Cosa determina il successo o l’insuccesso di un biopic musicale? La risposta è in un delicato equilibrio di elementi: l’approccio alla vita di un artista, alle sue difficoltà e i suoi successi, il rapporto con il catalogo musicale, la disponibilità del pubblico a identificarsi nel personaggio.
Tra qualche mese, a novembre, il biopic musicale come lo conosciamo oggi festeggerà vent’anni di storia. Nel firmamento annebbiato del cinema biografico ormai abbiamo accettato come una stella fissa la formula che, per tanti versi, ebbe inizio nel novembre 2005 con Walk The Line. Quel film, scritto da Gill Dennis e James Mangold e diretto da quest’ultimo, era stato talmente efficace nel trovare e cucire addosso a Johnny Cash una certa ben precisa biografia del musicista tormentato, che nemmeno due anni dopo ne era già stata partorita una parodia (Walk Hard – La storia di Dewey Cox). La scaletta era solida e precisa: l’antefatto in medias res all’apice della crisi; il flashback incentrato sul trauma infantile; la scoperta della musica come strumento di espiazione; l’arrivo della fama; il lato “oscuro” della fama; la riemersione del trauma; la perdizione; il deus ex machina amoroso; la redenzione. La parodia non faceva altro che confermare la validità di quel meccanismo, rigido, esposto a tutti i cliché possibili, ma potentemente cinematografico.
Le convenzioni dello screenwriting di Hollywood sono una disciplina collaudata per decenni, che prescrive ai suoi adepti di approcciarsi al personaggio cercandone il conflitto e disponendo negli atti il montare progressivo del conflitto stesso. Avvicinandosi a Cash senza sapere nulla di musica country/folk, lo sceneggiatore Gill Dennis non aveva una scaletta puntuale di interrogativi da domandare alla persona e all’artista, ma domande più generali, le cui risposte avrebbero dovuto plasmare il personaggio e il suo struggle: qual è stato il tuo momento più triste? Qual è stato il tuo momento più felice? Quando hai provato la più bruciante vergogna? Una risposta dopo l’altra, l’eroe emergeva con le sue motivazioni che, con gran mestiere, Dennis e Mangold avrebbero poi ricondotto all’effettiva biografia del Man in Black: purissimo mestiere hollywoodiano. Come ogni storia di cultura ed entertainment americana che si rispetti, peraltro, la solidità di una formula artistica era già stata sperimentata con successo da un afroamericano: nell’autunno del 2004 il biopic Ray aveva realizzato già tutto questo (trauma perdizione redenzione) raccogliendo un’acclamazione critica insolita per quel genere di film. Il modello di storytelling, insomma, aveva una forza innegabile e si poteva ripetere allo sfinimento. Eppure, a vent’anni di distanza, un altro film di James Mangold, A Complete Unknown, segue tutt’altra strada. Cos’è successo, nel frattempo, al biopic musicale?
La sottile arte del biopic musicale
Tutte le modalità di racconto, a un certo punto, stancano. Il biopic, però, sta comodamente seduto nella nicchia più comoda dell’attuale sistema produttivo: quella delle IP, le proprietà intellettuali consolidate che ormai sembrano le uniche scommesse creative che studios e produttori sono disposti a fare. Oltre 15 anni di social media dovrebbero aver convinto chiunque di noi che la vita di una persona è la “intellectual property” definitiva. Ma un’IP di per sé non è garanzia di fortune commerciali, specie se parliamo di biografie musicali. Innanzitutto, perché la musica è una questione tribale, di confini ben tracciati dai fanatici, di passioni brucianti e repulsioni uguali e contrarie. Sulla carta, un biopic su Robbie Williams poteva essere considerato un colpo sicuro. L’artista, per quanto praticamente sconosciuto al pubblico americano che non ha mai prestato eccessiva attenzione ai suoi dischi né con i Take That, né da solista, ha una fama sufficiente nel resto del mondo (Europa intera e Australia in particolare) da lasciare sbalorditi a guardare il botteghino: meno di 19 milioni di dollari a fronte di 110 milioni di dollari investiti. Invece, il film Better Man non è mai stato sul podio del box-office nemmeno nel suo Regno Unito, dove Williams è tuttora una celebrità. Come mai? Ognuno ha le sue teorie sulle colpe di questo innegabile, e senz’altro la più credibile è che la scelta di rappresentare il cantante come una scimmia in CGI sia stata un azzardo artistico un po’ eccessivo.
