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La tv spagnola fatta dagli italiani

Negli ultimi anni la televisione spagnola è cresciuta anche grazie al lavoro di tanti italiani che, lontano dai riflettori, ne hanno influenzato struttura e linguaggi. Un capitale professionale che ha fatto scuola oltre il confine, e da cui oggi l’Italia dovrebbe tornare a imparare.

Quella degli italiani che hanno fatto (e fanno) la tv in Spagna è una storia poco conosciuta in Italia. E non mi riferisco solo agli italiani che della tv spagnola sono stati protagonisti davanti alle telecamere, anche quelli certo (personaggi molto conosciuti, come Raffaella Carrà), ma soprattutto a quegli italiani che hanno aiutato a definirla lavorando dietro le quinte, come autori, registi, produttori ma anche dirigenti delle principali reti, case di produzione e, oggi, anche piattaforme on demand. Per certi versi è una storia che mi riguarda da vicino, essendo ormai quasi diciassette anni che lavoro a Madrid, prima a Magnolia, ora a Fremantle come direttore creativo. Non che questo voglia dire che il mio contributo alla storia della tv in Spagna sia stato determinante. È vero però che questi anni in Spagna mi hanno aiutato a capire che, nonostante i molti punti in comune, le due industrie funzionano diversamente. E una delle cose che mi hanno sempre colpito è proprio la quantità di italiani che, per diverse ragioni, sono stati o sono rilevanti in questo mercato. Una presenza così numerosa che a volte finisce per generare anche una certa diffidenza, ma in generale è vero che lo scambio creativo tra i due paesi è prezioso e istruttivo. 

La tv pubblica spagnola fatta dagli italiani

C’è un momento preciso che segna una svolta nel rapporto tra tv spagnola e professionisti italiani. È un periodo compreso tra la metà degli anni Ottanta e i primi anni Novanta.  L’arrivo dei primi professionisti italiani che portarono in Spagna l’esperienza accumulata in Italia si fa notare da subito sulla tv pubblica.

“Il cambiamento è rappresentato dall’arrivo dei Boserman, Francesco prima e Carlo poi. Portarono un tipo di programmi che non si facevano in Spagna. Qui avevamo spettacoli, ma loro portarono i grandi format in diretta con scenografie colorate e una dinamica di lavoro di squadra che non esisteva qua”, afferma Borja Terán, giornalista di 20 minutos, uno dei più attenti analisti della tv spagnola. “Sì, ricordo la televisione che io vidi quando arrivai in Spagna: era triste, davvero brutta. Noi portammo la luce, la festa. E rimasero subito scioccati”, ricorda proprio Francesco Boserman, regista e produttore, artefice di alcuni dei maggiori successi della tv pubblica spagnola di quegli anni.

Prima di arrivare in Spagna Boserman aveva già fatto la sua carriera in Italia. “Iniziai a Roma a metà anni Settanta, in una piccola tv romana che si chiamava PTS: voleva dire People Television Service. Il proprietario era uno che vendeva televisori: di televisione non sapeva niente. Mio fratello Umberto gli disse che era amico di Ugo Tognazzi e lo convinse a nominarlo direttore”, racconta divertito Boserman. “Poi ci contrattarono quelli di GBR, l’altra tv romana. In due o tre anni feci più di mille ore di programmi in diretta. Poi sono andato a Canale 5, proprio agli inizi. Facevo Popcorn con Claudio Cecchetto. Ho conosciuto Berlusconi quando avevano ancora gli studi nello scantinato dell’hotel Hilton di Milano 2”, continua Boserman. “Passai alla RAI, feci Sanremo – quello famoso del PalaBarilla – e poi arrivai qui in Spagna dove avevo famiglia. Il primo programma che feci fu Il Prezzo è Giusto, ma solo dieci puntate. Antena 3 mi fece un’offerta, ma io fondai la mia casa di produzione. Avendo i miei contatti in Rai, montammo uno speciale tra Italia e Spagna con Raffaella Carrà che presentava da Saint Vincent insieme a un presentatore spagnolo e Gigi Sabani che presentava da Tossa de Mar in Catalogna insieme a una presentatrice spagnola. Tutto in diretta: fu un grande successo”, ricorda.

