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Filosofia della narrazione

Dal viaggio dell’eroe al viaggio dell’Io

Le storie non sono solo uno strumento per evadere la realtà, anzi. Ci aiutano a organizzarla, comprenderla, sviluppando attraverso l’Io narrante un tessuto di narrazioni personali. Un estratto dal nuovo saggio di Filippo Losito ci spiega come le storie e la vita siano fatte della stessa sostanza.

Un estratto dal libro Il viaggio dell’Io. Strutture narrative e individuazione di sé (Mimesis) di Filippo Losito

Le storie per noi esseri umani non sono esclusivamente fonte di intrattenimento. Attraverso il racconto accumuliamo esperienze, impariamo a costruire rapporti sociali; grazie al ragionamento astratto e alla fantasia costruiamo mondi alternativi in grado di incidere nella vita reale. Il potere universale della finzione è la nostra caratteristica più distintiva, ciò che ha reso l’uomo un animale diverso dagli altri.

Intessere e drammatizzare

Il filosofo della scienza Daniel Dennett definisce gli esseri umani come l’unica specie dotata di un mezzo supplementare di conservazione e comunicazione del progetto: il linguaggio. Le radici biologiche dello storytelling ci aiutano a comprendere come ogni atto comunicativo sia un atto di finzione in grado di produrre un cambiamento fisico nella realtà e nelle persone. Il sé narrante è una precisa funzione della mente in grado di dare un ordine al caos, intessendo una storia infinita nella quale ogni esperienza trova il suo posto e dunque senso duraturo.

Le storie ci aiutano a sintetizzare e condensare le esperienze in un ordine dotato di senso: sono vita privata del caos. Al pari delle storie, anche le nostre vite si organizzano in un tessuto di eventi significativi che emergono nel brusio di sottofondo della quotidianità. Noi esseri umani ci vestiamo di tessuti ma anche di testi, termini che condividono la stessa radice. Senza la tessitura di Penelope, non ci sarebbe Itaca e, senza Itaca, la trama di Ulisse non sarebbe testo e si sfilerebbe nei mari del non-senso.

Ecco allora che le stesse strutture della narrazione si mostrano come dorsali utili per intercettare i passaggi in cui il senso vibra a un’intensità speciale; sono scale di discesa e risalita dall’abisso; sono processi di distillazione del simbolo, che ci aiutano a fare luce sull’opacità degli eventi. Come scriveva David Mamet: drammatizzare fa parte della nostra natura. Il bacino offerto dalla letteratura, dal teatro, dal cinema, dalle serie tv costituisce un potenziale inestimabile per conoscerci nel profondo. 

La letteratura da secoli mette in scena la frammentazione dell’Io e la narrazione contemporanea si nutre di antieroi – basti pensare ai personaggi scissi della rivoluzione seriale, da Tony Soprano a Don Draper, da Walter White a Frank Underwood – e offre un’esplorazione complessa dei difetti e delle ombre.

Il viaggio dell’Io. Strutture narrative e individuazione di sé (Mimesis) è un testo che prova a gettare un ponte tra i modelli delle strutture narrative (da Aristotele alla serialità contemporanea, lungo la parabola tracciata dal mitologo e antropologo J. Campbell e ripresa dallo story-editor C. Vogler nel Viaggio dell’eroe) e il tema individuativo nella vita di una persona, compito umano fondamentale nel pensiero dello psichiatra svizzero C. G. Jung, che considera il mito dell’eroe una delle espressioni simboliche universali più adatte a chiarire il processo di individuazione per “attuare il proprio Sé”.

Oltre la mitologia dell’eroe: ascesa e autoriduzione dell’Io

Partendo dal presupposto che ogni opera di narrazione mette in scena il possibile arco di trasformazione di uno o più personaggi attraverso un sistema dinamico di eventi che, ruotando intorno a una curva di fortuna, offre la possibilità ai personaggi di trasformarsi o, per usare un termine vicino alla psicologia analitica, “individuarsi”, è possibile provare a ribaltare il ragionamento provando a rintracciare nelle strutture narrative che si rifanno a Joseph Campbell il valore simbolico dei passaggi che sostanziano le narrazioni – dal mito alla fiaba, dal romanzo alla narrazione audiovisiva contemporanea –, correlandone il significato con il percorso di individuazione descritto da Jung.