Prendersi troppi rischi, evidentemente, non paga: il regista Michael Gracey, che già con The Greatest Showman aveva prodotto un ambizioso progetto musicale divenuto un successo solo di culto ma non di sala, ci ha riprovato con la storia del ragazzo che mollò la boy band. Alterando l’ordine cronologico e di senso (se si può parlare di senso in un film che ha per protagonista uno scimpanzé cocainomane), e optando per una completa adesione alle regole del musical anziché a quelle del feuilleton, Gracey ha prodotto un racconto visionario ed eccitante. Tutto, tranne la scimmia, gira a mille in Better Man: la tracklist suona molto presto le canzoni di maggior successo in America, per tenere ingaggiato il pubblico; i numeri coreografici e gli effetti speciali (scimmia esclusa) sono impeccabili; e il racconto privilegia i temi emotivi del personaggio Robbie, infilandosi comodamente nel collaudato stampo del biopic musicale (trauma – riscatto – vizio – perdizione – redenzione). Ma chi ha detto che in un film del genere quello che cerca il pubblico sia una buona storia?
Non si deve credere che la formula magica per un buon biopic stia tutto nel casting di un buon cosplayer dell’artista da giovane e nella divinazione delle dinamiche discografiche. Il modo in cui si racconta la vita di un artista ha ancora molta importanza.
Per capire dove sta andando il genere biopic musicale, possiamo provare cosa ha fatto funzionare un film recente che, a differenza di Better Man, non ha ricevuto un particolare plauso critico: Bob Marley: One Love. La pellicola del 2024 ha incassato più di quasi tutti gli altri film del genere prodotti finora – il sesto riscontro migliore di sempre, secondo Billboard, anche se presto dovrà scendere di un gradino. Come mai? Il racconto non aggiunge molto alla valutazione storica e culturale del suo eponimo protagonista, rispetto a quanto non sia stato già scritto e detto negli ultimi 40 anni: tuttavia, si pone una domanda sul significato della ricerca di concordia e di unità nel messaggio di Marley che non è da trascurare. Non è un film particolarmente interessante a vedersi, certo: tuttavia, la prova di Kingsley Ben-Adir nei panni di Marley è accurata per l’occhio e l’orecchio, dato che l’attore inglese ha preteso di cantare in tutte le scene, lavorando contemporaneamente con il primogenito Ziggy Marley e un dialect-coach per risultare credibile. Ordinario, ma sufficiente per portare il pubblico in sala. Con un catalogo famosissimo (oltre 23 milioni di ascoltatori mensili per Bob Marley & The Wailers) e un profilo assolutamente iconico, la produzione di questo film ha fatto lo stretto necessario: mostrare un personaggio principale riconoscibile da chiunque, e sulla cui somiglianza si è specificamente lavorato (a differenza di certi primati villosi); presentare il repertorio musicale nel modo più ecumenico possibile; raccontare una storia anziché la storia del suo eroe, senza pretendere che un’intera vita possa concentrarsi in una sola sessione cinematografica. Il film è una playlist: non perché pesca da vari momenti della carriera, ma perché presenta subito il meglio, sotto un bel faccione da t-shirt, sapendo che pochi ascoltatori avranno la pazienza di arrivare fino in fondo.
Biopic e industria dello streaming
I biopic sono diventati playlist in un momento in cui la musica di catalogo è il più grosso e sicuro affare dentro un’industria musicale tanto ricca quanto traballante. In questa fase di iper-produzione discografica in cui ogni giorno su Spotify approda un numero di tracce pari all’intera produzione del 1989, il presente è una terra misteriosa, attraversata quotidianamente ma non realmente frequentata. Specie se si considera l’ipoteca che Spotify ha posto sulla distrazione dei propri utenti, come un recente libro della giornalista americana Liz Pelly ha messo in luce. Il passato, fosse anche solo quello di un paio di anni fa, pare molto più rassicurante: e così, l’ascolto del cosiddetto catalogo fa impallidire l’ascolto della nuova musica (cioè pubblicata negli ultimi 18 mesi da una data rivelazione): gli ultimi dati di Luminate dicono che il 75% della musica effettivamente ascoltata nel 2024 sia stata “di catalogo”, e il 50% del totale è musica più vecchia di 5 anni. Insomma, se qualcuno (metti, un fondo di investimenti) avesse in tasca centinaia di milioni da investire nella musica, non li punterebbe certo sulle nuovissime leve, ma entrerebbe piuttosto nel campo del song management. Allo stesso modo, i più grandi accordi economici siglati con artisti dalle major negli ultimi anni non riguardano nuovi album e nuovi artisti, ma repertori di vecchie registrazioni. Come quello dei diritti editoriali delle canzoni di Bob Dylan, che è stato acquistato da Universal Music Publishing nel dicembre 2020 per una cifra compresa tra 250 e 300 milioni di dollari, a cui si aggiungono gli almeno 100 milioni di dollari per il catalogo delle incisioni, vendute a Sony. Un investimento che è già pronto a restituire qualcosa, grazie al successo crescente del film A Complete Unknown. Che, con tutti i suoi pregi e difetti, sembra far parte di una nuova era dei biopic musicali.
