Le storie di supereroi e supercattivi sono spesso lette come bussole morali, capaci di orientarci tra bene e male, giusto e sbagliato. Un’analisi dell’evoluzione di Batman e Joker rivela una narrazione più complessa, in cui i confini tra psicosi, giustizia e riscatto morale si confondono.
I prodotti di comunicazione sono sintomo della civiltà che li esprime. Nella nostra quotidiana esperienza mediale la presenza di tipologie produttive, generi, tematiche indica con una certa fedeltà il mood di una società; un ambito anche questo della sociologia dei media. Per gli stessi operatori mediali diventa utile analizzare le produzioni legate all’immaginario: per una rete televisiva ad esempio è alquanto importante capire se l’esplosione di horror (film, serie…) all’avvento del nuovo millennio sia fenomeno transitorio dovuto alla cifra simbolica o invece una persistenza più complessa derivata dal clima generalizzato di paura e crisi. Lo stesso potrebbe valere per quanto messo in palinsesto: la quintalata di film western trasmessi recentemente sarebbe un buon sistema per ripristinare la logica buoni vs cattivi che rende digeribili le guerre alle porte, e perché no, anche i colonialismi da insediamento.
Gli scenari foschi descritti dalle fiction furono peraltro oggetto, anni fa, di un pamphlet dell’antropologo Matteo Meschiari (La grande estinzione, 2019) che, nell’obiettivo di invitare designer, artisti e creativi vari a prefigurare punti di vista inediti per immaginare il futuro, prendeva ad esempio opere di science fiction che delineano scenari nei quali le cose erano andate in maniera del tutto stravagante, rispetto al tendenziale evoluzionismo (ancorché distopico) del nostro immaginario fantascientifico. Una tendenza, quella degli orizzonti senza speranza, che continua nella nostra produzione mediale: né potrebbe forse essere altrimenti, visti i pluridecennali venti di crisi, dal blocco delle forniture di petrolio degli anni Settanta agli odierni scenari di guerra (magari nucleare) alle porte di casa.
Nemesi, supereroi e psicosi
Certi immaginari precipitano però dalle mitologie mediali al piano personale e a quello collettivo: dalla mediologia/mitologia, alla psicologia, alla sociologia. Ben sapendo ovviamente che né film né serie tv né graphic novel sono trattati scientifici per nessuna di queste (o altre) materie; ma proprio per questo risultano capaci di installarsi permanentemente nell’immaginario culturale collettivo, a spiegare meccanismi di funzionamento della mente umana e sociale. In fondo, il complesso di Edipo prende il nome dal personaggio di una tragedia. Così, il tanto atteso e vituperato film dedicato alla figura del Joker, Folie à Deux (Todd Phillips, 2024) rappresenta una interessante metafora di questioni che possiamo ascrivere ai topoi narrativi; alle dinamiche della psicologia; alle letture del nostro contesto sociale.
Joker non è un personaggio qualunque. Senza entrare nella sua storia, le epifanie più recenti o famose ci portano a un assioma unanimemente condiviso: Joker è la nemesi di Batman, nell’accezione più recente del termine, dove l’origine greca risulta essersi confusa con l’inglese enemy.
Joker non è un personaggio qualunque. La stessa interpretazione del suo ruolo (e della sua follia) nei lunghi anni di vita (è apparso nel 1940) registra i mutamenti del corrispettivo substrato culturale circostante. A dire: il Joker pazzarello (e il Batman colorato) della serie televisiva degli anni Sessanta esprimono una visione molto soft, edulcorata e borghese rispetto a quella degli stessi due personaggi alle origini (e nei successivi sviluppi). Senza entrare nella storia del personaggio, le epifanie più recenti o famose (quelle cinematografiche, ad esempio, o quelle fumettistiche) ci portano a un assioma unanimemente condiviso: Joker è la nemesi di Batman, nell’accezione più recente del termine, dove l’origine greca risulta essersi confusa con l’inglese enemy (lo suggerisce anche l’Accademia della Crusca). Perché Nemesi. in realtà, nella mitologia greca, è una divinità che interpreta la giustizia distributiva, il cui compito è riparare torti e squilibri generati nell’ordine naturale e sociale attraverso adeguate punizioni.