Le narrazioni in questo senso vanno intese come percorsi di trasformazione ottimizzati (la narrazione è vita privata del caos e delle scene che non producono significato e senso), che offrono accesso a nuove soglie di coscienza e ci forniscono strumenti utili per la nostra individuazione, intesa come un processo creativo e spontaneo “potenzialmente presente in ogni individuo, sebbene la maggior parte delle persone ne sia inconsapevole”. (Jolande Jacobi, La psicologia di C. G. Jung, Bollati Boringhieri)

Secondo Jung l’individuazione è un processo differenziativo, orientato dal centro inconscio del Sé, che rappresenta la completezza psicologica, il fine intero dell’essere umano, la realizzazione della sua totalità e della sua individualità di essere distinto dalla generalità e dalla psicologia collettiva. L’Io è per definizione subordinato al Sé e si comporta nei suoi riguardi come una parte verso il tutto.

La letteratura da secoli mette in scena la frammentazione dell’Io e la narrazione contemporanea si nutre di antieroi – basti pensare ai personaggi scissi della rivoluzione seriale, da Tony Soprano a Don Draper, da Walter White a Frank Underwood – e offre un’esplorazione complessa dei difetti e delle ombre. Il modello del monomito individuato da Campbell e la sua condensazione proposta da Vogler nel Viaggio dell’eroe – insieme ai principali sistemi di cui si dotano da decenni autori e sceneggiatori – non costituiscono una scorciatoia per scrittori (o un pratico manuale di self-help), ma una mappa per rintracciare i passaggi cruciali dei percorsi individuativi, che attraverso le storie si offrono a noi. In quei passaggi è possibile rilevare le spinte archetipiche inconsce, che come geyser, nella progressione narrativa, affiorano alla coscienza dei personaggi.

Una delle funzioni fondamentali dell’eroe individuato è quella di restituire l’elisir ottenuto alla comunità, di sancire la propria trasformazione attraverso la trasformazione della collettività in termini di sapere esteso, benessere e rinnovata coscienza. La meta finale del percorso individuativo non è una cieca affermazione egoica, ma, per usare un’espressione di Marie-Louise Von Franz, il progressivo “assoggettamento al Sé”; nell’incontro-scontro con le forze del Sé, l’Io muove verso una progressiva diminutio per riconfigurarsi – possibilmente – in una nuova pienezza. L’eroe è, per etimologia, colui che dimostra una forza straordinaria. Questa forza non è tanto una forza muscolare, ma una forza della psiche, che va oltre il concetto di affermazione personale seguendo un doppio movimento di ascesa e auto-riduzione. L’eroe è sempre un Io. Un Io chiamato a resistere, a espandersi, a disintegrarsi, a trasformarsi, a ridursi sotto le spinte della vita, seguendo le logiche spesso imperscrutabili che la chiamata del Sé gli impone. 

La prima parte di una narrazione rappresenta e dà forma all’Io; la seconda parte esegue il progetto più globale del Sé, talora perfino rinunciando alle competenze sviluppate, alle risorse conquistate, agli ideali iniziali. L’Io narrativo comincia sempre da una condizione di vulnerabilità, che oltre a rappresentare la chiave empatica di immedesimazione con i destini dei personaggi, costituisce il vulnus – la ferita e la feritoia – attraverso il quale l’Io viene colpito, insinuando il bisogno di rivoluzione latente che anima i personaggi. Un Io che può essere ingenuo come quello di Forrest Gump, folle come quello di Willy Wonka, geniale come quello di Will Hunting, ironico come quello di Fleabag, orgoglioso come quello di Walter White, determinato come quello di Mrs. Maisel, sfortunato come quello di Maggie Fitzgerald, vendicativo come quello di Edmond Dantès, ambizioso come quello di Andrea Sachs, magico come quello di Harry Potter, giustiziere come quello di Beatrix Kiddo, ferito come quello di Joker, dannato come quello di Raskolnikov, solo come quello di Theodore Twombly, e l’elenco potrebbe continuare pressoché all’infinito. Il tema individuativo è, quindi, spesso inflazionato dal mito dell’eroe, ma lo supera.