In questo momento la popolarità dell’IP è tutto: non c’è bisogno di una origin story di Bob Marley per catapultarci nel making of del suo album più celebre, basta riconoscerlo e aspettare che arrivi una hit. I numeri dello streaming non sono sufficienti per decretare a priori un successo: Robbie Williams, per esempio, avrebbe un numero di ascoltatori mensili quasi identico a quello di Bob Dylan. Ammesso che qualcuno sia riuscito a identificare lo scimmione con l’ex bad boy dei Take That. Questa semplice operazione di riconoscimento è cruciale, e va considerata una mancanza importante per Better Man. Ma non si deve nemmeno credere che la formula magica per un buon biopic stia tutto nel casting di un buon cosplayer dell’artista da giovane e nella divinazione delle dinamiche discografiche. Il modo in cui si racconta la vita di un artista ha ancora molta importanza. Prendi, ad esempio, Back To Black, il film di Sam Taylor-Johnson dedicato a Amy Winehouse, uscito tra molte critiche e risultati buoni ma non eclatanti nella primavera 2024: dopo un rapidissimo prologo in medias res, il film introduce il personaggio già alle prese con le sue aspirazioni musicali, rinunciando a qualsiasi indagine sulle motivazioni profonde dell’artista e dando per scontato che il pubblico si cali direttamente nelle sue canzoni. Al di là delle critiche (comunque legittime) alla performance vocale di Marisa Abela, che aveva l’ingrato obiettivo di riprodurre la voce straordinaria di Amy, la goffaggine dello storytelling è evidente da subito, quando assistiamo alla scrittura della canzone What Is It About Men che anziché venire composta davanti ai nostri occhi arriva già fatta e finita (ma acustica!), come Atena sbucata fuori dalla testa di Zeus già adulta e in armatura. Se il biopic si riduce a una serie di vignette che offrono la scusa di ascoltare belle canzoni, perché il pubblico dovrebbe andare a vederlo?
D’altronde, nessuno chiede rivoluzioni critiche né rivelazioni storiche da un biopic musicale. Bohemian Rhapsody, ovvero il film di maggiore successo (nonché uno dei più insipidi) del primo ventennio di questo genere, non aveva nessuna pretesa di scavare nei personaggi, aiutare a dare un’interpretazione profonda di cosa l’opera dei Queen significasse. Se non, paradossalmente, la sua plasticità totale: “Queen è quello che tu vuoi che sia”. Con queste premesse, un film del genere non poteva ambire a fare da guida, certamente non critica ma neppure “turistica”; al massimo, era un’indicazione stradale, che puntava dritto alle playlist. In effetti, nell’anno in cui uscì Bohemian Rhapsody (2018), i Queen diventarono il quinto act musicale più ascoltato al mondo, come riportò l’ente internazionale IFPI scandagliando i mercati globali. Eppure, come determinarono diversi analisti, quel risultato provenne da pochissime canzoni, e non da un campione più ampio del catalogo dei Queen. In un contesto ipersaturo di offerte musicali, la scommessa non è solo attirare l’attenzione ma anche mantenerla. Cosa ti impedisce di andare sul tuo servizio streaming preferito a passare in rassegna l’intera collezione di bootleg ufficiali di Dylan?
Il paradosso dell’abbondanza ha a che fare con questa paralisi, certo. Ma un film o persino un documentario, se adeguatamente pubblicizzato, può togliere la polvere anche da alcuni angoli meno esplorati di un catalogo onorevole: la solita storia dei ricchi che diventano ancora più ricchi. Oggi, un artista demodé può facilmente tornare sulla cresta dell’onda anche grazie alla suggestionabilità delle piattaforme social, dove qualsiasi canzone di nicchia o vecchio successo può godere dei proverbiali quindici minuti di (seconda) fama, da Brenda Lee agli Yeah Yeah Yeahs. Figuriamoci, poi, se un artista o una band ha raggiunto un grado di fama olimpico. L’industria dell’intrattenimento farebbe di tutto per continuare a celebrare i suoi miti, come dimostrano i recenti Grammy Award per la miglior canzone e il miglior album rock riconosciuti a due emergenti di nome Beatles e Rolling Stones. Il passato è un rubinetto che non smette mai di sgocciolare, e per quanto la vasca sembri ormai più che piena di nostalgia, un biopic può causare un’esondazione. Ma come ci si assicura che questo flusso sia abbondante e non solo un clamoroso spruzzo?