La tv spagnola e quella italiana sono simili, ma poi neanche così tanto. Solo per fare un esempio, in Spagna mancano tutti quei talk show di prime time che abbondano invece sulla tv italiana. Lo scambio tra i due paesi è frequente a livello di contenuti.

Iniziava il sodalizio con la Carrà. Di lì a poco arriva un programma chiave in questa storia: ¡Hola, Raffaella!. Era il 1992. “Era la prima volta che la tv pubblica faceva un programma così, un po’ alla cieca. Il programma ruotava intorno a Raffaella. Spesso neanche noi sapevamo quello che sarebbe successo. Era un modo di fare televisione assolutamente nuovo, mai visto qua. La tv qui era ingessata, registrata. Doveva essere tutto pulito, perfetto. Ma così si perdeva completamente la spontaneità dell’errore”, dice Boserman. La regia del programma era di Sergio Japino e la direzione musicale di Danilo Vaona. “Vaona è un altro degli italiani importanti in questa storia, anche se spesso il suo ruolo non viene riconosciuto”, afferma Borja Terán. “Ha composto musiche che sono ormai entrate nell’immaginario collettivo e per tutti noi rappresentano quella televisione lì”. 

Al rapporto tra Raffaella Carrà e la Spagna andrebbe dedicato un lavoro a parte. Alcune chiavi sono state raccontate nel documentario Raffa di Disney+.  “Raffaella era una persona vera, non indossava una maschera. Per questo la gente la amava”, ricorda Boserman. La Carrà era già famosa in Spagna come cantante, dove era sbarcata per la prima volta a metà anni Settanta. Ma con questo programma si consacra anche come presentatrice. “Raffaella aveva due superpoteri che sono fondamentali in televisione. Da un lato, la capacità di osare. Ti portava in mondi che ti permettevano di uscire dalla grigia routine. La televisione è questo: riuscire a farci evadere. Ma la vera televisione è anche quella che riesce a toccare la realtà, ad ascoltare lo spettatore, i suoi sentimenti e le sue emozioni. E Raffaella aveva anche questa seconda abilità: non era solo una grande diva, era anche vulnerabile, trasparente, empatica. Era un’artista della complicità. E poi aveva ironia. Aveva un punto di malizia che creò un legame molto forte con gli spettatori spagnoli. Non era come i presentatori rigidi dell’epoca. Raffaella era un’amica, una zia che fa battute e che si diverte con quello che succede in diretta”, spiega Terán.  

Dopo ¡Hola, Raffaella! Boserman ed Europroducciones portano in Spagna ¿Qué apostamos?, la versione locale di Scommettiamo Che?. Fu un altro successo incredibile per la tv pubblica, un programma enorme, complicatissimo dal punto di vista produttivo. “C’era un accordo verbale tra i tedeschi di ZDF, proprietari del format, e Telecinco. Ma i mesi passavano e non chiudevano i diritti. Allora entrammo noi, grazie all’aiuto di Michele Guardì. Pagammo subito e il programma fu nostro. A Telecinco venne un colpo. Provarono anche a fare una copia, ma andò male”, ricorda Boserman. E poco dopo nacque uno dei format più amati e più longevi di TVE, il Grand Prix. In onda dal 1995 fino al 2009. “Il nostro Scommettiamo che? finiva prima dell’estate. Allora mi chiesero di fare un programma estivo. Non sapevo cosa proporre. Mi ricordai del vecchio Campanile sera, che mi piaceva molto. Chiamai il mio amico Popi Perani, uno storico collaboratore di Mike Bongiorno, che era anche uno degli autori di Giochi senza frontiere. Venne in Spagna e insieme costruimmo questo programma in cui due paesi si sfidavano in una serie di prove di abilità”, racconta Boserman. Nel 2023 il programma è tornato in onda, con rinnovato successo. Anche se senza uno dei protagonisti più famosi: un torello (vero) che disturbava i concorrenti durante alcune prove. La sensibilità oggi è cambiata (e anche le leggi) e la famosa “vaquilla” ora è solo una mascotte. 

