Un’inversione di rotta dallo stereotipo dell’ordine e del minimalismo, l’effetto collaterale di una cultura consumista senza freni, una nuova forma di malessere generazionale da trasformare in contenuto. Dentro il fenomeno dei garbage influencer, tra disagio e viralità.
Una giovane ragazza si filma per TikTok mentre prepara un frullato alla banana, cercando di catturare l’attenzione con un video semplice e rilassato. È carina, solare, e cerca di raccontare con spontaneità la sua vita nell’appartamento. Ma c’è qualcosa che stona. Sul bicchiere del frullatore si notano piccoli scarafaggi che camminano indisturbati. Lo sguardo, inevitabilmente attratto dal caos sullo sfondo, rivela un appartamento invaso dal disordine: scatole accatastate, fogli sparsi ovunque, cibo abbandonato in stato di decomposizione. Mentre il frullatore rimbomba, Saikyo-chan – così si chiama la ragazza – sposta la videocamera verso il muro alle sue spalle. Qui, come in una scena degna del più disturbante horror giapponese, uno sciame di blatte e insetti vari si arrampica incessantemente, creando un contrasto grottesco con la leggerezza del contenuto che la ragazza sembrava voler trasmettere.
Il disagio come palcoscenico
La storia di Saikyo-chan è piuttosto nota in Giappone. La ragazza ha conquistato il web grazie alle sue stravaganze: la si vede ballare per le strade avvolta in fogli colorati, attirando gli sguardi curiosi e infastiditi dei passanti di Tokyo, o presentarsi al McDonald’s con un orsacchiotto chiuso ermeticamente in una busta di plastica, dichiarando di volerlo proteggere dagli scarafaggi. Ma il suo caso è diventato famoso soprattutto per il modo in cui rappresenta un lato diverso del disagio hikikomori, il fenomeno di auto-isolamento dalla vita sociale diffusosi in Giappone a partire dagli anni Ottanta. A differenza del classico ritratto del giovane timido e solitario chiuso nella sua stanza, i contenuti di Saikyo-chan ci restituiscono l’immagine di una ragazza i cui sogni si sono frantumati sotto il peso di un profondo disagio psichico.
Saikyo ha acquisito notorietà su TikTok, dove il suo profilo ha più di 300 mila iscritti e milioni di visualizzazioni. Col tempo, i video di Saikyo-chan hanno assunto una piega sempre più estrema. Laddove all’inizio mostrava solo scorci della sua quotidianità caotica, ora punta deliberatamente a esasperare il disordine e la sporcizia che caratterizzano il suo appartamento. Ha compreso che l’attenzione del pubblico, e quindi il successo in termini di visualizzazioni, passa attraverso il crescendo dello shock visivo e dell’incredulità. Questa strategia, nota come rage bait, mira a provocare reazioni forti: commenti indignati, critiche al suo stile di vita, accuse di esibizionismo malsano. Saikyo-chan ha trasformato il suo disagio in un palcoscenico, giocando sul confine sottile tra disgusto e curiosità morbosa, alimentando il dibattito e mantenendo accesi i riflettori su di sé.
Dagli anni Novanta, con l’inizio di una lunga crisi economica e sociale, l’altro volto del consumismo ha iniziato a emergere sotto forma di una degenerazione abitativa senza precedenti. Nelle grandi aree urbane di Tokyo, Aichi e Chiba, i piccoli appartamenti sono diventati lo scenario di un fenomeno crescente: l’accumulo di rifiuti, che ha trasformato migliaia di abitazioni in vere e proprie dimore-spazzatura.
Saikyo-chan è la più famosa di una serie di content creator asiatici, per lo più giapponesi, conosciuti come garbage influencer. Per fare un altro esempio, il profilo di haritsuuu (quasi quattro milioni di iscritti) è pieno di video in cui lo si vede cucinare e mangiare pietanze oltre la soglia di commestibilità nel suo appartamento infestato di moscerini. I due TikToker potrebbero sembrare l’estremizzazione più patologica di una tendenza diffusa tra la Generazione Z nei paesi industrializzati: il bed rotting. Questo fenomeno, che significa letteralmente “marcire nel letto”, consiste nel trascorrere lunghe ore sdraiati, scorrendo il feed dei social, mangiando o semplicemente cercando di recuperare le energie in uno stato di prolungata inattività fisica e mentale.