Serve operare delle scelte. Ogni nuova opera che si aggiunge al canone allargato di un artista, o ai capitoli conclusivi della sua pagina Wikipedia, ha il potenziale di insinuarsi nel dibattito culturale (digitale o meno) e generare ripercussioni commerciali su ben due mercati, cinematografico e discografico. Ma per questo serve una visione forte e chiara. Una visione narrativa, s’intende, e non cinematografica – la scimmia di Robbie Williams ha pagato pegno per tutti. Per esempio, optare verso la prima parte della carriera di un artista (la sua origin story per davvero, in questo caso). Scommettendo sul fatto che quella particolare fase della sua storia saprà parlare al pubblico più ambito: quello dei giovani. Ed è questa – mi pare – la direzione di A Complete Unknown.
Chi è Bob Dylan?
Se oggi un ragazzo volesse avvicinarsi a Bob Dylan, come dovrebbe fare? La fine del mercato fisico ha aperto un vuoto nella trasmissione degli interessi musicali di generazione in generazione. Vuoto reso ancora più vertiginoso dalla progressiva morte della (già agonizzante) editoria e stampa di argomento musicale. In assenza di testo e informazione intorno agli artisti legacy, tanti creator di video brevi per piattaforme social colmano quel vuoto con un metaforico cucchiaino, dispensando ora questo fatterello, ora quell’aneddoto, ora un imperdibile anniversario. Ma il biopic musicale, nel 2025, arriva di fronte a questo baratro armato di una vanga, perché fa divulgazione con più efficacia di qualsiasi altro mezzo: forse anche per questo motivo è tutto sommato comprensibile che i giornalisti culturali sopravvissuti passino il loro tempo a valutarne la correttezza storica. Il problema delle licenze poetiche di A Complete Unknown, tuttavia, è stato minimizzato da molti dei critici stessi. Il film, infatti, “funziona” nonostante le lacune e le invenzioni. Come mai?
Il passato è un rubinetto che non smette mai di sgocciolare, e per quanto la vasca sembri ormai più che piena di nostalgia, un biopic può causare un’esondazione.
Intanto, il film sceglie di raccontare una storia di Bob Dylan, e non la sua intera carriera. Come nel caso di Marley, pur senza fornire particolari spunti nuovi sulla discussione, il suo punto di vista è critico: parte, cioè, da una domanda le cui risposte inseguono da anni fan e studiosi. Nel caso del Bob giamaicano, ci si domandava implicitamente quale fosse (se mai vi fosse stato) il messaggio “politico” della sua musica. Nel caso del Bob americano è complicato, ma anche qui c’entra l’impegno politico. Possiamo leggerci dentro quel che vogliamo, e pensare che il messaggio di concordia di uno e di disimpegno dell’altro siano in qualche modo strumenti validi per la contemporaneità. A prescindere dal nostro giudizio, questa premessa è ereditata dal libro di Elijah Wald sul quale è stato basato il film, tradotto in italiano Il giorno che Bob Dylan prese la chitarra elettrica. Ognuno ha letto il tradimento del cantautore, chi politicamente, chi esteticamente, chi biograficamente, e nessuno ha totalmente torto né ragione nella prospettiva dell’autore, e anche del film.
A Complete Unknown gioca sull’ambiguità del verso di Like a Rolling Stone che gli dà il titolo. Dylan è “un perfetto sconosciuto” quando arriva dal nulla a New York e si insinua nella scena del folk revival. Ed è “un perfetto sconosciuto” anche per le persone che gli stanno vicino, come Sylvie Russo (nella realtà storica Suze Rotolo), che già alla quarta scena insieme si chiede chi sia il suo compagno. Bob è un enigma per Joan Baez e per il suo manager; per il suo mentore Pete Seeger e per i suoi pari. Ed è un enigma per il pubblico del film. Perché, anziché costruire il personaggio secondo le solide regole dello storytelling, qui non abbiamo nulla di quello che faceva funzionare Ray o Walk The Line o perfino l’Elvis di Baz Luhrmann: non il flashback in medias res; non c’è il trauma; a ben vedere non c’è nemmeno un conflitto, se non con la domanda stessa “chi è Bob Dylan?”. Dylan è solo un po’ uno “stronzetto” (traduzione mia), come lo definiscono Sylvie e Joan in occasioni diverse: “può essere” (sempre traduzione mia), è la sua risposta vaga, che è pur sempre una concessione. Il “menestrello”, insomma, non è altro che un ragazzo che vuole capire da sé chi deve essere, prima che siano altri a stabilirlo. Fastidioso, ma a suo modo onesto. Un adolescente, in pratica.