Gli italiani che arrivarono con la tv privata

Se dunque sulla rete pubblica la “tv che veniva dall’Italia” stava rappresentando un punto di rottura e uno svecchiamento del linguaggio, all’inizio degli anni Novanta molti italiani arrivarono in Spagna anche nella tv privata, soprattutto Telecinco. Per la Spagna quelli sono anni di grande sviluppo e di rilancio internazionale: nel 1992 ci sono due eventi fondamentali, le Olimpiadi di Barcellona e la Esposizione Universale di Siviglia. Telecinco aveva iniziato a trasmettere due anni prima, nel 1990. Il suo primo direttore fu Valerio Lazarov, la cui gestione finì nel 1993: la rete era entrata in una profonda crisi economica e non era riuscita a far crescere gli ascolti. Lazarov era un regista molto conosciuto, uno sperimentatore, con uno stile all’avanguardia. Aveva già lavorato con Berlusconi in Italia. E poi fu inviato dal Cavaliere a Madrid per lanciare Telecinco. Con Lazarov, che non era italiano, ma aveva bevuto della tv italiana e cercava di portare in Spagna quel modello, arriva un tipo di tv colorata e “disinvolta”, per usare un eufemismo, la cui massima espressione furono le cosiddette “Mama Chichos”, un grupo di sei ballerine italiane, poco vestite, lanciate dal programma comico Tutti frutti: diventano subito l’emblema di una tv frivola e per certi versi volgare (tanto che i critici ribattezzarono Telecinco come “Teleteta”). Quella immagine delle “Mama Chichos” e di quel tipo di tv che rappresentavano ha perseguitato negli anni molti degli italiani che hanno fatto la tv in Spagna e veniva usata da Antena 3 per proporsi come una rete differente, più seria. 

Lazarov fu sostituito da Maurizio Carlotti: con lui cominciò una trasformazione della rete, tanto interna come di immagine. La rete iniziò a decollare. Carlotti riformulò i programmi, ridusse le spese e il personale, ci fu il primo sciopero dei lavoratori. Iniziano ad arrivare i primi successi, serie come Médico de familia (che poi arriverà anche in Italia), Siete vidas, Al salir de clase, ma anche programmi come Caiga quien caiga (le nostre Iene) o il polemico Esta noche cruzamos el Mississipi di Pepe Navarro che rivoluzionò la programmazione notturna. Quando nel 1999 fu sostituito da Paolo Vasile, Carlotti passò al gruppo De Agostini e poi diventò il massimo responsabile di Antena 3. Veneziano, aveva iniziato come direttore generale di Televenezia, divenne puoi uomo di fiducia di Berlusconi a Publitalia, per poi approdare a Madrid. È stato uno degli italiani chiave nella tv spagnola. Come lui il suo successore Paolo Vasile, che sarà a capo di Mediaset fino al 2023 (sostituito da Alessandro Salem).

“Vasile è entrato in tv grazie a me”, afferma Boserman. “Stava lavorando con suo padre Turi, che era un famoso produttore cinematografico, ma si era stancato e quindi mi chiedeva tutti i giorni come poteva fare per entrare in tv. Io all’epoca stavo a Canale 5 a Roma. Lo proposi come direttore di produzione. Poi ha fatto la sua strada”, ricorda. Con Vasile a Telecinco arrivano programmi mitici come Gran Hermano, Crónicas Marcianas e soprattutto i cosiddetti programmi del “corazón”, il gossip, come Aquí hay tomate e poi il mitico Sálvame. Telecinco diventa la tv leader del mercato, nonostante gli attacchi della critica che accusano Vasile di fomentare la cosiddetta telebasura, la tv spazzatura. Quello di Vasile era un palinsesto basato sui reality e i magazine in diretta per molte ore al giorno con gli stessi contenuti e gli stessi personaggi che saltavano da un programma all’altro, generando grande fedeltà da parte del pubblico. I numeri (quelli degli ascolti, e dei profitti del gruppo) gli hanno dato ragione per molti anni. Col tempo però quel modello di tv è imploso. Secondo Terán, “Vasile è stato una figura decisiva, nel bene e nel male. Ha portato il modello berlusconiano di tv in modo chiaro, ma allo stesso tempo ha saputo capire la cultura spagnola, ha capito che la Spagna non è l’Italia. Vasile sapeva come fare una televisione che fosse la più redditizia d’Europa. La sua era una tv popolare che riusciva ad accogliere tutti i tipi di spettatori. Non era una tv monotona o monolitica”. 

