Un nuovo saggio, edito in Italia da Nero Edizioni, si interroga sul rapporto tra l’uomo e la sua rappresentazione, indagando la vera natura del selfie nell’era contemporanea. Arianna Caserta ne parla con l’autore, Matt Colquhoun.
Nel saggio Spam of the Earth: Withdrawal from representation, la teorica e artista Hito Steyerl immagina cosa succederebbe se un gruppo di extraterrestri intercettasse il flusso di immagini che produciamo e lanciamo in rete ogni giorno. Di certo, i compagni da un altro pianeta scoprirebbero con stupore quanto la razza umana si sia dedicata ad autorappresentarsi nel tempo: quanti selfie vengono condivisi ogni giorno sul web, e perché? Cosa avrebbe da dire la voglia ossessiva di constatare la propria esistenza a un popolo che non conosce l’uomo?
La risposta semplice è anche la più popolare: lo scoppio di un’epidemia di narcisismo, di un rapporto patologico che lega l’esposizione alla ricerca di attenzione. L’ Hunger Games del 2024 è il titolo Netflix Uglies, che mostra un gruppo di giovani rivoluzionari ribellarsi a una realtà distopica dove è obbligatorio sottoporsi a operazioni che trasformano la popolazione in manichini dall’aspetto perfetto e irreale; nell’acclamato The Substance, una donna si rovina la vita pur di restare bella e giovane e restare nel mondo dello spettacolo. Il legame tra narcisismo e social network è reiterato in questi film, seppur in maniera non diretta: essere narcisista significa tenerci troppo al proprio profilo Instagram, o a condividere online troppo spesso.
Se è vero che l’egocentrismo sociale è influenzato dai media e, più in generale, dal capitalismo, come si possono gettare le basi di una filosofia dell’autorappresentazione? In Narciso. Storia del selfie da Caravaggio a Kim Kardashian – tradotto da Nero Edizioni da una pubblicazione di Repeater – il teorico Matt Colquhoun prova a distaccarsi dalle definizioni sbrigative e a investigare i selfie come uno strumento trasformativo e di conquista del sé: dalle celebrità che lo hanno utilizzato come un modo per immaginare o prefigurare nuove versione di sé stesse, fino agli artisti che hanno riflettuto sul significato di mettersi in scena nel corso del tempo, Narciso è un atlante sul rapporto tra l’essere umano e la sua immagine, un esercizio che, dopo anni di studi e teorie sul selfie, cambia direzione rispetto alle formulazioni che vedono l’era contemporanea come irrecuperabilmente esibizionista.
Con Matt Colquhoun parliamo di patologia, controcultura online, e del futuro dell’autorappresentazione.
In Narcissus, parli dell’auto-rappresentazione come strumento per riconquistare il controllo: se grazie ai social media si è diventati brand manager di sé stessi, ognuno cura la propria narrazione personale per far sì che nulla di non autorizzato fuoriesca, mettendo in scena le parti migliori di sé o eliminando un tag indesiderato da una foto. Ci si sente quasi obbligati a postare, per poter mantenere il controllo su ciò che succede online. Pensi che questa condizione sarà permanente e definitoria per il prossimo secolo, o più che altro che porterà a una psicosi collettiva?
Non so se a qualcuno sia mai piaciuta l’idea che una persona possa utilizzare la nostra immagine come vuole. Le persone famose, inevitabilmente, devono abituarsi a questo, e sviluppare una sorta di indifferenza e disconnessione tra il sé pubblico e privato. Impari a rilasciare una certa versione di te stesso, accettando che questa versione non può che essere riduttiva. Questo sì, potrebbe produrre un certo tipo di psicosi, intesa come una disconnessione tra il sé e il mondo. È una psicosi che si manifesta più comunemente tra le celebrità – Britney Spears, Kanye West, Michael Jackson. La recente storia culturale pop è stata definita da crisi di celebrità che non sono sopravvissute all’iper-esposizione. Poi ci sono casi come quello di Chappell Roan, una cantante che ha dimostrato di avere difficoltà a mantenere la distanza tra sfera pubblica e privata. Nel caso di Roan, forse, la psicosi è il punto centrale: è necessario che venga mantenuta una separazione netta tra sé e il mondo. Questo è il tipo di psicosi di cui abbiamo più bisogno.
Lasciamo che sboccino mille versioni di noi stessi, confondiamo i sistemi di potere che insistono sul fatto che si possa essere solo una cosa. Ognuno di noi è già una piccola folla. Come mai fatichiamo a vedere le nostre stesse molteplicità?