Oltre il tempo della narrazione, poco sappiamo della vita di Biancaneve e Cenerentola con i rispettivi coniugi, o di come condurranno la loro vita matura Alice e Dorothy dopo i viaggi nel paese delle meraviglie e nel regno di Oz. Il raggiungimento della pienezza è un progetto utopico e segue vie soggettive.

La contemporaneità esemplifica bene questo meccanismo nelle narrazioni seriali. Nelle neverending stories delle fiction i conflitti non si sanano: le vicende si complicano sistematicamente e la coniunctio è sempre rimandata. Sono l’incompiutezza, il rinnovamento dei dilemmi a tenere agganciati gli spettatori per decine di ore. Del resto, tutte le narrazioni, anche quelle compiute, possono narrare in maniera più o meno diffusa, più o meno centrata, solo dei segmenti del processo individuativo, un’integrazione più o meno parziale; allo stesso modo anche a noi esseri umani, come ai personaggi delle storie, è dato solo di avvicinarci alla pienezza, raggiungendo quel tanto di compiutezza che ci è consentito. Chi ci garantisce che il re e la regina vissero davvero felici e contenti per sempre?  

Oltre il tempo della narrazione, poco sappiamo della vita di Biancaneve e Cenerentola con i rispettivi coniugi, o di come condurranno la loro vita matura Alice e Dorothy dopo i viaggi nel paese delle meraviglie e nel regno di Oz. Il raggiungimento della pienezza è un progetto utopico e segue vie soggettive; la totalità in quanto tale non sarebbe esperibile, perché comprenderebbe non soltanto il noto e l’ignoto, ma anche il comprensibile e il non comprensibile. La narrazione è un mezzo per organizzare i segnali, spesso confusi, provenienti dall’inconscio. Senza una struttura (e la narrazione fornisce una solida struttura per le esperienze di vita subliminali), affonderemmo in impressioni, paure, scelte e reazioni istintive. Secondo Campbell le storie ci mettono in contatto con i grandi interrogativi dell’esistenza – il cosmo e la morte – ne illuminano i sentieri, senza la pretesa di offrire risposte universali, ma possibili tracce di senso.

Cristopher Vogler ha semplificato e capitalizzato alcuni concetti sviluppati da Jung e successivamente da Campbell in un manuale hollywoodiano volto ad aiutare gli sceneggiatori nella creazione di narrazioni commerciali, ma significative dal punto di vista del senso. Il viaggio dell’eroe mostra l’applicabilità delle idee junghiane nella produzione di opere di narrazione (in particolare audiovisive) e insieme si mostra come una metafora – spesso abusata in termini di crescita personale – per descrivere la trasformazione psicologica nella vita di una persona. Marie-Louise Von Franz afferma che “gli effettivi processi di individuazione iniziano generalmente con una ferita della personalità”. L’Io raggiunge un’impasse e deve rivolgersi a «una tendenza nascosta di regolazione o di direzione… [un] centro organizzativo» nella personalità: il Sé, che Jung definisce come la totalità del tutto psichico, per distinguerla dall’Io, che costituisce solo una piccola parte della psiche. 

Nelle storie questo progetto si manifesta nel finale, il passaggio in cui la trama converge e si raccoglie il senso – il fine ultimo del racconto –, l’atto in cui si rivela il destino dei personaggi. In questo percorso di individuazione, il Sé chiama di fatto l’Io a esplorare, chiama l’Io a un oltre, chiama l’Io a un nuovo Io.


Filippo Losito

Filippo Losito è psicologo e filosofo. Scrive e dirige per la narrativa, il teatro e la televisione. È specializzato in Medicina Narrativa e in Accompagnamento nella malattia e nel morire. È socio di Arpa (Associazione per la Ricerca in Psicologia Analitica) e fondatore di Storycounseling.it. Ha collaborato con varie Università e fa parte della faculty di Feltrinelli Education. È docente alla Scuola Holden di Torino, dove è stato coordinatore didattico. Tra le sue pubblicazioni: Stand-up comedy (2019), Fata e Strega (con Carlo Freccero, 2019), Humor e pensiero laterale (2021), Scrivere una serie (2022), Il viaggio dell’Io (Mimesis, 2024).

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