Dalle dimore spazzatura alla sindrome di Diogene
Tuttavia la situazione è più complessa di così e poggia su vecchie radici sociali. La pagina katazuke online, gestita da un gruppo di quattro giovani giapponesi specializzati nella pulizia di miniappartamenti soffocati da disordine e sporcizia, documenta una realtà che trascende l’età o il genere, rivelando un disagio sociale trasversale e profondamente radicato. Questo fenomeno ha un nome specifico: gomi-yashiki, che si traduce letteralmente con “dimora-spazzatura”. Si tratta di un termine che risale a molto prima di quanto si possa immaginare. Negli anni Ottanta, durante il boom economico giapponese, il Paese era immerso in una cultura del consumo sfrenato, simboleggiata dai shinjunrui (la “nuova razza umana”), ossia i giovani della generazione dell’epoca. Il Giappone di quel periodo dominava il mercato dei beni di lusso, arrivando a rappresentare il 40% della spesa mondiale in questo settore. Tuttavia, il consumismo non si limitava ai prodotti di prestigio: l’accumulo riguardava anche gli oggetti della vita quotidiana, come videoregistratori, condizionatori, mobili, porcellane e stoviglie. Dagli anni Novanta in poi, con la fine dell’età dell’oro e l’inizio di una lunga crisi economica e sociale, l’altro volto del consumismo ha iniziato a emergere sotto forma di una degenerazione abitativa senza precedenti. Nelle grandi aree urbane di Tokyo, Aichi e Chiba, i piccoli appartamenti sono diventati lo scenario di un fenomeno crescente: l’accumulo di rifiuti, che ha trasformato migliaia di abitazioni in veri e propri gomi-yashiki.
Le cause di questo accumulo sono complesse e radicate. In primo luogo, i problemi socio-economici degli anni Novanta hanno destabilizzato molte vite, alimentando forme di disadattamento. Poi ci sono i disturbi di salute mentale, come la sindrome di Diogene, una condizione clinica che porta le persone a trascurare se stesse e il proprio ambiente, accumulando oggetti e rifiuti in maniera compulsiva. Questa patologia prende il nome dal filosofo cinico Diogene di Sinope, la cui vita estrema e volutamente austera è qui tragicamente rovesciata: dall’assenza di possedimenti si passa all’accumulo ossessivo. A complicare ulteriormente il quadro c’è l’invecchiamento della popolazione giapponese. Con oltre il 35% della popolazione sopra i 65 anni, e più del 20% di questi anziani che vivono soli, il problema diventa sistemico. Molti di questi individui abitano ancora nei piccoli appartamenti dove hanno trascorso la loro vita, circondati dagli oggetti accumulati nel tempo, incapaci di liberarsene.
Chiaramente il fenomeno del gomi-yashiki è salito alle cronache nazionali per una serie di problematiche legate al vivere comunitario. In una recente puntata del programma RAI Presa Diretta, intitolata “L’era della solitudine”, viene raccontato un caso emblematico: le condizioni agghiaccianti di una gomi-yashiki occupata da una persona trovata morta settimane dopo il decesso. Al centro della scena, un butsudan – l’altare buddista solitamente realizzato in legno pregiato e destinato alle preghiere familiari – appare sommerso da bottiglie di plastica vuote, contenenti acqua e bevande alcoliche di marca Suntory, che si accumulano come un mare maleodorante di rifiuti. Eppure, accanto a questo caos totale, emergono dettagli che raccontano un passato diverso: bicchieri perfettamente ordinati in una credenza, testimonianze di un momento in cui la vita in quella casa seguiva ancora una logica di ordine e normalità. Questi frammenti di ordine amplificano il senso di tragedia, suggerendo il punto di rottura in cui la quotidianità si è trasformata in isolamento e degrado. In queste abitazioni, spesso abitate da persone anziane e sole, si muore di kodokushi, la “morte solitaria”, un fenomeno sempre più diffuso in Giappone. Per affrontare queste situazioni, operano società specializzate che non solo ripuliscono gli appartamenti, ma, quando necessario, eseguono anche rituali di purificazione per placare gli spiriti dei defunti, rispettando il loro credo religioso.