Gli italiani che la tv in Spagna la fanno oggi

“Paolo Vasile forse era il più spagnolo fra gli spagnoli per quanto riguarda il carattere, la forma di agire, l’inventiva”, afferma Angelo Rocca, direttore dei contenuti di BulldogTV, la casa di produzione dietro programmi come Reazione a Catena, Ballando con le stelle o C’è posta per te (alcuni arrivati in Spagna dopo il successo in Italia). Con una lunga esperienza nella produzione di grandi format, prima a Magnolia in Italia e poi in Spagna, Rocca ha lavorato a programmi come X Factor o la locale Isola dei famosi. È uno dei tanti italiani che oggi fanno la tv in Spagna. Come lui, c’è per esempio Stefano Torrisi, che per tanti anni ha lavorato a cavallo tra i due paesi, ora come direttore generale di Warner Bros. ITVP per Spagna e Portogallo. O Paolo Nocetti, ex direttore della parte unscripted di Secuoya Studios. O Alberto Carullo, nuovo direttore generale di Mediaset España, dove era già stato direttore di rete di Telecinco tra il 2002 e il 2008. Prima di tornare a Mediaset, Carullo aveva fondato la sua casa di produzione Big Bang Media ed è stato recentemente, anche se per poco, VP Local Original Production per la piattaforma Max di Warner Bros. Discovery per l’Italia e la penisola iberica, lavorando con Laura Carafoli.

“In Spagna ci sono finito perché un giorno Ilaria Dallatana che allora era a Magnolia dove io lavoravo ha deciso di mandarmi qui per rilanciare la versione spagnola di Uomini e donne. Sono venuto per diciassette giorni, e sono ancora qua”, ricorda Rocca. Ilaria Dallatana, ora alla sua Blu Yazmine, conosce bene la Spagna. Lei stessa aveva lavorato a Telecinco e, a metà anni 2000, aveva lanciato la sede spagnola di Magnolia insieme a Paolo Nocetti. “Quello che mi ha impressionato della tv spagnola quando sono arrivato è stato vedere che il modo di lavorare qui è molto più snello. C’erano molte meno riunioni, i gruppi di lavoro erano molto più piccoli, ma anche più gerarchici. Mentre in Italia i programmi importanti vengono portati avanti da un gruppo autorale di 4-5 autori, in Spagna invece tutto dipenda da un solo capo autore, chiamato director, che ha il potere assoluto; al massimo ha un vice, chiamato subdirector, e poi ci sono degli autori minori, i guionistas. Il lavoro è molto meno corale. Questo ha degli aspetti positivi, come per esempio il minor costo o la velocità di esecuzione, però è anche vero che a volte c’è meno ricchezza che può derivare solo da un lavoro di gruppo. In ogni caso la grande differenza è la quantità di mezzi economici a disposizione che qui, per varie ragioni, sono più limitati”, spiega Rocca. 

La tv spagnola e quella italiana sono simili, ma poi neanche così tanto. Solo per fare un esempio, in Spagna mancano tutti quei talk show di prime time che abbondano invece sulla tv italiana. Lo scambio tra i due paesi è frequente a livello di contenuti. Con tanti italiani in Spagna è normale che si tenga d’occhio il mercato italiano e si cerchi di portare qui alcuni dei format che hanno successo lì. “Però non è detto che funzionino qui. Molte volte c’è bisogno di un adattamento minimo, come nel caso di C’è posta per te, altre volte c’è bisogno di un lavoro più profondo. Mi stupisce però che a volte questo scambio di format tra Italia e Spagna sorprenda tanto. Nei due paesi si importano continuamente format olandesi o inglesi e nessuno si meraviglia”, puntualizza Rocca. Negli ultimi anni la tv spagnola è diventata un referente a livello internazionale, non solo per il successo di alcune serie come La Casa de Papel su Netflix, ma anche per alcuni format che sono stati adattati in molti Paesi, como Tu cara me suena o Game of talents. “È il risultato della combinazione tra l’alto livello dei professionisti spagnoli unito a una lingua che è una di quelle più parlate al mondo”, spiega Rocca. Anche se insiste sul fatto che, secondo lui, l’industria spagnola, tenendo conto della sua eredità storica e la sua influenza culturale, è meno rappresentata di quello che si meriterebbe. 