Ogni rockstar è giovane, per definizione, perché il suo statuto ontologico è la ribellione, l’incoscienza, il divertimento. Ma il Dylan di Timothée Chalamet si adatta particolarmente a questa definizione. Anziché preoccuparsi di darci una storia particolarmente coinvolgente, il film di Mangold si è concentrato sulla credibilità del suo protagonista. Il quale, approfittando di uno stop e di un ritardo della produzione causati dalla pandemia da COVID, ha studiato in modo maniacale il timbro e le cadenze della voce del cantautore, quando canta così come quando parla. A differenza dell’effetto “lip synch battle” del Mercury di Rami Malek, il naturalismo della performance di Chalamet mette ulteriore benzina nel serbatoio della premessa: Dylan potrebbe essere anche un suo perfetto imitatore? Che differenza c’è tra l’artista in carne e ossa e la nostra proiezione dell’artista? L’attentissima mimesi è lo strumento definitivo: stuzzica la voglia di riconoscimenti degli attori e premia la curiosità di quella parte del pubblico che, finita la proiezione, andrà su Spotify a controllare se l’attore è stato davvero così bravo come sembra. Se applichiamo tutto ciò alla figura del Dylan giovanile, al volto fanciullesco della celebrità che lo interpreta e alla domanda di fondo del film (“chi sono io?”) abbiamo il potenziale per esaudire l’ambizione di studios e case discografiche: la riscoperta di un artista leggendario da parte di un target più giovane. “A un certo punto le canzoni storiche sono state canzoni nuove, no?” dice Sylvie/Fanning, nella seconda scena che condivida con Dylan/Chalamet. E con lei se lo chiede tutto quel gruppo di possibili neo-dylaniani, ragazzi delle generazioni Z e Alfa che possono identificarsi nella stessa ricerca di spazio, voce, credibilità che fu del cantautore. (E nell’ombra, sfregandosi le mani, un executive discografico si chiede la stessa cosa, ma con tutt’altro significato).
Nel ventunesimo secolo le popstar (e le rockstar, e le folkstar) arrivano non solo con il loro folklore, ma con un universo narrativo ben curato. Cosa può aggiungere un biopic? Il gioco di specchi tra cosa un artista ci dà e cosa chiediamo da lui, e quindi un ulteriore tassello nella sua opera metanarrativa. Con somma soddisfazione dei cineasti e dei song manager, questo gioco sembra portare a profitti astronomici quando ogni componente si trova al posto giusto. Un catalogo importante, una stella del cinema in cerca di una sfida, una storia concisa che ponga l’interrogativo più importante non al personaggio ma allo spettatore. Non è un caso che i prossimi grandi progetti di epica musicale in corso di produzione si stiano muovendo esattamente in questa direzione. Deliver Me From Nowhere racconterà la storia della produzione di Nebraska da parte di Bruce Springsteen: la storia si basa su un libro piuttosto acclamato per l’analisi e la ricchezza di dettagli nel delineare un periodo molto preciso; l’attore protagonista, Jeremy Allen White, è una star consacrata dalla serie The Bear e già pubblicamente lodata da Springsteen stesso per le capacità vocali che sta mostrando nelle riprese; il catalogo di Springsteen è popolarissimo (21 milioni di ascoltatori mensili su Spotify). Tutto sembra pronto per il prossimo blockbuster musicale. Anche la scelta di raccontare la storia dei Beatles in quattro episodi separati, ciascuno dedicato a un componente, per massimizzare l’immedesimazione dello spettatore, potrebbe avere le carte in regola, se non si azzarderà troppo. Tutti i coinvolti dovranno concordare con una missione, che dopo 20 anni contraddice quello che credevamo di sapere sui biopic musicali: non importa raccontare una storia fatta bene; conta solo convincere gli spettatori che stia parlando di loro.
Federico Pucci
Giornalista dal 2010. Ha scritto di musica e spettacolo per ANSA e continua a farlo su Fanpage, DLSO e altri magazine. Ha diretto il canale multimediale Louder e ha pubblicato un libro sull’etichetta Carosello. La sua newsletter si chiama Pucci.
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