Più che la nemesi di Batman, Joker ne è in realtà l’alter ego. Glielo dice in faccia, al pipistrellone, nella serie scritta da Alan Moore e disegnata da Brian Bolland, Batman. The Killing Joke (1988); e Moore stesso ammetterà poi che tutta questa storia serve solo a dimostrare la psicosi di entrambi. D’altra parte: va bene che ti hanno ucciso i genitori davanti agli occhi quando eri bambino, e che lotti per il bene; ma palestrarsi a rullo per tutta la vita, investire miliardi (fortunato che ce li hai…) in tecnologie folleggianti, volteggiare la notte su Gotham travestito da topo volante (definizione dello stesso Joker, che ha un suo senso dell’umorismo) non è esattamente sintomo di stabilità mentale.
Batman è un uomo: supereroe per libera scelta, non perché in possesso di superpoteri che in qualche modo lo spingano verso a farsi paladino di low&order. Un miliardario che in base ai torti subiti decide di ergersi a giudice del bene e del male, ed esecutore instancabile delle pene da lui stesso comminate, in collaborazione con la giustizia ufficiale, anche in questo caso con attitudini diverse a seconda delle interpretazioni del personaggio. Sulla psicosi di Batman, compresa la delimitazione imperfetta fra il bene e il male, giocano parecchie sue letture: dall’antinomia fra Bruce Wayne e l’uomo pipistrello (ordinario il primo, straordinario il secondo, nel Batman di Tim Burton, 1989), alla capacità critica nei confronti dell’establishment nella graphic novel The Dark Knight (1986) di Frank Miller. in cui Batman si scontra fisicamente con Superman, ottuso difensore di un Reagan pronto a scatenare la terza guerra mondiale.
Fenomenologia del Joker
A fare da quadretto idilliaco alle relazioni Batman-Joker, e per facilitarci il passaggio dal piano mitologico a quello psicologico, incombe dal 1978 l’Arkham Asylum, manicomio criminale ove vengono rinchiusi alcuni dei nemici preferiti del primo, tra cui il nostro (ovviamente) e altri traumatizzati tipo Two Faces. Perfetto corrispettivo di Batman, anche Joker ha subito un trauma, la cui essenza cambia fra versioni fumettistiche e cinematografiche varie. Quella più articolata sul piano fumettistico lo vede succube pentito di una banda di malviventi, oggetto comunque della punizione di Batman che lo rende sfigurato; da qui, eterno odio. Quella più complessa sul piano cinematografico viene dalle due più recenti pellicole, col titanico Phoenix protagonista (oltre all’ultima, Joker, sempre di Todd Phillips, 2019) e riguarda il ruolo della madre (sorpresone!): ma qui Batman va già scomparendo.
D’altra parte, si scomoda anche uno psichiatra come Eric Bender, che lo qualifica come oggetto di un disturbo antisociale, votato al puro caos. Nella difficoltà di leggere le dinamiche emotive di un personaggio di carta (o celluloide) certo è che Joker per quanto inneggi al caos dà prova di capacità organizzative fuori dal comune. Ne è prova l’abile stratega descritto da Il cavaliere oscuro di Christopher Nolan (2008): un Joker interpretato magistralmente da Heath Letger (verranno messe in vendita cicatrici adesive, come quelle autoinflittesi per allargare il sorriso), che usa i capi mafia come pedine per il suo fine, la distruzione di Batman. Ma anche il Joker del 2019 lo mostra capace di innescare una rivolta, con il suo esempio.
Il piano è quello della traumatizzazione. Figlio illegittimo di Wayne nel 2019, nel 2024 si rivela oggetto di pratiche distorte e umiliazioni continue da parte della madre. È lei (e in generale la figura del femminile) il convitato di pietra del film: origine di una dissociazione che lo porta a una seconda personalità abnorme, mentale e non fisica come quella del testimone (il nano al processo) cui aveva risparmiato la vita perché avvertito come “fratello”. Una dissociazione che scompare proprio nel momento in cui Joker rivive lo stesso trauma: la violenza fisica e sessuale finale fra le mura di Arkham ad opera dei secondini.
Qui si attua un passaggio auspicato da un altro personaggio femminile: il ritorno all’uomo Arthur Fleck suggerito dall’avvocatessa, figura di cura “materna” che prova a ricomporre un equilibrio, rigettato dal protagonista. E c’è infine una terza donna, Harley Quinn, una narcisista che tramite il personaggio del Joker vuole arrivare al centro del palcoscenico, e che lo rifiuta quando questi getta la maschera (entrando appunto nella dimensione umana). Palcoscenico vero: le scene di idillio fra i due sono in realtà spettacoli veri e propri, staccati dal tessuto narrativo della vicenda principe. Sembrano le tre Parche della mitologia greca. Anche se, divagando un poco, è curioso come un altro film recente molto (e giustamente) gettonato, All We Imagine as Light (tradotto con il rivoluzionario Amore a Mumbai, Payal Kapadiya, 2024) metta in scena un’altra trimurti al femminile, qui a significare una evoluzione sul piano psicologico e sociale: tre condizioni di possibile transizione del ruolo della donna.
