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Immaginari

La mitologia umana di Alice Rohrwacher

In un’epoca affamata di estetiche e immaginari, il cinema di Alice Rohrwacher segna il percorso verso una nuova narrazione fantastica della realtà. È uno sguardo intimo e universale al tempo stesso, che esplora la quotidianità per raccontarne gli aspetti di radicale e umana magia.

A novembre 2023 è uscito un libro fotografico intitolato Somewhere, una monografia che ripercorre sei anni d’immagini scattate dall’account instagram Sam YouKilis. La sua è stata definita come un’indagine antropologica nella vita quotidiana, da Napoli a Città del Messico, da New York a Tbilisi. Si tratta di un voyeurismo specifico, volto alla blasonata “vita lenta”, nome di un altro account instagram che nella biografia del profilo recita: “celebrando l’umanità, la semplicità e la vita così com’è”. Immagini di vecchi che giocano a carte, video di balconi che affacciano sul mare o di mucche sdraiate su una montagna silenziosa. Rifugiarsi dieci minuti al giorno a guardare una nonna calabrese spremere le arance del suo giardino con in sottofondo una canzone degli anni ‘50 rimane solo estetica da social, una retorica romanticizzazione di luoghi che non viviamo nella nostra quotidianità. Parziali sguardi che il fotografo decide di mostrarci, sezioni scelte appositamente per creare una vibe specifica: un’immediata nostalgia di un mondo lontano dalla tecnologia e dal capitalismo tentacolare.

Questa tendenza verso la riconnessione con una vita più semplice, in cui siamo più vicini tra di noi, lontani dall’affanno digitale, è diventata una sorta di ossessione per tanti blogger (e non solo) che vogliono viaggiare nel Mediterraneo, o in generale nel sud del mondo. Questo trend ha fatto riscoprire un certo amore, più o meno genuino, per il folklore e per il mito. Un esempio è l’impennata del mercato dei tarocchi, basti pensare alla collezione di Dior del 2021 o alle nuove e diversificate stampe che si possono trovare persino al Salone del Libro. Oppure ancora il ritorno dell’amore per l’astrologia, per l’esoterismo e l’esotismo, sempre più evidente nelle serie tv, nel cinema, nel mondo dell’arte. 

Fantastico cinematografico

In queste tendenza si inserisce, per contrapposizione, il cinema di Alice Rohrwacher che prende dal mito e dal folklore per raccontare storie collettive e universali. I suoi film spogliano quest’estetica dalla sua retorica e ne fanno arte. Rohrwacher non è voyeur, ma è consapevole demiurgo di un cinema radicale e innovativo. Il dispositivo del mito o del folklore in Rohrwacher fa naturalmente parte del racconto, è interno, non esterno, conseguenza intrinseca dello svelamento di un mondo autentico sommerso. 

Alice Rohrwacher è una delle autrici più importanti del cinema italiano contemporaneo. Dopo un periodo passato a esplorare diversi linguaggi e narrazioni – due cortometraggi, un lavoro site-specific in collaborazione con l’artista francese JR e un documentario collettivo firmato insieme a Pietro Marcello e Francesco Munzi – è tornata al cinema nel 2023 con La chimera, film già in concorso alla 76esima edizione del Festival di Cannes.

Rohrwacher non è voyeur, ma è consapevole demiurgo di un cinema radicale e innovativo. Il dispositivo del mito o del folklore in Rohrwacher fa naturalmente parte del racconto, è interno, conseguenza intrinseca dello svelamento di un mondo autentico sommerso.

La pellicola ambientata negli anni ‘80, fuori dalla città e dalle direttrici del reale, racconta la storia di alcuni tombaroli che cercano fortuna usurpando corredi funerari etruschi, aiutati da un misterioso archeologo inglese. Questo film è il punto di arrivo di un percorso autoriale decennale, iniziato nel 2011 con Corpo celeste, un piccolo film di formazione che già faceva intravedere il legame dell’autrice con le fessure fantastiche che si aprono nelle pieghe della quotidianità. Progressivamente elementi magici e tema mitologico si insinuano nella filmografia di Rohrwacher: in Lazzaro felice (2018), Antonia (Alba Rohrwacher) racconta un mito secondo il quale il lupo risparmia l’uomo che odora di bontà, o ancora, sempre in Lazzaro, i mezzadri, in uno dei pochi momenti di pausa, si riuniscono davanti a un cantastorie incuriositi. Questa attitudine è ancora più evidente ne La chimera: in diverse sequenze vediamo dei bardi narrare ciò che accade nel film ancora prima di vederlo succedere, sottolineando non solo il legame atavico tra splendore etrusco e civiltà moderna, ma facendo intuire che il film stesso è pura mitologia.

