dai podcaster complottisti alla cyber security, titoli di questo tipo si allineano a uscite di qualche anno fa, con protagonista belloccio (bamboccione?) e molti colpi di scena, forse troppi, nel solco di Bodyguard (BBC) e Quantico (ABC). Quello che diverse nuove serie di spionaggio (le più ambiziose?) portano in tv è però un cambio di tono, un registro nuovo, fino a ora poco esplorato. I personaggi diventano più irriverenti, le situazioni paradossali, tutto viene condito con un umorismo nero e grottesco, e soprattutto i contesti e i protagonisti si fanno più ambigui, più sfumati; c’è spazio perfino per protagonisti gay (gulp!).
Serie come Killing Eve (BBC America), Black Doves (Netflix), Mr & Mrs Smith (Prime Video) spostano l’asse verso nuovi stili di narrazione: i ronzini di Slow Horses (Apple+) sono cinici, asociali, pasticcioni, sporchi e puzzolenti, sono sprezzanti e casinisti, ubriaconi e scoreggioni (chi più e chi meno), spie emarginate, declassate, derise, spesso più pericolose per sé stesse che per gli altri, eppure sono leali, e mosse da un profondo senso di giustizia (a modo loro), altrimenti, alla fine, che eroi sarebbero?
Ma intanto anche gli antieroi spopolano, Villanelle (Jodie Comer in Killing Eve), lo Sciacallo (Eddie Redmayne in The Day of The Jackal) o Sam Young (Ben Whishaw in Black Doves) sono sicari psicopatici, sulla loro strada una lunga scia di innocenti morti ammazzati, ogni tanto si lasciano scuotere da uno sprazzo di moralità, un leggero fremito che attraversa i loro occhioni da cerbiatto, basta questo per la nostra assoluzione. In ogni caso (buoni o cattivi?, non ha più così importanza), i protagonisti sono messi di fronte a dilemmi morali (conflitti) più profondi, legati alla contemporaneità (a noi), devono prendere scelte drastiche e impopolari (salvare il mondo o la loro famiglia?, essere fedeli all’agenzia o al loro matrimonio? In un’infinità di variabili del sempreverde dilemma del carrello di Philippa Ruth Foot); in una quotidianità sempre più caotica, trovare l’equilibrio tra giusto e sbagliato è diventata la vera missione impossibile.
La spia che mi amava
Ma non solo, a questo approccio cinico e sarcastico si accosta una lente puntata su una nuova intimità: ora ci immergiamo nei legami famigliari delle spie, delle talpe, dei controspioni, c’è una maggiore attenzione al dato introspettivo, alla psicologica che delineare i personaggi, arricchendoli di contraddizioni. In Black Doves, Ben Whishaw è un letale sicario a sangue freddo con l’espressione da cucciolo smarrito pronto a tutto per proteggere il suo ex fidanzato, Keira Knightley è una spericolata spia ma anche una madre amorevole, una moglie devota (ma fedifraga), pronta tutto per proteggere la sua famiglia. Ecco, quello che accomuna i protagonisti del genere spionistico, al di là delle diverse declinazioni assunte nel corso degli anni, è che tutti sono sempre pronti a tutto.
Paranoia, tradimenti, drammi famigliari. Il genere spionistico trova nuova linfa nelle serie tv, dove le trame si complicano e le identità si moltiplicano. E la missione impossibile diventa solo una: smettere di guardare.
Ora le spie hanno mogli e mariti a carico, figli, amici, complici e amanti, affetti a cui aggrapparsi e da proteggere (a tutti i costi) tra una macchinazione e l’altra, tra un volta faccia e una minaccia globale. Se in passato il coinvolgimento romantico serviva da additivo per rendere lo spettatore più empatico nei confronti di questi personaggi ai limiti del supereroistico (i film della serie Mission: Impossible con Tom Cruise, o quelli di Jason Bourne con Matt Demon), le serie tv, anche grazie allo spazio dilatato della narrazione strutturata a episodi, permettono di calare i nostri agenti in habitat più ricchi di emozioni. C’è Michael Fassbender, agente della CIA in The Agency (Showtime) alla ricerca di un rapporto con figlia adolescente, un remake (prodotto da George Clooney e diretto da Joe Wright, per far capire l’investimento, le aspettative) di Le Bureau, serie tv francese con protagonista Mathieu Kassovitz; Eddie Redmayne, assassino spietato dagli occhi di ghiaccio di The Day of The Jackal (Peacock) ha a che fare con una moglie sempre più sospettosa, ma che resta a suo fianco anche dopo aver scoperto il caveau segreto della loro villa con armi, passaporti falsi e travestimenti (sai, viaggia molto per lavoro). I conflitti famigliari aggiungono un nuovo livello di complessità, estendendo il raggio d’azione del tradimento, la portata dei danni collaterali, la percezione del pericolo: “The Americans parla […] della perdita del controllo, che è ciò di cui è fatta l’intimità” – scrive Emily Nussbaum in Mi piace guardare. Critiche e riflessioni sulla tv americana – “Essere riconosciuti significa essere in pericolo, ma per essere amati bisogna essere riconosciuti”. E a questo, ora, c’è arrivato anche il cinema, con Black Bag di Steven Soderbergh, storia di spie e di matrimoni da proteggere.
007 – Missione sofà
Governi corrotti, ma non solo, agenzie private e misteriose, forze occulte che tirano i fili del destino del mondo, se in serie come Slow Horses o Bodyguard i protagonisti devono vedersela con le storture dei tradizionali apparati governativi, in Killing Eve, Black Doves o Mr & Mrs Smith le entità di spionaggio sono private, oscure: chi c’è dietro all’organizzazione dei 12 al centro delle vicende di Eve e Villanelle? A chi fa capo l’agenzia Black Doves? A Soros? A Musk? Agli oligarchi russi? E ancora, chi commissiona le missioni speciali alle coppie degli Smith? L’intelligenza artificiale?!. Teorie, complotti. Spiare dietro le quinte. Ronzini, talpe, sciacalli, colombe, condor. È uno zoo tutto finto, ma in un’epoca di cui chiediamo diagnosi e conforto psicologico a ChatGPT i turpi intrighi che prendono forma in tv ci danno l’illusione di riuscire a buttare un occhio in luoghi normalmente inaccessibili, e di capirne le regole.
Dal nostro divano tifiamo per le spie ribelle e in fuga, in lotta contro le istituzioni (quali poco importa), godiamo del comfort di questi scenari che tracimano violenza e incertezza, perché le storie di spionaggio mettono in scena conflitti che ci abitano (i segreti, i tradimenti, le identità celate, doppie, triple, gli scenari paranoici), ma lo fanno altrove, intrattenendoci. Sono storie piene di tensione, di cliffhanger, e disinnescano la nostra angoscia tramite una proiezione, lasciandoci godere del nostro ruolo di spettatori, sentendoci scaltri e ribelli, ma comodamente a casa.
Lorenzo Peroni
Storico dell'arte con una lunga storia d'amore per il cinema e la scrittura, non sempre corrisposto. Scrive per Artslife e Doppiozero.
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