Su questo punto e sull’importanza della lingua insiste anche Alberto Marini, torinese, un altro degli italiani che lavorano nell’industria audiovisiva spagnola, in questo caso scrivendo e producendo serie e film (oltre a lui c’è, per esempio, il pugliese Carlo D’Ursi). Marini è stato il produttore dei film della famosa saga REC, sceneggiatore del recente successo El 47, ma anche creatore di alcune delle serie più apprezzate degli ultimi anni, La Unidad e Marbella, entrambe andate in onda su Movistar+. “È curioso che ci sia questa percezione del successo internazionale delle serie spagnole perché molto spesso i dirigenti delle reti si lamentano del fatto che le loro serie non viaggiano come dovrebbero, come fanno quelle di altri paesi, e citano spesso proprio l’Italia. È vero però che grazie alla lingua si esportano abbastanza, soprattutto in Sud America ma anche negli USA, dove la popolazione latina è numerosa”, continua Marini. “L’industria spagnola è molto coraggiosa, ha sempre avuto una visione internazionale. Che ci sia l’ambizione che i tuoi prodotti viaggino non vuol dire però che bisogna perdere il contatto con le radici. Fare storie molto locali non limita la circolazione di una serie o un film. La chiave – come dimostrano le serie coreane – è avere un prodotto con radici locali e un concetto universale”, spiega Marini, che vive in Spagna da ormai 25 anni. “Ci sono finito nella maniera più ovvia: avevo una fidanzata di Siviglia, la relazione a distanza non funzionava, e alla fine sono venuto io qua. Ho fatto un corso di produzione in Andalusia. Poi ho iniziato a lavorare alla Filmax a Barcellona, che aveva una sezione dedicata al cinema horror in inglese. Per me era un sogno! Sono sempre stato un fan dell’horror”, ricorda Marini.

La tv spagnola dovrebbe imparare da quella italiana a pensare a programmi in grande. E la tv italiana dovrebbe pensare di più alla gente, all’intimità della vicinanza. In molti programmi italiani, per esempio, i ruoli di genere sono molto definiti e a volte statici. Sembra che il paese non si sia evoluto e questo si riflette nella sua tv.

Forse è arrivato il momento di tirare le somme e provare a rispondere alla domanda che all’origine di questo articolo: perché ci sono così tanti italiani che lavorano oggi nella tv in Spagna? Ci sono manager come Carlo Danza o produttori (per esempio, Daniele Mercuri, Marta Doveri o l’altro Francesco Boserman, nipote del primo), ma anche semplici redattori. E poi non bisogna dimenticare che alcune delle grandi piattaforme internazionali, pur avendo dirigenti locali, poi questi riportano a responsabili italiani, come Nicole Morganti nel caso di Amazon Prime che è a capo delle produzioni originali per Spagna, Italia e Francia. A Netflix in Spagna lavora il siciliano Giuseppe Di Bella come IP & Music Counsel. Ma Di Bella è stato anche ballerino e coreografo, ha partecipato in tanti programmi della tv Spagnola ed è conosciuto per aver ballato insieme alla cantante Edurne nell’Eurovision Song Contest del 2015 a Vienna. 

“Da una parte c’è una tendenza macro: ci sono circa 300mila italiani che risiedono in Spagna, e solo 30mila spagnoli che risiedono in Italia. Quindi è normale che tanti lavorino anche in tv, come lo fanno in altri settori, come la stampa”, spiega Rocca. A un’altra delle cause, quella più storica, abbiamo già accennato. “La tv privata in Italia è nata molto prima che in Spagna. Essendo due paesi affini è normale che la tv privata qui sia stata portata dall’industria italiana, Mediaset per Telecinco e De Agostini per Antena 3. In Spagna non c’era chi sapesse fare la tv privata. Quindi è ovvio che abbiano portato professionisti italiani”, aggiunge Rocca. Poi assicura: “In generale gli italiani che lavorano qui nell’industria hanno molto rispetto per la cultura spagnola e non cercano di imporre il modo di fare tv italiano”. Lavorando in un settore che è parte dell’industria culturale è fondamentale conoscere la storia del paese e del mezzo, la sensibilità del pubblico locale, i personaggi, che tipo di contenuti e in che modo vengono consumati. È un punto molto importante che richiede uno sforzo continuo, se si vuole fare questo lavoro seriamente.

