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Animazione

Riscoprire l’animazione d’autore

Spesso relegato a genere per bambini, il mondo dell’animazione rivela un universo denso di strumenti espressivi per un pubblico trasversale. Esploriamo le opere italiane e internazionali che mettono in luce l’animazione d’autore.

Il 2 ottobre 2024 è uscito nelle sale Joker: Folie à Deux, sequel dell’acclamatissimo film del 2019. Il primo capitolo, oscuro e alienante, aveva aperto la strada a un nuovo modo di rappresentare i personaggi della DC, l’idea era budget basso e un denso lavoro di approfondimento psicologico. Il secondo capitolo ribalta completamente queste premesse e si presenta al pubblico attraverso un breve cortometraggio animato curato da Sylvain Chomet, autore francese di quel gioiellino di Appuntamento a Belleville. Il film inizia così: appare il logo della Warner Bros in stile Looney Tunes, poi il volto caricaturale di Joker e il titolo Me and my shadow, una sequenza che sembra uscita da una produzione degli anni Trenta. In tre minuti Chomet ci mostra il conflitto interiore del protagonista, attraverso un efficace sketch in stile Tex Avery (l’inventore di Bugs Bunny e Daffy Duck per intenderci) in cui l’animazione è una fluida danza tra Joker e la sua ombra, che si mostra come flessibile e mutevole.

Fino a qualche tempo fa era impensabile che un film blockbuster potesse contenere al suo interno una sequenza curata da uno degli autori più intellettuali della scena d’animazione francese. Lo slittamento è duplice: da un lato l’animazione in toto sta uscendo dal suo ruolo di genere subalterno, dall’altro sembra diventare – anzi, ritornare – a una forma di più grande sperimentazione tecnica. Ricordiamo l’auspicio di Guglielmo Del Toro che, dopo la vittoria della statuetta per miglior film di animazione nel 2021, aveva detto: “l’animazione è una forma d’arte che ha continuato a essere inginocchiata commercialmente e industrialmente al tavolo per bambini, ma è davvero matura, espressiva, bella, complessa. Quindi una vittoria aiuta, ma si tratta di andare avanti come comunità”. Quindi possiamo aggiungere un terzo, e fondamentale, punto a questo discorso: l’animazione non è solo un genere infantile, a tratti infantilizzante, ma è una forma specifica che può veicolare tematiche diverse e sperimentare con la forma, senza doversi ancorare a un lavoro pedagogico, spesso moralizzante. I film di animazione sono ancora frequentemente fatti “per rassicurare i genitori” e non per creare un discorso trasversale tra bambini e adulti, ma anche tra bambini e bambini, e tra adulti e adulti.

L’animazione d’autore

Da qui è utile fare un punto sulla situazione del cinema d’animazione d’autore Europeo. Liquidati come film difficili o troppo intellettuali, l’animazione autoriale è relegata al circuito festivaliero e molto spesso non riesce ad arrivare neanche in sala, se non per pochi spettacoli. In questo momento al cinema c’è Flow di Gints Zilbalodis, un piccolo esperimento di linguaggio proveniente dall’ultimo Festival di Cannes. Un film senza parole e senza umani che riesce a restituire uno sguardo preciso: come sopravvivrebbe un gatto alla fine del mondo? Zilbalodis riesce a farci immergere in un mondo imperfetto ma immersivo, grazie a un tipo di animazione computerizzata povera che si muove per lunghi piani sequenze che permettono la scoperta dell’ambiente e lo spostamento dei punti di vista. È fondamentale sottolineare come l’animazione sia stata creata attraverso un software opensource chiamato Blender con un motore grafico in tempo reale, che come scrive Gabriele Niola: “in un certo senso somiglia all’Unreal Engine, la forza tecnologica che sta dietro la gran parte dei videogiochi. Significa che se per fare un cartone di solito bisogna prevedere tutto prima, impostare il lavoro e poi dopo tantissimo tempo, una volta impostati luce, movimenti, textures e tutto quello che fa l’immagine, si può vedere una parte del risultato, con i motori in tempo reale tutto per l’appunto è in tempo reale”. Flow prova a fare un esercizio immaginifico: non porta l’animale nel mondo degli umani dando vita a creature antropomorfe, ma cerca di portare gli umani in un mondo totalmente animale. La grande qualità di questo film è l’assenza di didascalia e la continua scoperta, riuscendo ad attivare lo sguardo dello spettatore, del mondo raccontato.

L’animazione non è solo un genere infantile, a tratti infantilizzante, ma è una forma specifica che può veicolare tematiche diverse e sperimentare con la forma, senza doversi ancorare a un lavoro pedagogico, spesso moralizzante.

Un percorso simile, ma in scala minore, lo ha fatto Sauvages di Claude Barras, opera seconda dopo La mia vita da zucchina co-scritto con Céline Sciamma. Lontana dal fotorealismo, la pellicola utilizza il tradizionale stop motion per far muovere i suoi personaggi. Il film è una piccola favola ecologista che non scade nella retorica, ma crea strumenti di lotta: ambientato nel Borneo, Kéria, una bambina che trova un cucciolo di orango, e suo cugino Selaï devono combattere per salvare la foresta che stanno cercando di abbattere. La stop motion, anche qui imperfetta, soprattutto per motivi di budget, è ciò che ci fa empatizzare con i piccoli personaggi, gli occhi – come già in Una vita da zucchina – sembrano lenti in grado di scrutare la realtà più a fondo, di mettere a fuoco ingiustizie e pregiudizi. I personaggi hanno anche un legame specifico con la foresta stessa, come ha detto Barras: “I pupazzi stop-motion ricordano ai Penan le sculture che creano dalla resina cristallizzata degli alberi e che a volte bruciano durante le preghiere. Questa tradizione ha ispirato la scena in cui il nonno racconta alla nipotina la storia della pantera per spiegarle le loro origini”.