Nell’essay “Spam of the Earth: Withdrawal From Representation”, Hito Steyerl sovverte la celebre frase di Warhol dicendo che in futuro, tutti vorranno essere invisibili, anche se solo per 15 minuti. Questa spinta ha generato modi di comportarsi online come: rappresentazione criptica di sé, nomi utente complessi, post anonimi; un ritorno al modo di “stare online” come era agli albori di Internet. Potrebbe trattarsi del seme di un’azione controculturale, o è solo un altro richiamo all’attenzione di stampo capitalista?
Gli albori di Internet mi interessano molto. Oggi sembra strano pensare a un Internet senza social media, eppure era un luogo molto più interessante. Quando penso ai vari account che avevo nei forum e nelle app di messaggistica, ricordo che avevo una personalità diversa per ogni sito, ed era assolutamente normale. Se tale posizione di “oscurità” rimane affascinante, è perché fu popolare tra molti pensatori alla fine del Novecento. La filosofia francese, in particolare, era ferocemente anti-rappresentativa e anti-visiva, e si presume che ciò sia ancora dominio dell’avanguardia: la musica noise, la pittura astratta. Certo, molte di queste tradizioni sono ormai cadute in un “formalismo zombie” a sé stante. Abbiamo poche speranze di diventare veramente invisibili, ma non dovremmo nemmeno cercare di definirci troppo rigidamente. Lasciamo che sboccino mille versioni di noi stessi, confondiamo i sistemi di potere che insistono sul fatto che si possa essere solo una cosa. Ognuno di noi è già una piccola folla. Come mai fatichiamo a vedere le nostre stesse molteplicità?
Questo stato di sorveglianza permanente influenza anche la cultura visiva. Dai desktop film, che mostrano la vita online di un personaggio attraverso il suo dispositivo tecnologico personale, ai Meta-selfie, che fotografano lo stesso atto di scattare un selfie. Questi fenomeni ci dicono qualcosa sulla relazione che abbiamo con l’auto-rappresentazione?
Abbiamo sempre cercato riflessi di noi stessi nelle ultime tecnologie a nostra disposizione, dunque questi casi parlano piuttosto di come comprendiamo queste tecnologie stesse, del loro posto nel nostro mondo. È significativo, per esempio, che i primi desktop film fossero film horror. In ogni incontro con un nuovo tipo di riflesso, non riconosciamo sempre immediatamente chi o cosa ci sia davanti a noi.
Aver fuso completamente i social media con la vita offline ha dato all’arte un territorio molto stimolante da esplorare. Penso, ad esempio, alla performance “Excellence and Perfections” di Amalia Ullman (2014). Credi che le Instagram-based performance continueranno ad essere popolari, o che sarà sempre più difficile distaccarsi da questi sistemi per compiere un’analisi critica con l’arte?
Leon Battista Alberti, nel suo De Pictura – un testo che scrisse per la prima volta nel 1435 – sosteneva che la storia di Narciso fosse la scena primordiale della storia dell’arte, perché siamo l’essere umano è sempre stato colpito dall’impulso di catturare la superficie in cui si vede riflesso. Il giorno in cui si smetterà di sperimentare con questi incontri riflessivi sarà il giorno in cui si smetterà di produrre cultura.
È naturale provare un certo sentimentalismo per gli archivi. Chi può dire quali nuovi modi verranno inventati per rappresentare e ricordare il presente nei decenni o nei secoli futuri?
Penso spesso a come, condividendo tutto sui social media, l’idea di passato stia attraversando una forte trasformazione. Se ciò che si immagina delle ere passate proviene da foto sbiadite o ricostruzioni, i figli delle nuove generazioni potranno sapere molto di più della vita quotidiana di chi li ha preceduti. Come sarà avere un rapporto con il passato che non sia più scandito da sensazioni romantiche, lontane e misteriose? Cosa pensi accadrà con questo cambiamento?
Ciò che segna quel senso di alterità con il passato è, ancora una volta, il cambiamento tecnologico. È naturale provare un certo sentimentalismo per gli archivi. Chi può dire quali nuovi modi verranno inventati per rappresentare e ricordare il presente nei decenni o nei secoli futuri? Non bisogna dimenticare che l’era dei social media è ancora nuova, iniziata nel 2008 appena. Coloro che non vogliono che cambi sono gli stessi i cui interessi finanziari e politici sono legati a una certa forma di immobilismo: queste persone saranno le stesse a restare indietro più velocemente, mentre il mondo inevitabilmente continuerà a girare, tessendo nuovi futuri a cui assistere.
Arianna Caserta
Scrittrice e ricercatrice con una laurea magistrale in Film and Media Studies. La sua area di ricerca si concentra sulle ibridazioni tra audiovisivo e cultura internet, con un focus specifico sull'arte post-internet, identità digitali e pratiche di auto-narrazione online.
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