Nate come piccole sorprese per un pubblico ristretto, le easter egg sono diventate strumenti espliciti di un marketing ridondante, disseminate ovunque per tenere alta l’attenzione e rilanciare la conversazione. Ma nella corsa alla citazione si perde il piacere della scoperta.
Se dovessi rispondere a una domanda che nessuno ha posto, la mia easter egg preferita sta dentro Topolino e il cervello in fuga, un cortometraggio animato del 1995. Per finanziare una vacanza promessa (per errore) a Minni, Topolino accetta un lavoro come custode presso il laboratorio del Dottor Frankenollie – una citazione a due storici animatori Disney, Frank Thomas e Ollie Johnston, ma non è questa l’easter egg. Qui, finisce a fare da cavia in un esperimento di scambio di cervelli con Julius, il mostro gigantesco creato dallo scienziato. Un Topolino mutato nell’aspetto e nel carattere parte all’inseguimento di Minni, mentre il vero Topolino, nel corpo di Julius, cerca di salvare la sua fidanzata e tornare nelle proprie membra.
Nel bel mezzo della lavorazione di Topolino e il cervello in fuga, uno dei dirigenti Disney più importanti dell’epoca, Jeffrey Katzenberg, lasciò Disney per andare a fondare lo studio DreamWorks insieme a Steven Spielberg e al discografico David Geffen. Gli autori del corto inserirono così una citazione al fatto nella scena in cui Topolino cade nella botola all’entrata del laboratorio: si vede, per una frazione di secondo, un foglio rosa con le iniziali “J.K.” (in inglese il “pink slip”, letteralmente “ricevuta rosa”, è la notifica del cessato impiego).
Un gioco per pochi
Il termine easter egg – letteralmente “uovo di Pasqua” – richiama la tradizione pasquale, radicata soprattutto nel mondo anglosassone, della caccia all’uovo nascosto, trasportandone il significato nel mondo dei media: un contenuto nascosto, non immediatamente visibile, che premia lo spettatore attento o il fan più devoto. Quella dentro Topolino e il cervello in fuga copre tutti i punti della definizione, si vede per pochissimo (per cui bisogna avere una vista aguzza o il dito pronto a premere pausa nel momento giusto) e per capire l’inside joke bisogna avere una certa conoscenze di dinamiche esclusive di un certo gruppo di persone (chi conosce le macchinazioni dello studio system e, più banalmente, chi ha familiarità con pratiche e terminologie prettamente americane – da noi il “foglio rosa” è tutt’altra cosa).
Nato inizialmente come un piccolo segreto da scoprire nei videogiochi, l’easter egg si è rapidamente evoluto, diventando una forma di comunicazione giocosa tra creatori e pubblico. Negli anni Duemila, il terreno più fertile per le easter egg sono stati i DVD di film e serie tv: combinazioni di tasti nei menù sempre più labirintici dei dischi sbloccavano contenuti vari, clip frivole o commenti audio nascosti. Oggi, il suo uso si è espanso ben oltre il contesto videoludico, trovando una casa stabile e proficuamente abitata nel cinema, nelle serie tv e nella cultura pop in generale.
L’easter egg non è più solo un premio per l’occhio allenato, ma diventa parte di un’esperienza narrativa transmediale, in cui la conoscenza pregressa e la curiosità vengono premiate. Quello che era nato come un gioco privato è diventato, nel tempo, una pratica artistica, uno strumento di connessione, stratificazione e partecipazione.
Uno dei primi esempi di easter egg in ambito videoludico risale al 1980, quando il programmatore della Atari Warren Robinett inserì il proprio nome in una schermata segreta del gioco Adventure, in un’epoca in cui Atari aveva iniziato a rimuovere i nomi degli sviluppatori per evitare che altre aziende avanzassero offerte lavorative ai loro talenti. Quello di Robinett non era il primo easter egg noto (la genesi dei messaggi segreti si perde nel tempo e arriva fino a Michelangelo, che secondo alcuni avrebbe dipinto l’Adamo della Creazione con una costola in più), ma è con quello che si iniziò a utilizzare il termine per descrivere queste sorprese segrete.