Lo sguardo attivo

Rohrwacher è in grado di creare immaginari in cui immergersi e farsi trasportare in una dimensione altra, molto spesso descritta come nostalgia di un mondo che non c’è più, ma che, in realtà, rivela qualcosa di molto più profondo. L’autrice supera l’idillio bucolico contadino, per recuperare da quel passato ancestrale la magia e la tradizione orale. L’emblema è Arthur (Josh ‘O Connor), il protagonista de La chimera, che incarna la figura del rabdomante, ovvero colui che ha la capacità di scoprire se sotto il terreno siano nascosti dei tesori, grazie a una bacchetta biforcuta di legno; oppure ancora lo stesso Lazzaro che, come il suo corrispondente biblico, risorge e vive una seconda vita. I personaggi di Rohrwacher possono risultare spigolosi e complessi, non si mostrano completamente perché raccontano solo quello che la camera riesce a cogliere, scopriamo poco di quello che non si vede. In questo senso la regista costruisce una narrazione diversa da quella a cui siamo abituati nella contemporaneità, in cui ci sembra sempre che lo sguardo dello spettatore debba coincidere con quello del protagonista per creare un legame empatico soddisfacente. Rohrwacher va più a fondo, il suo occhio si allarga, è frontale e non interno, porta lo spettatore a legarsi non con un personaggio ma con un movimento nel mondo. Sicuramente è uno sguardo meno immediato, ma la capacità di un autore si vede nell’esplorazione che fa, nelle divagazioni, in quello spazio-tempo in cui il racconto è quasi come se si fermasse e si creasse una soglia in cui esiste solo l’immagine ed è lì che nasce uno sguardo, un piccolo momento di evasione. È lo spettatore che attivamente si deve inserire in questo sguardo, per entrare nel suo immaginario. Come scrive la stessa autrice, c’è bisogno di uno scarto nelle pellicole, “un film ha bisogno di segreti, ha bisogno dell’inutile per esistere”. 

Rohrwacher riesce a trasportarci nel suo immaginario anche quando dirige un contenuto seriale, nello specifico la quarta e la quinta puntata della seconda stagione de L’amica geniale. Storia del nuovo cognome. La serie televisiva, diretta da Saverio Costanzo nella prima stagione e riconfermato nella seconda, racconta la storia dell’amicizia tra Lila e Lenù in un rione popolare di Napoli a partire dagli anni ‘50. Il secondo capitolo si sofferma sul tema dell’adolescenza, vissuta in maniera molto differente dalle due amiche: Lila, rimasta al rione, si è sposata a sedici anni ed è costretta in un matrimonio violento, mentre Lenù sta studiando al liceo classico ed è alle prese con la sua prima cotta. Entrambe le ragazze si ritrovano a trascorrere l’estate sull’isola di Ischia, lontane dal caotico e sabbioso rione, come se fossero sospese in una dimensione altra. Non è un caso che per raccontare ed esplorare uno spazio e un movimento fuori dalla narrazione regolare de L’Amica geniale sia stata chiamata un’autrice come Alice Rohrwacher. Le due puntate, infatti, colpiscono subito per il cambio di rotta: la serie tv caratterizzata per la fitta scrittura e una concatenazione di eventi lineari, sembra prendere un ampio respiro, spaesando lo spettatore. La regista, che già aveva raccontato l’esplorazione adolescenziale tramite i personaggi di Marta di Corpo Celeste e Gelsomina di Le meraviglie, torna a indagare i flussi dei corpi che scoprono l’altro e se stessi, che si muovono languidi tra gelosie, invidie, primi amori e incubi notturni. Anche qui il racconto si accartoccia su se stesso, si ferma un attimo, si sottraggono le parole per dare spazio a una visione. Lo sguardo dello spettatore riesce a inserirsi tra quello dei ragazzi e delle ragazze raccontati, si riscopre nelle prime volte degli altri. Rohrwacher riesce a raccontare limpidamente e in maniera apparentemente non mediata ciò che indaga con la macchina da presa. Sembra che lei stessa guardi le cose per la prima volta. 

Se ci spostiamo ancora e prendiamo in analisi i cortometraggi che ha sviluppato per alcune piattaforme, nello specifico Mubi e Disney+, il suo sguardo registico è perfettamente riconoscibile. Per Mubi sviluppa un brevissimo film intitolato Le quattro strade: racconta la sua esperienza del lockdown, passato proprio nelle quattro strade vicino alla sua casa in campagna. Un archivio umano, personale quanto universale, in cui la camera sembra indagare il brecciolino, le abitazioni, il cielo, le famiglie lontane. Lo sguardo di Rohrwacher è perennemente alla scoperta, ingenuo perché immediato, bambinesco ma non infantile, ricorda l’occhio curioso di Agnès Varda e del suo La vita è un raccolto. Il secondo film per Mubi è Omelia contadina, ideato e diretto insieme all’artista francese JR. In questo caso forse più un’opera site-specific di stampo etnografico che un vero e proprio cortometraggio. Nella pellicola, attraverso un processo ritualistico, viene mostrata la celebrazione della morte dell’agricoltura contadina; anche qui tema e forma della rappresentazione sembrano attingere da una mitologia specifica: uno sguardo di umanità e speranza. 