Un terzo film fondamentale è Linda e il pollo di Chiara Malta e Sébastien Laudenbach, una co-produzione italo-francese uscita al cinema a fine settembre, dopo essere stato presentato al Torino film festival nel 2023. Una bambina vuole ricreare l’ultima ricetta che le ha cucinato suo papà prima di morire: il pollo con i peperoni. Da qui una serie di peripezie per trovare gli ingredienti in un giorno di sciopero generale. Il tipo di animazione è dominata da coloratissimi sketch minimalisti con sfondi disegnati dall’artista Margaux Duseigneur, una visione in technicolor che fa incontrare il fumetto con la tavola pittorica. La storia è una piccola fiaba di ribellione non moraleggiante, in cui Linda urla, si dimena, rifiuta e raggira la legge degli adulti (quella dei genitori come quella dell’autorità che la insegue). La linea narrativa è tesa al superamento del lutto della protagonista, ma soprattutto viene creato uno spazio del possibile nel quale, per un giorno, la direzione del mondo è affidata ai bambini. E allora il vero sciopero generale è quello fatto da loro e dalla loro scoperta di un senso di comunità che li lega. Questo è un passaggio fondamentale nella scrittura per bambini e non di bambini, l’idea di riuscire a incarnare lo sguardo della scoperta. Supera l’idea dell’animazione come prodotto per un pubblico solo infantile, Linda e il pollo allarga lo sguardo perché non è un film pedagogico né un film rassicurante, ma anzi riesce a far convergere due sguardi contrapposti (quello del figlio-genitore, ma anche e soprattutto bambino-adulto) in un discorso che si autoalimenta nel conflitto e nel costante cambio di prospettiva. Questo discorso, –fare uno scarto nello sguardo – è applicabile anche ai film citati in precedenza: Flow, riesce a incarnare un punto di vista specifico, ti lascia con il fiato sospeso, segui con apprensione l’avventura del gatto nero, ma soprattutto ha la capacità di farti immergere in un mondo da esplorare e Sauvages lo fa attraverso una narrazione sociale; chi ha detto che un film di animazione non può fare politica? Anche qui il discorso è su più livelli, il linguaggio della stop-motion rimane semplice ma la storia raccontata e l’esplorazione della foresta è una profonda critica sociale. L’idea è un ribaltamento della rappresentazione della realtà, un sovvertimento delle regole attraverso gli strumenti del possibile. Lo spettatore non solo può allenare l’occhio a tecniche diverse, quindi a tante rappresentazioni della realtà, ma soprattutto può immergersi in luoghi e mondi nuovi, indossando occhiali fantastici per mettere a fuoco delle nuove letture radicali sulla realtà.

L’animazione in Italia

In Italia quest’anno sono usciti altri due film che vanno inseriti in questo discorso. Il primo è Invelle di Simone Massi, una drawn animation che racconta una triplice storia che è legata alla lunghissima storia contadina delle terre marchigiane, la storia di nonni, madri e bambini. Un film sorprendente sia a livello visivo-immagini che spingono gli occhi a una perenne fuga dalla stretta del racconto, sia per la scelta di una sorta di anti-narrazione, non lineare e che si amalgama con l’immagine e il suono creando un dispositivo multisensoriale. Anche qui torna il tema della riscrittura della realtà e della valenza politica del cinema, scrive Raffaele Meale: “la stessa edificazione artistica delle opere di Massi è concettualmente politica, sia per la volontà di muoversi in un territorio liminare all’interno delle dinamiche italiane come l’animazione, sia per rivendicare la fatica dell’animare, il lavoro sul disegno, sul carboncino, sul passo uno, sul rotoscopio, tutte tecniche che rifuggono la contemporaneità per riappropriarsi del rapporto fisico col disegno, e dunque della sua evoluzione materica che poi sarà tradotta nell’immateriale utopia cinematografica”.

Chi ha detto che un film di animazione non può fare politica? L’idea è un ribaltamento della rappresentazione della realtà, un sovvertimento delle regole attraverso gli strumenti del possibile.

Il secondo è Il segreto di Liberato co-diretto da Giorgio Testi,  Francesco Lettieri, Giuseppe Squillaci e Lorenzo Ceccotti. Il film racconta due filoni: il tour europeo di Liberato e la storia personale del cantante dall’adolescenza in poi. Il linguaggio è, conseguentemente, misto: il documentario incontra l’animazione, a cura di Giuseppe Squillaci e LRNZ, con l’obiettivo di creare “un anime giapponese ambientato a Napoli”. Nonostante le ottime premesse, uscire dalla struttura del documentario classico per andare incontro a una sperimentazione di linguaggio, Il segreto di Liberato rimane abbastanza piatto. Lo slancio animato, a parte pochissime sequenze, è totalmente al servizio di una narrazione biografica che, anche se contaminata con la fantasia, non ha una grande potenza immaginifica. Sicuramente un punto di partenza per la contaminazione dei generi, soprattutto nel cinema documentario, visto che non se ne può più della camera fissa con interviste tutte uguali.

Il panorama dell’animazione autoriale si sta ampliando. Flow in una settimana è passato dalla proiezione in 63 sale fino a 100 in Italia, che rimangono ancora pochissime ma è già un piccolo passo in avanti. Più che altro dimostra che il pubblico è in cerca di nuove immagini, bisogna farle uscire dai circuiti dei festival e farle arrivare più vicine, a bambini e adulti.


Alice Sagrati

Regista, autrice e sceneggiatrice. Ha scritto di cinema e linguaggi dell’audiovisivo su Il Tascabile e minima&moralia. Ha fondato Rivista Stanca.

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