L’illusione del minimalismo giapponese
Le cosiddette “case immondizia” e le storie dei garbage influencer come Saikyo-chan o Haritsuu ci offrono una prospettiva ben diversa rispetto alla narrazione stereotipata del Giappone come patria del minimalismo, incarnato dall’approccio metodico e ordinato di Marie Kondo. Questa visione idealizzata dipinge il Giappone come un luogo di perfezione estetica, fatto di strade impeccabili, cibi artisticamente confezionati e pratiche artistiche zen. Tuttavia, questa immagine di armonia è solo una faccia della medaglia.
Il Giappone riflette una contraddizione intrinseca: un’ossessione per il possesso in spazi abitativi spesso ridotti a pochi metri quadrati. Questa tensione tra accumulo e necessità di ordine si manifesta in modo estremo nei gomi-yashiki e negli stili di vita dei garbage influencer.
Come sottolinea Matt Alt in un articolo per The Guardian, Marie Kondo stessa non è il prodotto di un innato minimalismo giapponese, ma piuttosto la risposta a un profondo bisogno di ordine sorto in una società che ha vissuto decenni di accumulo compulsivo e consumismo sfrenato. Kondo, con il suo metodo KonMari (reso celebre da libri come Il magico potere del riordino), invita a liberarsi degli oggetti inutili per recuperare spazio e serenità. Ma, come Alt puntualizza, il suo successo è figlio di un contesto culturale che, paradossalmente, venera l’oggetto in sé. Dai gashapon, i distributori automatici che offrono infinite varietà di miniature, al termine tsundoku, che indica l’abitudine di accumulare libri mai letti, il Giappone riflette una contraddizione intrinseca: un’ossessione per il possesso in spazi abitativi spesso ridotti a pochi metri quadrati. Questa tensione tra accumulo e necessità di ordine si manifesta in modo estremo nei gomi-yashiki e negli stili di vita di figure come Saikyo-chan, la cui esistenza esemplifica le derive di una cultura consumistica.
Per comprendere come si arrivi a questi fenomeni, è utile riprendere le riflessioni di Hiroki Azuma nel suo saggio seminale Otaku: la cultura che ci ha trasformato in animali accumuladati, recentemente ripubblicato in Italia da NOT. Azuma descrive l’uomo postmoderno attraverso la lente della cultura otaku, una subcultura inizialmente marginalizzata ma oggi centrale, legata al consumo ossessivo di anime, manga e videogiochi. L’otaku, secondo Azuma, abbandona la visione piramidale e ordinata della modernità per un consumo informativo e materiale orizzontale, animalesco. È “accumuladato”, come traduce efficacemente Marco Pellitteri nella prefazione al saggio: un collezionista compulsivo che assorbe beni fisici e digitali in modo frammentato, senza una gerarchia chiara.Tra gli otaku di Azuma e i garbage influencer c’è una comune relazione con il concetto di accumulo come modalità primaria di interazione col mondo. Entrambi i fenomeni, seppur apparentemente divergenti, si radicano in una perdita di strutture gerarchiche tradizionali, sostituite da un consumo orizzontale. In questa lucida analisi di venticinque anni fa si apre una visione sul presente, che restituisce un senso “anti-social” agli hikikomori 2.0 alla Saikyo-chan. Tuttavia, il loro successo come influencer a livello transnazionale racconta forse anche qualcosa su della società occidentale: attraverso il nostro sguardo, rappresentano il punto estremo di un disagio che non ha confini, lo specchio distorto dell’era TikTok, un riflesso di cosa potremmo diventare se ci abbandonassimo – in appartamenti e camere di dimensioni sempre più “giapponesi” – ad un eterno bed rotting, incapaci di tornare ad agire sul reale.
Diego De Angelis
Diego De Angelis è laureato in Storia, fa il redattore culturale e il programmatore informatico. Ha collaborato con Vice, Esquire, Not, occupandosi perlopiù di cultura e arti. Oggi scrive regolarmente per la rivista Indiscreto.
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