Certo i numeri che cita Rocca e la migliore qualità di vita spiegano l’esodo di molti italiani verso la Spagna, soprattutto a metà degli anni 2000. Ma fa comunque impressione vedere quanti italiani si vedono spesso nella tv spagnola anche davanti alle telecamere come opinionisti (come l’immancabile Euprepio Padula), celebrities (come Antonia Dell’Atte, Al Bano o Carmen Russo ed Enzo Paolo Turchi) o protagonisti della cronaca rosa (come Alessandro Lequio). Poi c’è Laura Pausini, che è forse l’italiana più amata in Spagna dopo la Carrà. In tv ha lavorato come giudice a X Factor e The Voice. Molto conosciuta è anche Sabrina Salerno, protagonista di uno dei momenti televisivi più famosi, che ha “scioccato” forse un’intera generazione. Di spagnoli nella tv italiana abbiamo solo alcune presentatrici, come Vanessa Incontrada, quasi sconosciuta in Spagna. Ma dietro le telecamere o negli uffici di reti e piattaforme si fa fatica a trovare qualche spagnolo. C’entrano forse anche ragioni culturali, di apertura dei due paesi? “L’Italia è un Paese che nel tempo si è chiuso, domina una cultura più conservatrice. Dal mio punto di vista, anche i programmi televisivi italiani, che prima erano un referente per noi, ora sono stagnanti. È una televisione bloccata a certi cliché, ormai vecchi. Quindi, probabilmente, per un professionista spagnolo è più difficile fare il percorso inverso, cioè andare a lavorare in Italia”, ipotizza Borja Terán. 

Viene da chiedersi cosa la tv spagnola di oggi potrebbe ancora imparare dalla tv italiana, e viceversa. “La tv spagnola dovrebbe imparare da quella italiana a pensare a programmi in grande. E la televisione italiana dovrebbe pensare di più alla gente, più al “primo piano” delle persone, all’intimità della vicinanza che ci mostra le imperfezioni che ci rendono speciali. In molti programmi italiani, per esempio, i ruoli di genere sono molto definiti e a volte statici. Sembra che il paese non si sia evoluto e questo si riflette nella sua tv”, conclude Terán. Una tv diversa, inclusiva, moderna è il riflesso di un paese che negli ultimi anni è cresciuto economicamente, ma ha fatto passi da gigante anche a livello sociale. Per questo poi è difficile andarsene. Noi che viviamo e lavoriamo qui ci sentiamo fare spesso la domanda: “pensi mai di tornare in Italia?”. La risposta non è facile, perché a ragioni razionali si mescolano ovviamente motivi più personali e sentimentali, come la nostalgia per la famiglia o gli amici. Ma in certi momenti viene anche voglia di provare a riportare lì le competenze e le esperienze fatte qui in tutti questi anni. “Più che in Italia mi piacerebbe poter fare un’esperienza di vita in un altro paese, magari Francia o Portogallo oppure oltreoceano, per conoscere nuove culture”, confessa Alberto Marini. Rocca invece ha le idee più chiare: “Più che in Italia, penso più spesso all’ipotesi di tornare in Sardegna”. 


Algerino Marroncelli

Quando era bambino, passava i pomeriggi costruendo scenografie di plastilina e giocando “alla tv”. Da grande, ha lavorato in Italia come autore e regista e ha scritto due saggi sulla televisione. Fino a sbarcare nel 2008 a Madrid per lavorare prima a Magnolia e ora a FremantleMedia, dove si occupa dello sviluppo di programmi originali e dell’acquisizione di format internazionali. Su Twitter è @AlgeMarroncelli.

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