Inscenare il dissenso
È il titolo stesso del film di Phillips a suggerire letture di ordine psicologico, numerose e differenziate a seconda delle recensioni. La follia a due è in realtà fuorviante: vecchia definizione ancora raramente usata in psichiatria, indica una relazione folle (mentre la relazione in sé, a partire da quella fra paziente e curante, è sempre riparatrice) in cui avviene un trasferimento di credenze e di comportamento da un induttore a un indotto. Qualcuno ha attribuito tale trasferimento fra Joker e il suo assassino, il compagno di carcere che altri leggono essere il vero Joker, e Fleck solo un mitomane; figura che un passaggio lo individua di sicuro, nell’affermazione di un comportamento psicopatico in cui la reazione al trauma si esprime con un assoluto distacco dai rapporti empatici con gli altri, risposta ad una esigenza che viene dal profondo e che non prevede nessuna relazione con l’ambiente.
La visione di Folie à Deux induce a riflettere su una ipotesi preoccupante, relativamente alla possibilità di inscenare (mettere in scena) un dissenso: perché una volta abbandonata la scena, non c’è possibilità di salvezza.
La sterilità di questo passaggio induce una lettura più generale, in termini di relazioni con la società. Il traumatizzato assume un comportamento anomalo in reazione al trauma subito: una ribellione nell’ottica di un risarcimento. C’è un pregresso e una reazione che può essere ridimensionata nel momento in cui si ripristina una possibilità di relazione. La ribellione ha una motivazione, anche se la risposta, vedi Joker, è decisamente esagerata. Nel passaggio di consegne al suo compagno di cella, scompare la ribellione. Neanche una bomba salva Joker dal destino, che comunque si è già disegnato da sé: nel ritrovare la sua umanità, perde la possibilità del risarcimento sociale che la maschera gli aveva offerto.
Ora: le ribellioni sono asistemiche, temporanee e improvvise. Non sono rivoluzioni. Quelle le aveva messe già in soffitta il filosofo Akim Bey (T.A.Z., 2003) segnalando come esse finiscano per generare strutture uguali a quelle combattute, perché nutrite del medesimo approccio egemonico. Sono ribellioni molte prassi che si attuano nella logica comportamentale quotidiana: dal detournement situazionista ai rave, ai flash mob, alle manifestazioni dei Friday for Future o per la Palestina, alle campagne di finanziamento o di mobilitazione sui social.Queste forme evidentemente spettacolari hanno magari delle insegne, o delle drammaturgie, ma non un disegno organico generale; destinate come sono a generare un disturbo che ponga l’attenzione su tematiche particolari (non su sistemi di pensiero generale) che rappresentano però punti dolenti dell’establishment. Portando frequentemente a innovazioni nelle prassi sociali: vegetarianismo, divorzio, aborto, sostenibilità… Da questo punto di vista, la visione di Folie à Deux induce a riflettere su una ipotesi preoccupante, relativamente alla possibilità di inscenare (mettere in scena) un dissenso: perché una volta abbandonata la scena, non c’è possibilità di salvezza. L’unico che raccoglie il testimone, e che sopravvive, è lo psicopatico: quello che però non ha relazioni con il mondo. Aspettiamo (o meno) conferme dalla nuova stagione televisiva.
Carlo Branzaglia
Si occupa di design education e design strategico. Insegna all’Accademia di Belle Arti di Bologna. È coordinatore scientifico della Scuola Postgraduate dell’Istituto Europeo di Design di Milano. Siede nel Consiglio di Amministrazione della Fondazione ADI Collezione Compasso d’Oro e nel Comitato Scientifico della Fondazione Cirulli.
Vedi tutti gli articoli di Carlo BranzagliaLaura Valentini
Psicologa psicoterapeuta con specializzazione in psicologia clinica e psicologia delle comunità. Autrice di diverse pubblicazioni scientifiche, tra cui Dall'individuo al gruppo: la gruppalità come risorsa nel trattamento ospedaliero del paziente psicosomatico, in Psicologia della Salute (2010) e Relationship between quality of life, illness perception, and anxiety and depression syntoms in MS patients on Natalizumab: a pilot study, in Neurological Sciences (2010).
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