Costruire una mitologia

Il suo ultimo cortometraggio è Le pupille, prodotto dal regista Alfonso Cuarón e candidato agli Oscar del 2023. Il film è tratto da un carteggio tra Elsa Morante e Goffredo Fofi, una minuscola favola di ribellione natalizia riscritta al femminile. In un convento, durante la seconda guerra mondiale, il pranzo di festa scarno viene interrotto dall’arrivo di una golosissima zuppa inglese. La badessa intercetta gli sguardi affamati delle bambine e proibisce subito di mangiarla: è un fioretto per Gesù, dice. Serafina, la bambina protagonista, si sente immediatamente cattiva, sia perché ha l’acquolina in bocca, sia perché di Gesù in quel momento non sembra importarle niente. Tutti vogliono quella torta, chi perché affamato, chi per interessi di potere. Se nella lettera di Morante veniva mangiata dal bambino cattivo, ribaltando la morale, qui finisce per cadere a terra, perché come scrive Rohrwacher: “Tutti i nostri interessi cadranno per terra, saranno sprecati… e verranno mangiati, sì, divisi tra tutti, ma quando saranno rotti e buttati giù. E così è stato”. È una riconnessione con un passato che diventa strumento per il futuro. La camera è all’altezza delle bambine e cerca di liberarle facendole ballare a ritmo di ba ba baciami piccina, fermando per un momento il bollettino di guerra. Rohrwacher guarda le bambine cattive, alle quali è dedicato il cortometraggio, con complicità: sono loro gli occhi di cui abbiamo bisogno, quelli in grado di sovvertire le regole, giocosamente, con speranza.

Rohrwacher riesce a raccontare limpidamente e in maniera apparentemente non mediata, ciò che indaga con la macchina da presa. Sembra che lei stessa guardi le cose per la prima volta.

Mettendo in fila tutti i personaggi e tutti i mondi che Alice Rohrwacher ha immaginato e scritto in questi anni, sembra essersi creata una vera e propria mitologia dell’umanità, un mondo sotterraneo complesso in cui coabitano Lazzaro, Arthur, Gelsomina, Marta e le piccole pupille. La sua narrazione mette sempre di più in crisi la celebrazione borghese dell’individualità per riconnettersi in uno spazio altro e collettivo, che sembra solo apparentemente distante e sospeso, mentre si dimostra possibile e replicabile. Uno spazio immaginabile in cui ci sono storie da raccontare, da recuperare, da riscrivere, e dove l’ambiguità, la complessità della verità e della finzione, ma anche della magia, degli spazi liminali che si aprono, ci lasciano riflettere e ci mettono in connessione. Un piccolo luogo da continuare a esplorare, un cinema umano che sembra quasi dispersivo perché non insegue veramente un protagonista, ma prova a rincorrere l’umanità intera. Come scrive la stessa autrice: “Credo che l’uomo, il singolo e la sua coscienza, pensino i pensieri del mondo. Credo e spero che pensiamo pensieri che non ci appartengono, parliamo parole che non ci appartengono. Facciamo sogni in cui la nostra psiche si mischia con la psiche del mondo. Solo lo sciocco pensa con la propria testa, crede di avere un punto di vista completamente unico e speciale, e diverso da tutti quindi è spinto al conflitto. […] La lingua che parlo non è la mia lingua, ma arriva a me attraverso un percorso di umanità, io posso solo farla risuonare […] in modo che chi parlerà dopo di me sia a sua volta più dolce e attento”.

Il prossimo progetto di Alice Rohrwacher sarà un lavoro antologico sulle fiabe italiane, proseguendo e ampliando il percorso già iniziato con Le pupille; probabilmente girerà il suo primo contenuto seriale. Nel mentre sta sperimentando una seconda collaborazione con JR: il progetto è ancora top secret, sappiamo solo che s’intitola La caverne e che ci saranno delle ballerine in tutù. L’atmosfera magica è già percepibile.


Alice Sagrati

Regista, autrice e sceneggiatrice. Ha scritto di cinema e linguaggi dell’audiovisivo su Il Tascabile e minima&moralia. Ha fondato Rivista Stanca.

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