E infatti per molto tempo è stato così, un segreto, che poteva prendere la forma di una canzone ascoltabile in coda a un album dopo qualche minuto di silenzio, una scena dopo i titoli di coda, un personaggio sullo sfondo che compare per mezzo secondo, una riga di dialogo per insider, insomma un termine ombrello per comprendere qualsiasi elemento che presupponeva una ricerca di qualche tipo, avere il colpo d’occhio per individuare il personaggio, aspettare che si concludano i titoli di coda, conoscere il riferimento citato. A volte l’easter egg può trasformarsi in un’arma a doppio taglio: Simba nel film d’animazione Il re leone solleva uno sbuffo di polvere formando per un attimo le lettere “sfx”, “special effect”, una specie di firma del reparto che curava tutte le animazioni che non avevano a che fare con i personaggi, tra cui appunto polvere, acqua e altri agenti considerati “effetti speciali”, ma la scritta venne travisata in “sex”, alimentando leggende urbane e teorie complottiste.
In generale però l’easter egg è stata per un lungo periodo un gioco per pochi, una concessione innocente. Poi sono arrivati i film tratti dai fumetti, i “cinecomic”, in cui un media, quello dei fumetti, veniva sovrapposto a un altro, il cinema, facendo confluire due bacini d’utenza diversi. Chi andava al cinema a vedere X-Men poteva essere uno spettatore che non aveva mai aperto un fumetto in vita sua o un appassionato che conosceva più o meno in profondità la mitologia della serie. Così, quando Wolverine commentava le tute nere che lui e gli altri X-Men indossavano, la risposta di Ciclope (“Cosa preferiresti? Una calzamaglia gialla?”) faceva ridere – di quel riso complice – solo coloro che avevano presente il costume più famoso di Wolverine nei fumetti, una tutina gialla e blu. Così costruite, le easter egg contribuivano a rendere la visione del film un po’ diversa a seconda del tipo di spettatore che si era. Quello che coglieva tutta una serie di sottotesti si sentiva parte di un discorso pronunciato con un linguaggio segreto.
Too many easter eggs
Nessun franchise ha portato l’easter egg a livelli di sistematizzazione e coerenza interna quanto l’Universo Cinematografico Marvel (MCU). Ogni film della saga è disseminato di riferimenti, citazioni, indizi e anticipazioni che costruiscono un filo narrativo invisibile ma tangibile per i fan. A partire dal primo Iron Man, in cui nella scena dopo i titoli di coda Nick Fury (interpretato da Samuel L. Jackson) introduce il concetto di “iniziativa Avenger”, l’MCU ha stabilito una vera e propria grammatica dell’easter egg. Ogni dettaglio poteva essere un frammento di un puzzle più grande: un simbolo inciso su un’arma, una frase detta en passant, la comparsa di un personaggio secondario. Tutto poteva rimandare a un film futuro, a un fumetto classico o a una trama che si sarebbe dispiegata anni dopo. In questo modo, l’easter egg non è più solo un premio per l’occhio allenato, ma diventa parte di un’esperienza narrativa transmediale, in cui la conoscenza pregressa e la curiosità vengono premiate. Quello che era nato come un gioco privato è diventato, nel tempo, una pratica artistica, uno strumento di connessione, stratificazione e partecipazione. Come scrive Ryan Gilbey sul Guardian, “qualsiasi sia lo stile dell’easter egg, il punto è sempre lo stesso: incoraggiare, lusingare e premiare il più profondo livello possibile del coinvolgimento con i fan e fare in modo che i completisti tornino per la razione successiva. […] Ciononostante, soddisfano un desiderio dolorosamente umano: il bisogno di uno spazio condiviso”.
Oggi l’easter egg è diventata una freccia nella faretra dei produttori per far parlare del film online, stimolando la produzione di contenuti in cui si elencano e si spiegano tutte le easter egg di un’opera cinematografica, in una gara a chi riesce a trovarne di più.
Negli anni che intercorrono tra Iron Man (2008) e oggi, gli easter egg hanno mutato forma, cominciando a essere riferimenti vertiginosi, specialmente nei film tratti dalle storie di supereroi. La scena dopo i titoli di coda del primo Deadpool vede il protagonista citare un’altra famosa scena nascosta dopo i crediti, quella di Una pazza giornata di vacanza, ma Deadpool ci aggiunge un ulteriore riferimento: chiede al pubblico se credeva che avrebbe visto “Sam Jackson con una benda all’occhio”, una citazione proprio alla scena dopo i titoli di coda di Iron Man. Un Inception di easter egg.
Questo è successo non perché nel frattempo il cinema sia riuscito a convertire gli spettatori in lettori dei fumetti, ma perché quell’occhio di riguardo a una tribù è vista di buona luce, posiziona culturalmente i suoi autori come persone che sono parte di quella tribù e hanno a cuore gli appassionati. L’easter egg è inoltre una freccia nella faretra dei produttori per far parlare del film online, stimolando la produzione di contenuti in cui si elencano e si spiegano tutte le easter egg di un’opera cinematografica, in una gara a chi riesce a trovarne di più. Sono così nati prodotti ingegnerizzati per essere easter egg a forma di film, come Ready Player One, in cui il concetto stesso di easter egg è parte integrante della trama. Tratto dal romanzo di Ernest Cline e diretto da Steven Spielberg, Ready Player One è ambientato in un futuro distopico in cui le persone fuggono dalla realtà rifugiandosi in un mondo virtuale chiamato OASIS; il film segue la caccia a un gigantesco easter egg nascosto dal creatore del gioco, che ha messo in palio la proprietà di tutta OASIS. E poi Space Jam: New Legends, Ralph Spaccatutto e il sequel Ralph spacca Internet, Cip e Ciop agenti speciali, tutti film che fanno dell’easter egg, del cameo selvaggio e delle mille citazioni (possibili grazie agli universi condivisi in cui sono ambientati), la loro grammatica narrativa.
Uova senza sorpresa
Di recente, però, qualcosa si è rotto. Le easter egg sono diventati incessanti promemoria di un discorso che vive fuori dal film. In The Flash (2023), il protagonista finisce per incontrare versioni alternative dei personaggi DC Comics come Superman e Batman. Uno dei vari Superman ha il volto di Nicolas Cage e sta combattendo contro un ragno gigante. Si tratta di una scena di pochi secondi che ai più non avrà detto nulla. La chiave cifrata per aprire quel riferimento sta nel sapere che alla fine degli anni Novanta Tim Burton era al lavoro su un film di Superman che avrebbe dovuto vedere Cage nei panni del protagonista e, in una delle prime bozze della sceneggiatura scritta da Kevin Smith, il supereroe avrebbe dovuto combattere contro un mostro aracnide – la storia dietro quella scena è nota tra gli appassionati perché lo stesso Smith la raccontò con toni tragicomici nei suoi spettacoli comici. Il film non si concretizzò mai e di quel progetto restano solo i racconti orali e qualche evocativa immagine. Deadpool & Wolverine (2024) lavora sulla stessa lunghezza d’onda: nel marasma di camei del film svetta quello di Channing Tatum nel breve ruolo di Gambit, un X-Men che l’attore avrebbe dovuto interpretare anni addietro in un film solista poi abortito. Ecco che, 24 anni dopo, la breve interazione tra Wolverine e Ciclope in X-Men è stata espansa in Deadpool & Wolverine a intera sequenza in cui vengono citati i vari costumi del personaggio, per la gioia dei “veri” conoscitori – che non hanno nemmeno bisogno di essere davvero tali, perché Deadpool, con la sua meta-smargiasseria, puntualizza per esempio che “quello marrone è il costume inventato da John Byrne”. E via così, di scena in scena, ogni momento della storia deve essere puntellato da una strizzata d’occhio, un cameo illustre, un’allusione per fanatici.
Deadpool & Wolverine in questo senso è l’apice di un’involuzione. Dove prima l’easter egg era una concessione fulminea ora costituisce il motivo fondante per produrre un film. A differenza di Ready Player One, l’easter egg non è un elemento della trama ma un orpello plateale che va inserito a profusione per decorare un edificio altrimenti spoglio e poco interessante. Dopo una settimana dall’uscita nei cinema Deadpool & Wolverine era finito sui social sporzionato in tutti i suoi camei e le sue sorprese, lasciando l’inutile, il superfluo, il tessuto connettivo (la storia) fuori dal discorso. Con i film diventati enormi cesti di easter egg l’esperienza cinematografico-televisiva rischia di trasformarsi in un esercizio autoreferenziale, una lista della spesa di riferimenti che non richiedono più uno sguardo acuto, ma solo una connessione a Internet. La natura giocosa e liminare si è svuotata, diventando un linguaggio condiviso che però agisce da surrogato narrativo, carburante per l’algoritmo. Forse è lì che dovrebbe tornare: non tanto al centro della scena, ma ai suoi margini più affascinanti, là dove la visione si fa esperienza e il dettaglio diventa racconto.
Andrea Fiamma
Si occupa di fumetti, cinema e televisione. Ha scritto su Fumettologica, Domani, Linus, Rivista Studio, Mangasplaning e The Comics Journal; ha firmato i libri 50 manga da leggere almeno una volta nella vita (Newton Compton, 2021), Giorgio Cavazzano: Oltredisneyano (Comicon edizioni, 2023), Il grande libro dei quiz sulle serie TV (Newton Compton, 2022) e Cinecalendario (Burno, 2024): ha collaborato con il Salone Internazionale del Libro di Torino, Lucca Comics & Games e il Comicon di Napoli.
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